Gli alieni del villaggio. Salvatore Giampino, “Fiori di Cactus”

di Antonino Contiliano

Gli scemi del villaggio. I folli. Gli alieni. Le maschere. I fiori del deserto, i cactus. E una postafazione per i racconti di Salvatore Giampino: Fiori di Cactus (Racconti), Navarra editore, Marsala, 2009. € 8,00.

Schizzi veloci come tante pennellate per raccordare i tanti punti di una costellazione fatta di figure particolari. Una rete che mette a punto una testualità unitaria come un affresco che rappresenta e significa un ambiente soggettivizzato e la sua temporalità: Fiori di cactus. Fiori di cactus è l’ultima prova letteraria, in ordine di tempo, con cui Salatore Giarnpino si misura e ritorna a Marsala. Il tracciato miscela in unico tessuto il vissuto proprio e quello di tante “apparizioni” che hanno materializzato il quotidiano e l’altro della vita antropo­logica, sociologica e culturale di questa città.

Avendo questo lavoro fra le mani, non si può fare a meno di vedere una certa continuità tematica fantastico-memoriale con gli altri suoi due lavori precedenti, Case verdi, Case Gial­le (2005) e Cercando Misaki (2008).

L’incipit è un coagulo e poi un percolamento che filtra e diluisce. Un intervallo di tempo (estate), un anno preciso (2008) e un nodo spazio-temporale altrettanto determinato del suo arco (le tre di notte sulle scale della “Matrice” della città) sono, infatti, le coordinate che l’autore dà al suo lettore empirico ed ideale per un quadro informativo e comunicativo trasfigurato. Una manipolazione scritturale che investe l’emittente e il destinatario in un processo di “formazione” che utilizza la realtà effettuale delle “maschere” o personaggi come un se­gno che non decifra ma enigmizza. Il quadro comunicativo risulta infatti trasfigurato, e tale che l’aspetto descrittivo è già connotato e funzionale a un progetto di senso e di significa­zione altra. Una significazione “narrativa” cioè che richiede una cooperazione dialogica complice o tesa a coinvolgere il lettore nella griglia dei valori semantici che la stessa voce osservatrice e focalizzatrice dell’autore vuole centrare come un essenziale coinvolgimento onirizzante. I personaggi così, e le maschere che li significano, vanno bene oltre la loro stessa datità storica, almeno per quanti conservano una certa memo­ria realistica dei personaggi in questione e del loro esserci, per farsi un altro mondo impossibile eppure descritto e detto. Tutti i personaggi, che una comune descrizione medico-psico­clinica classificherebbe con patologie diverse, ma patologie, nella descrizione alterata dell’autore, infatti assumono le ve­sti di messaggi magico-allusivi come possono essere le con-figurazioni suggerite dal gioco della sabbia rossa sui nostri itinerari isolani (le nostre strade spalmate di sabbia e polvere rossa sono delle vere e proprie scacchiere di figure in movi­mento), quando lo scirocco soffia il mediterraneo africano, o dalla geografia segnala dai fiori di cactus in un deserto. Un gioco di scambi metamorfosizzati in cui la “Pupa”, come nella psicologia delle forme ambigue, è una larva di farfalla che si fa donna e una donna che si rinchiude di nuovo nel suo bozzolo d’origine.

E come se l’autore, fermando la sua coscienza sulle figure di significato, che hanno caratterizzato la sua storia personale, articolatasi tra un ambiente familiare d’origine e i luoghi altri del suo itinerario di crescita successivo, volesse rendersi/ci conto della propria identità di soggetto ibrido in quanto co­scienza che fin dall’infanzia ha trafficato con gli spostamenti nomadi, e quindi sempre straniera. I luoghi del quotidiano, le sue qualità e gli stimoli ricevuti e trasfigurati gli hanno dato il kairòs per oltrepassarne la materialità grezza della contin­genza degli eventi (comuni alla Città e ai suoi figli) in vista di passaggi e presagi fantasiosi quanto legati allo stesso imma­ginario del luogo. Habitat e cose, forse più “oggetti” letterari che cose, in questi Fiori di cactus, ci danno la possibilità reale e irreale di star dentro, allontanandocene, a una configura­zione dinamica di soggettività e oggettività narrativa su cose e relazioni che non interessano solo gli indigeni. Appartiene, infatti, alla cultura degli uomini in genere, leggere fatti ed eventi esterni come organizzazione e proiezione degli umani vissuti e della loro categorizzazione.

Sì, perché è proprio l’identità trasfigurata, propria e altrui, — e che diventa il topic della narrazione di questi brevi scritti fotografici quanto immaginari, — che la scrittura di Salvatore Giampino ci propone per guardare queste “maschere foto-simboliche e dagli occhi bucati, spaesati. Maschere come fiori di cactus che hanno fatto la storia detta e non detta sia della Città di Marsala che del vissuto di ciascun nativo, e che nel quadro fattone dall’autore diventano il luogo unitario di que­sti schizzi già separatamente pubblicati (uno alla volta sulla testa giornalistica “Marsala c’è”), e qui raccolti in silloge. Così questi personaggi, colati dal filtro surreale della penna/ pennello dell’autore, come tanti fiori di cactus, che pur anima-no la vita di un deserto o di una terra desolata, connotandola di altra e insolita bellezza e fascino, ci restituiscono una carta geografica esistenziale e territoriale intrecciata e determinata da varie coordinate.

Coordinate che lo scrittore ha già fissato in partenza nell’in­troduzione — che accompagna “Fiori di cactus” — per una let­tura quasi “chiusa” o rivolta a un ipotetico complice lettore che con lui possa specchiarsi nelle stesse acque come un se­condo Narciso.

Dalla stagione (estate 2008), all’ora precisa (“sono le tre di notte”), alla presenzialità che si muove tra il passato (“… da bambino, fissavo incantato mentre quelle minute scaglie… fissavo incantato mentre seduto sulla tazza…”) e il presente ( “Sono, ora, seduto sulle scale della “Matrice”, come un tem­po, in compagnia di alcuni amici…”), il racconto si fa narra­zione e procede per schizzi veloci e montaggio di fotogrammi come una complessa testualità connotativa. La scrittura, cioè, apre così degli spazi per inferenze partecipative e anche cri­tiche.

L’apertura di senso non impedisce, infatti, mediatori il distacco e le fratture spazio-temporali e storico-culturali che legano l’opera e la “ricezione postuma, di essere, contem­poraneamente, lettori critici. E critici non solo perché si nota anche una vena, talvolta alienante, che circola sotto il timbro del sentimentale, del pedagogico e del senso comune — come può essere quello dell’ “anima bella e pura” che ti insegna e cui devi dire grazie e salutarla con gratitudine e grazia —, ma perché, in compagnia dell’opera, l’autore ci rende soggetti di “giudizio” o di relazioni che arabescano quanto non detto dalla scrittura oggettivata, ma in questa virtualmente presente. Diverse le bussole orientative in questa direzione: “BUM!!… una lira “, “Mommo contro Nenè “, “Alla fine dell’estate”, “Nenè Pastacull’agghia”…

Certo è che per imparare bisogna pur dimenticare, e questo si fa anche attraverso la scrittura letteraria e non solo scientifi­ca: la verità non appartiene solo alla scienza e alla tecnica! Questa dimensione di “Fiori di cactus” di Salvatore Giampi­no, come nelle altre due precedenti opere, è qui pure presente come meridiano che li attraversa e li ripropone a una lettura straniata; e, con distinzione, ci sembra, poterla individuare e indicare nell’intreccio letterario che la scrittura sviluppa anche come un’opera pittorica o testualità impastata. Un im­pasto di lettere cromatiche che connotano/pitturano i perso­naggi coimplicati con fili delle maschere-fiori-di-cactus-figure mobili di sabbia, di nuvole o di sogno modellati con i colpi di stilo del vento di scirocco della nostra terra siculo-africana. Lo scirocco, il vento del viaggio e del visaggio che tra-duce e se-duce lo “straniero” fra gli anfratti del paesaggio geografi­co e del seme/soma nomade stanziale.

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