Le “pietre” di Gianluca Spitalieri

di Antonino Contiliano

Gianluca Spitalieri, Come pietre nere sulla terra, Manni, Lecce, 2010.

Diciamo subito che la lirica di questi testi poetici di Gianluca Spitalieri scansa i cascami del solito lirismo di consumo imitativo e funzionale al mercato dell’Azienda libraria italiota, e lo diciamo mentre l’incertezza e i dubbi scompigliano senza sosta il tentativo di scegliere una linea di condotta introduttiva più aderente per Come pietre nere sulla terra. Quindi l’eventuale sentiero che emergerà è più un tracciato di passi che una via a senso unico su cui convogliare il cammino della lettura e della com-prensione.

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STORIA CONTEMPORANEA n.31: A passeggio con se stesso, a ritroso nel tempo. Luigi Fontanella, “Controfigura”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

A passeggio con se stesso, a ritroso nel tempo. Luigi Fontanella, Controfigura, Venezia, Marsilio, 2009

 

 “Mi piacerebbe che il lettore leggesse questo romanzo lentamente” – scrive l’autore nella nota che precede il testo del suo romanzo (poche brevi frasi intessute di ringraziamenti ed altro).

Non è stato possibile sempre seguire questa indicazione (dato che spesso le pagine si susseguivano a un ritmo così incalzante da richiedere una lettura sempre più veloce) ma se ne è recepito il senso e la volontà sottesa – quella di mostrare il tempo del romanzo in relazione al tempo delle storie personali e della Storia che alla fine ingloba e sussume dentro di sé ognuna di esse.

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ALBERTO ARBASINO E LA “VITA BASSA”. Indagine sull’Italia degli Ottanta in cinque mosse. Saggio di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

«Ma quelle stesse parole che non sono comprensibili, che agiscono isolate, che danno luogo a una specie di figura acustica, non sono rare o nuove, inventate dalle creature che mirano alla loro singolarità: sono le parole che vengono usate più di frequente, frasi comunissime per tutti, ripetute centomila volte; e di questo, proprio di questo si servono per dimostrare la loro caparbietà. Parole belle, brutte, nobili, comuni, sacre, profane, capitate tutte in questo tumultuoso serbatoio; e ciascuno ne trae fuori ciò che si addice alla propria inerzia; e lo ripete finché le parole non sono più riconoscibili, finché dicono tutt’altro, il contrario di ciò che una volta significavano. La deformazione della lingua conduce al caos delle figure separate. Karl Kraus, estremamente sensibile agli abusi della lingua, aveva il dono di captare in statu nascendi e di non lasciarsi più sfuggire i prodotti di questi abusi. Per chi lo ascoltava si apriva così una dimensione nuova della lingua, che è inesauribile e alla quale prima si faceva ricorso solo sporadicamente, senza l’opportuna coerenza»

(Elias Canetti, “Karl Kraus, scuola di resistenza”,  in Potere e sopravvivenza)

 

1. Quel che è successo in Italia…

«In questo stato, e poi Un paese senza, obbedivano al dovere civile delle testimonianze ‘dal vivo’ nelle congiunture epocali, in seguito utili ai ricercatori e agli archivisti del ‘post’ e del ‘propter’, del perché e del percome, del prima e del dopo. “E se domani…” canticchiavano al piano-bar gli storici futuri anche involontari, nel corso degli eventi. Poi, ogni storiografia o iconografia o commemorazione finirà per registrare soprattutto due serie parallele di icone inevitabili, per quegli anni Settanta. Pasolini, Moro, Feltrinelli, e i tanti altri assassinati. Una pletora, si deplorò. Accanto, un’altra pletora di indimenticabili successi e cult forever: Mina, Celentano, Morandi, Battisti, Baglioni, De André, De Gregori, Dalla, Paoli, Guccini, e tanti altri miti e riti regolarmente estremi e duraturi e ‘live’. Anche alle esibizioni attempate di Keith Jarrett e moltissimi altri, a tutt’oggi, quante migliaia di junior e senior si eccitano e commuovono sinceramente dopo aver sborsato cento euro dai bagarini o sopportato fatiche ‘bestiali’ in coda. Così, anche questo nuovo libretto “sui fatti del 2008” si proporrà (ancora una volta) come una obiettiva ‘deposizione’ testimoniale a caldo su un altro snodo o svincolo o scivolo di eventi italiani probabilmente epocali, nel mesto corso del loro svolgersi»(1). 

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.25: Oltre il buio, una poesia per la potenza della luce. Maria Benedetta Cerro, “Regalità della luce”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Oltre il buio, una poesia per la potenza della luce. Maria Benedetta Cerro, Regalità della luce, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 2009

« C’è chi pensa. Come forse sogna Maria Benedetta Cerro. Che uno scriba vestito di lino. Candido e puro. Di portamento regale. Come non è nei re di ordinario potere. Segna gli uomini. Sulla fronte. Sul petto di chi sospira e geme. Affinché venga riconosciuto e difeso. Salvato e riscattato. Mentre la Musa osserva. Per poi voltare le spalle alla tristezza. Ed ecco che allora il sole trafigge le fronti con la regolarità del ciclo. Anche se la minaccia dell’ombra ammala i bagliori nelle discese rovinose delle polveri. Delle ceneri. Nelle clessidre ingannatrici o impazienti. Che si pongono come rappole quando “attendi un tempo che non dovresti”. Si tratta del rovesciamento delle coordinate della percettibilità dove il verso “ode le invisibili voci”» scrive Giovanni Fontana (in L’uomo vestito di lino, Prefazione a Maria Benedetta Cerro, Regalità della luce, pp. 8-9).

La luce appare come la forma privilegiata della regalità della vita e, in questo suo essere luminoso e potente, si mostra come espressione e forma della poesia. Luce e capacità espressiva della scrittura poetica tendono, allora, a coincidere.

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Carlo Lucarelli, “L’isola dell’angelo caduto”

di Francesco Sasso

La vicenda si svolge durante il ventennio fascista. Un giovane commissario è relegato da due anni su una piccola isola italiana sperduta in mezzo al mare che, oltre ad ospitare pescatori, è utilizzata dai fascisti come Colonia Penale per oppositori e semplici delinquenti. Il romanzo si apre con la scoperta del cadavere di un miliziano fascista precipitato da un alto dirupo. Da questo momento una serie di oscure morti spingeranno l’indolente commissario ad indagare a fondo intorno alla colonia penale.

In un’atmosfera misteriosa e dal valore simbolico dei suoi elementi, i personaggi paiono ombre infernali isolati dal mondo, immersi in paesaggi selvaggi, sotto un cielo oscuro spazzato da un vento incessante. Il romanzo è ben costruito e il disegno stilistico è equilibrato ed essenziale. L’unico appunto che desidero muovere a Lucarelli è di essersi soffermato troppo sulla descrizione dei luoghi e dei personaggi, la qual cosa rallenta inutilmente il ritmo della narrazione.

 f.s.

[Carlo Lucarelli, L’isola dell’angelo caduto, Einaudi, 2001, 224 p., € 10,00] 

STORIA CONTEMPORANEA n.30: Un’idea dell’India, il suo odore, il suo fascino. Carlo Alberto Sitta, “India minima. Cronaca di un viaggio annunciato”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Un’idea dell’India, il suo odore, il suo fascino. Carlo Alberto Sitta, India minima. Cronaca di un viaggio annunciato, Varese, Nuova Editrice Magenta, 2009

Pasolini intitolò il suo viaggio in questo paese allora ancora misterioso e carico di fascino L’odore dell’India (e ne pubblicò il resoconto, già apparso in una serie di articoli per il quotidiano Il Giorno, in un volume per Longanesi nel 1961). Moravia, che vi era stato in compagnia appunto di Pasolini e dell’allora sua moglie Elsa Morante (ma si separerà da lei proprio in quello stesso anno), diede al suo libro di memorie di viaggio il titolo più intellettuale di Un’idea dell’India (apparso presso Bompiani nel 1962). Quello di andare a visitare questo grande paese orientale e di scriverci su un volume di ricordi e di impressioni è, dunque, una tentazione che striscia nei cuori e nelle menti di tanti intellettuali per esplodere poi in scrittura. Allo stesso modo, Antonio Tabucchi intitolò nel 1984 uno dei suoi romanzi migliori proprio Notturno indiano a suggello di un suo viaggio nelle ex-colonie portoghesi del sub-continente indiano (anche se nel libro la dimensione della fiction supera di gran lunga – come è giusto – quella del reportage diretto come nel caso di Pasolini e Moravia).

Neppure Carlo Alberto Sitta, con alle spalle un passato di poeta e di operatore culturale (è sua la prestigiosa rivista di poesia STEVE da lui diretta fin dal 1979), è sfuggito a questo destino (del resto voluto e perfino – come recita il titolo del suo diario di viaggio in India – “annunciato”).

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Il basso dei “marsa-lesi ” di Fabio D’Anna

di Antonino Conciliano

Fabio D’Anna, Il Marsalese, Libridine, Mazara del Vallo, 2008.

  

Nastro di Möbius I [1]

 

Il “marsalese” sezionato e inciso dallo stilo di Fabio D’Anna è una striscia di Möebius. Superficie a una dimensione. Senza spessore. Neanche un foglio di carta dove si distingue un retro e un avanti, un alto e un basso. Il suo soggetto è un tutt’uno con i tratti definienti della sua identificazione: le cose, le immagini e i clichés socio-comunicativi dell’habitat marketing classista che lo abitano e lo hanno determinato. È un’identità come una trama di tratti che si individuano nel muthos della casa, dell’estate, della vita sociale, della cultura, della religione, della politica, della famiglia, del sesso, della fiera, dei mercati, e del pensiero che non si nega “Le isole felici e l’arcipelago della speranza”.

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STORIA CONTEMPORANEA n.29: L’attesa, l’oblio. Vittorio Catani, “Per dimenticare Alessia”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

L’attesa, l’oblio. Vittorio Catani, Per dimenticare Alessia, Torino, C_S Edizioni, 2007

Vittorio Catani è forse il più importante scrittore di fantascienza italiano vivente (la recente scomparsa dell’ormai anziano precursore Lino Aldani e il passaggio di Valerio Evangelisti ad altri genere letterari – il western, le storie di gangster italo-americani, il romanzo storico, le vicende sanguinarie e truculente di pirati del Mar Caraibi permettono di concedergli questa forse non troppo ambita palma). Tutta la sua opera letteraria, dagli Universi di Moras (Milano, Mondadori Premio Urania 1990) alla titanica raccolta di racconti L’essenza del futuro (Bologna, Perseo Libri, 2007) alla recente e splendida prova narrativa di Il Quinto Principio (Milano, Mondadori, 2009) sembrerebbe dimostrarlo. Eppure, tra una esplorazione dei mondi paralleli ricostruibili a volontà da un solitario viaggiatore nel tempo (Gli universi di Moras, appunto) e la Breve eternità felice di Vikkor Thelimon (contenuto, invece, in L’essenza del futuro), Catani ha voluto provarsi a scrivere anche un breve romanzo che un tempo si sarebbe detto mainstream.

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Felice Muolo,”Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta”

di Francesco Sasso

Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta (Fermenti editrice, 2009) è l’ultimo libro di Felice Muolo, scrittore di Monopoli (Bari).

In questo lungo racconto, Muolo ci propone con rigore una ricerca: scrivere una storia che sia adatta ai bambini che agli adulti. La forte concretezza del tema trattato (l’adozione di bambini non italiani) si unisce alla ricerca delle forme più semplici della fiaba. Questo intento è ben visibile nelle scelte tematiche e formali de Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta. La voce narrante è quella della protagonista Pragasi, bambina indiana di sei anni adottata da genitori italiani:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.24: Extrema ratio. Francesco Leonetti, “Poesie estreme”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Extrema ratio. Francesco Leonetti, Poesie estreme, San Cesario di Lecce (LE), Piero Manni Editore, 2009

Ricordo bene e nitidamente Francesco Leonetti in uno degli anni Ottanta (forse il primo) mentre presentava a Pisa, con altri suoi compagni di lotta e di teorizzazione, un libro-rivista di interventi leninisti sul presente (l’editore era Feltrinelli; il libro uscì rapidamente dal suo catalogo di allora e di oggi). Leonetti aveva il volto scavato e scabro dei film girati per Pasolini e l’andatura ondeggiata; lo sguardo distratto, il pensiero rivolto non si capiva a che cosa e non fu facile portarlo al discorso che volevo fargli e devo dire che non ci riuscii certo appieno, restandone deluso… Più di vent’anni dopo, il poeta calabrese è ormai molto più anziano e più provato nella salute e dagli eventi, eppure il tono della sua poesia è pur sempre quello di quei giorni quando qualche speranza militante c’era ancora e i discorsi della politica non erano del tutto disgiunti da quelli della teoria e della letteratura.

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“La metafora nel Medioevo latino” di Umberto Eco

La metafora è il più importante dei tropi, ovvero l’elemento più tipico del linguaggio poetico. Ma la metafora abbonda anche nella lingua quotidiana, tanto che alcune metafore sono divenute consuete. Vi segnalo quindi il saggio La metafora nel Medioevo latino di Umberto Eco pubblicato dalla rivista Doctor Virtualis, No 3 (2004).

Abstract

La metafora nella tradizione retorica medievale. Filosofia, teologia e limiti del discorso metaforico. Metafora, allegoria e simbolismo. Tommaso, Dante e lo pseudo Dionigi

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Eco, U. (2008). 3. La metafora nel Medioevo latino. Doctor Virtualis, 0(3). Recuperato 2009-12-19, da http://riviste.unimi.it/index.php/DoctorVirtualis/article/view/51/79

 

f.s.

La sovversione dell’arte e della poesia. “L’arte della sovversione” – a cura di Marco Baravalle e “Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica” di Massimo Recalcati

 di Antonino Contiliano

Il rapporto dell’artista col tempo in cui si manifesta è
sempre contraddittorio. È contro le norme vigenti, norme
politiche per esempio, o persino schemi di pensiero,
è sempre controcorrente che l’arte cerca di operare
il suo miracolo.
 J. Lacan (L’etica della psicoanalisi)

 

Arte e poesia possono ancora oggi contrastare l’ordine della realtà o lo stato di cose presente organizzatoci dal biopotere attorno ai suoi significati di comodo e di comando?

È la domanda, direi anche l’atto, che alimenta il discorso e l’analisi che fanno il nucleo di fuoco centrale del libro L’arte della sovversione – a cura di Marco Baravalle, manifestolibri/uninomade, Roma, 2009 – e del libro di Massimo Recalcati, Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica – Ed. Bruno Mondatori, Milano, 2007.

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STORIA CONTEMPORANEA n.28: Lezione di scrittura. Andrea Camilleri, “La tripla vita di Michele Sparacino”, con un’intervista di Camilleri a Francesco Piccolo

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Lezione di scrittura. Andrea Camilleri, La tripla vita di Michele Sparacino,  con un’intervista di Camilleri a Francesco Piccolo, Milano, Rizzoli, 2009

Più che il breve testo romanzesco che costituisce il piatto forte di questo ennesimo libro di Andrea Camilleri, ciò che risulta veramente importante di questo volumetto è proprio l’intervista (anch’essa l’ennesima!) rilasciata a uno scrittore come Francesco Piccolo.

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Libri come compagni di viaggio. Alberto Manguel, “Il libro degli elogi”

di Francesco Sasso

Il libro degli elogi (Archinto 2009) di Alberto Manuel è un testo a metà strada tra saggio letterario e affettuosa conversazione con l’autore. A riguardo basta dare uno sguardo all’elenco dei capitoli: Elogio della Bibbia, Elogio del libro tascabile, Elogio del librario, Elogio della fiera del libro, Elogio dell’orrore, Elogio dei racconti per bambini, Elogio del piacere, Elogio del regalo, Elogio della lingua spagnola, Elogio degli animali, Elogio dell’impossibile; dove il filo conduttore è sempre il libro (per esempio, nell’Elogio degli animali, l’autore dimostra come «gli animali immaginari che popolano le nostre letterature non sono mai meri emblemi muti » (pag77))

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.23: Il regesto armonico della poesia. Franco Manescalchi, “Poesia del Novecento in Toscana”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Il regesto armonico della poesia. Franco Manescalchi, Poesia del Novecento in Toscana, Firenze, Biblioteca Marucelliana, 2009

Si potrebbe iniziare dicendo (e citando il buon Leporello del Don Giovanni di Mozart) che della poesia “il catalogo è questo”: quattrocentoottanta pagine in cui la poesia del Novecento in Toscana viene selezionata, schedata, qualificata, de-finita, squadernata, compresa e analizzata in categorie sufficientemente ampie per capire i significati e adeguatamente ristrette al loro interno per evitare il demone dell’indistinzione.

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Gli alieni del villaggio. Salvatore Giampino, “Fiori di Cactus”

di Antonino Contiliano

Gli scemi del villaggio. I folli. Gli alieni. Le maschere. I fiori del deserto, i cactus. E una postafazione per i racconti di Salvatore Giampino: Fiori di Cactus (Racconti), Navarra editore, Marsala, 2009. € 8,00.

Schizzi veloci come tante pennellate per raccordare i tanti punti di una costellazione fatta di figure particolari. Una rete che mette a punto una testualità unitaria come un affresco che rappresenta e significa un ambiente soggettivizzato e la sua temporalità: Fiori di cactus. Fiori di cactus è l’ultima prova letteraria, in ordine di tempo, con cui Salatore Giarnpino si misura e ritorna a Marsala. Il tracciato miscela in unico tessuto il vissuto proprio e quello di tante “apparizioni” che hanno materializzato il quotidiano e l’altro della vita antropo­logica, sociologica e culturale di questa città.

Avendo questo lavoro fra le mani, non si può fare a meno di vedere una certa continuità tematica fantastico-memoriale con gli altri suoi due lavori precedenti, Case verdi, Case Gial­le (2005) e Cercando Misaki (2008).

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STORIA CONTEMPORANEA n.27: La virtù dell’attesa. Alessandro Franci, “La pena uguale”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

La virtù dell’attesa. Alessandro Franci, La pena uguale, Firenze, Gazebo, 2009

“Un picciolo libro tutto fatto di cose proprie” – esortava a scrivere Giambattista Vico piuttosto che grossi tomi tutti infarciti di nozioni e di teorie altrui. Alessandro Franci sembra averlo preso in parola in questo suo La pena uguale.

Libro di aforismi e di brevi prose, ma non solo. Libro di riflessioni e di sogni, ma non solo. Libro di premonizioni e di trasalimenti, ma non solo. Libro che aspira alla totalità e che sa che non potrà raggiungerla mai. Un’epigrafe (tra le tante), quella di Elias Canetti a p. 41, dovrebbe servire a chiarire il proposito e il progetto attuato dall’autore:

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