QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.22: Alla ricerca dei nuovi luoghi della poesia. Roberto Mosi, “Nonluoghi”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Alla ricerca dei  nuovi luoghi della poesia. Roberto Mosi, Nonluoghi, Firenze, Edizioni del Comune di Firenze, 2009

Una sottile plaquette di versi questa di Mosi ma intensa, capace di suscitare emozioni e riflessioni non banali. E’ ancora nostro il tempo della poesia lirica? C’è ancora la possibilità di individuare delle correspondances tra il mondo del poeta e quello del mondo in cui si trova a vivere? E’ utile scrivere ancora poesia come se il progresso scientifico e tecnologico non fosse intervenuto a cambiare le carte in tavola al gioco dei poeti?

L’anonimo estensore della Nota iniziale al volumetto ammonisce con un po’ di spavento e, tuttavia, tanta fiducia nel futuro:

«Sicuramente non è più il mondo ottocentesco delle corrispondenze: su questo argomento già negli anni Sessanta Roland Barthes ha scritto pagine più che interessanti (Il grado zero della scrittura). Le corrispondenze di oggi non sono i ruscelli e gli alberi delle foreste, ma gli oggetti, i treni, gli aerei, anche perché “sopra il mare di pece / si vola a basso costo / i sedili inzuppati di giallo / … da prenotare”. Rimane il mondo fluido delle emozioni, da inseguire con i versi della poesia, con l’obiettivo della macchina fotografica. La partita da giocare è proprio questa» (p. 6).

Eppure i non-lieux (come li ha chiamati, scoprendoli quasi all’improvviso nel mondo in cui ciascuno di noi viveva inconsapevole di essi, il grande sociologo Marc Augè) esistono anche nella coscienza del poeta – anzi, sono forse proprio quella coscienza.

L’anima segreta della poesia di Mosi si nasconde nei non-luoghi sempre aperti e palesi della modernità dispiegata, si ritrova nelle musiche degli e per gli aeroporti, nelle voci metalliche degli altoparlanti delle stazioni ferroviarie, nelle periferie puteolenti e straziate delle Metropoli gigantesche e abbandonate dalla visione dei media, nei mercati infinitamente riforniti e poi vuotati per essere riempiti ancora di merci e di inutile ciarpame, nella prospettiva vertiginosa di un mondo che è più piccolo di un paesino dell’altro secolo ed è sempre così spaventosamente grande e impercorribile. In aereo verso Dublino, la voce narrante riscopre la grande poesia irlandese di questo secolo (un lungo e raggiante percorso che va da Yeats fino a Seamus Heaney):

«Vibra l’aereo. / L’annuncio: / “allacciarsi le cinture, / forte turbolenza”. / Terrore nei volti, / Di gelo le mani di Giovanna, / brividi fra i passeggeri / in volo per Dublino. / Per primo sorride / il bambino sul sedile / davanti, m’invita / a giocare a nascondino. // Una terribile bellezza è nata (William Butler Yeats) / Infinito il tempo per l’imbarco, / la rete dei voli impazzita. // Sui cristalli della sala dell’attesa, / scopro la poesia di Yeats, / i versi d’amore di Heaney. // Parlano ai passeggeri / i poeti d’Irlanda» (pp. 10-11).

E’ l’Apocalisse della globalizzazione capitalistica che Mosi canta con spirito ancora democratico, inseguendo Whitman e il suo afflato di cantore della totalità del mondo:

«Cerco l’anima delle città / raggiunte ai quattro / angoli de mondo. // Scivola l’anima delle città. / Rimangono nella rete / schegge di storia, / riflessi di uno stesso viso, / vesti nuove cucite / per la vanità di Narciso» (p. 20)

Le città irredimibili e sognanti nel loro delirio di iperattività si configurano come orizzonte di senso del futuro. In esso si trova lo spazio del destino dell’uomo futuro, condannato al postumano, confitto nello spazio ristretto di una sopravvivenza sempre più difficile:

«Witches. Fair is foul, and foul is fair.  / Hover the fog and filthe air (William Shakespeare, Macbeth, atto I) / Bolle la pentola bolle / il sogno d’Europa il sogno / le fiamme ballano intorno / le streghe agitano il brodo. / Il dito del banchiere deluso / l’occhio aguzzo di un rom / il bianco sorriso di un nero / le vecchie gettano dentro. / Ronde occhiute in giro / zero tolleranza zero / idee solidali in fumo / lo scudo spaziale nel cielo. // Deflagra nella normalità del giorno / il messaggio e-mail / porta il dolore del mondo. […] Bit byte bit byte / zero uno zero uno / uno zero // acceso spento spento acceso / locale globale globale locale // punto rete punto rete / rete punto / nano secondo nano secondo / secondo nano // blog ergosum sum ergoblog / google yahoo google yahoo / yahoo google // messaggio d’amore d’amore messaggio / you tube you tube / tube you» (pp. 41-42).

Nella sua poesia raggiata e simmetricamente agghiacciante, in un nuovo progetto di eliotiana Waste Land, Mosi mostra la verità di ciò che esiste solo nelle allucinazioni degli architetti e nelle formulazioni contabili degli economisti o nei programmi irraggiungibili dei webmaster. Anche per lui quello che conta è pur sempre l’uomo e la sua sfida al mondo che verrà. Ma per quanto potrà resistere ancora? Per questo compito immane e (forse) inutile esistono ancora dei poeti (come Heidegger ci ha insegnato molti anni or sono).

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