QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.23: Il regesto armonico della poesia. Franco Manescalchi, “Poesia del Novecento in Toscana”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Il regesto armonico della poesia. Franco Manescalchi, Poesia del Novecento in Toscana, Firenze, Biblioteca Marucelliana, 2009

Si potrebbe iniziare dicendo (e citando il buon Leporello del Don Giovanni di Mozart) che della poesia “il catalogo è questo”: quattrocentoottanta pagine in cui la poesia del Novecento in Toscana viene selezionata, schedata, qualificata, de-finita, squadernata, compresa e analizzata in categorie sufficientemente ampie per capire i significati e adeguatamente ristrette al loro interno per evitare il demone dell’indistinzione.

Che cosa collega però poeti esplicitamente “laureati” come Luzi, Fortini, Parronchi o Bigongiari e Betocchi a figure assai più “oscurate” dalla critica (Pierfrancesco Marcucci è un esempio tra tanti possibili) o a scrittori il cui percorso non è ancora forse pienamente definito e che ancora molto dovranno dare alla poesia contemporanea (da Pietro Civitareale e Francesco Belluomini, da Anna Maria Guidi a Liliana Ugolini a – si parva licet – Giuseppe Panella)?

Manescalchi prova a proseguire nella trama del disegno abilmente intessuto in La città scritta (Firenze, Edifir, 2005) e cerca di restituire la potenzialità di una serie di passaggi importanti nel movimento della poesia toscana del secolo passato senza cedere a illusioni gerarchiche o a motivazioni di tipo meritocratico. Per l’autore, da sempre, conta la poesia, non certo i poeti (che sono i loro supporti stabili fino a un certo punto).

La prospettiva che interessa all’Autore è chiaramente enunciata da lui stesso, fin dalle prime pagine dell’ opus, in modo tale da non lasciare spazio ad equivoci:

«I poeti, dicevo. Naturalmente, non mi sono fidato né affidato delle / alle categorie di merito del potere culturale, che, pure, hanno una qualche loro evidenza. Circa il criterio di inclusione, ho dato priorità a chi ha vitalizzato il panorama culturale anche con un discorso critico e progettuale, o a chi consapevolmente ha collegato poetica e creatività; quindi ho scelto quegli autori, anche di un solo volume, le cui opere abbiano dimostrato l’emergenza di un “carattere” umano e letterario capace di offrire al lettore un evidente scarto e una chiara identità fondativi e stilistica, sia da parte di critici giunti tardi all’atto creativo che di cultori della poesia la cui corda temperamentale si sia espressa con un assolo. Insomma, o autori di molti libri che, nel loro percorso, abbiano almeno colto il senso del rinnovamento, o autori di un solo libro che siano andati oltre la velleità letteraria. A questo criterio ho tenuto fede, credo, con onestà intellettuale, evitando di evidenziare ogni forma di dilettantismo e di presunzione letteraria. Di ciò mi sono fidato e a ciò mi sono affidato, non considerando a priori i famosi “famosi” e gli oscuri “oscuri”, anche perché è impossibile stabilire una gerarchia assoluta nell’attuale e dell’attuale. Tuttavia, al di là del mio percorso di lettura, è doveroso offrire un quadro informativo della situazione in atto oggettivamente rilevabile» (pp. 11-12).

A prescindere dallo schema tassonomico da lui stesso costruito e costituito, Manescalchi sceglie di adottare la soluzione cronologica che già fu cara ad Albert Thibaudet: quella delle generazioni (teoria di derivazione sociologica poi ripresa da molti critici francesi successivi e infine accettata da José Ortega y Gasset). Per questo motivo, insieme alla discendenza poetica di due dei “maggiori” toscani (Mario Luzi e Piero Bigongiari) e alla cerchia di poeti intorno a Carlo Betocchi, Manescalchi inserisce nel suo progetto di indagine sulla diffusione della poesia la disamina della quarta e della quinta generazione del secolo scorso individuando in esse più che le contiguità o le somiglianze quanto le corrispondenze o le diversità per evitare di assimilare tutti i loro protagonisti in un unico calderone indistinto e ben poco fascinoso per i lettori.

E’ la dimensione della poesia che Manescalchi cerca di porre sul tappeto dei problemi. Non tanto (o non soltanto) che cosa sia poesia e che cosa non lo sia (alla crociana maniera come usava fino a tutti gli anni Sessanta del Novecento) ma il modo in cui la poesia ha innovato il suo linguaggio e lo ha messo in crisi, ha innervato la vita sociale cultural-politica del suo tempo, ha trasformato i suoi stilemi e li ha rivoltati nel passaggio dall’alba sulla torre eburnea della tradizione aristocratica e lirica della prima parte del secolo all’esplodere democratico e fluviale della lirica della seconda.

In questo divaricarsi della ricerca poetica, il libro di Maniscalchi trova la sua ragion d’essere e la sua capacità di cogliere dei filoni unitari laddove sembrerebbe regnare soltanto il caos e differenze di tono e di stile dove, invece, tutto potrebbe essere visto come un corpo unitario.

E così nel volume si susseguono le diverse sezioni: Poeti e Poetiche (pp. 33-148); La Polis (pp. 149-243); Stanze e distanze (pp. 244-321); Stesure (pp. 332-371); “Giubbe Rosse” e dintorni: all’ombra delle Muse (pp. 372-441) e, infine, le Mappe da p. 450 a p. 478.

Manescalchi è assai abile nel mescolare il discorso teorico con la storia dei diversi movimenti e gruppi organizzati fiorentini mentre fa intravedere di tanto in tanto, con voce singolarmente commossa, dei cammei di poeti che non ci sono più e ai quali è stato particolarmente legato (i casi di Gerla e di Vittorio Vettori sono emblematici).

Di particolare novità i profili e i testi riportati in Stanze e distanze: in essi l’elenco si fa mappa variegata del nuovo paesaggio poetico e dei suoi luoghi. Se le stanze sono spesso quelle dove i poeti vivono ed operano, le distanze possono essere a scelta quelle che naturalmente si frappongono nei confronti delle figure familiari (quasi sempre il padre e la madre scomparsi) o di animali domestici molto amati (quasi sempre un gatto ma, a sorpresa, anche un “vecchio ramarro” nel caso di Marcello Fabbri) o di luoghi e situazioni ormai oltrepassate e rese diverse da circostanze ambientali e personali (le oltranze – come le chiama l’Autore – e che vanno dal sacro di Giovanna Fozzer e Fornaretto Vieri all’etico ma profano di Rosaria Lo Russo o di Renzo Ricchi).

Allo stesso modo, in Poeti e poetiche, sono messi in fila in una specifica sotto-sezione, Tendenze, con piglio epigrammatico e se-duttivo, i poeti i più diversi che però possono essere ricondotti alla loro capacità di far tendenza, di articolare dei discorsi che spaziano dalla poesia civile alla “parola giocata”senza perdere di vista la tenerezza del vivere e la volontà di colpire al cuore l’avversario (formale e materiale) con il quale non possono più convivere. Nella stessa sezione, poi, in realtà, convivono egregiamente i Testimoni del tempo con coloro che del Tempo non vogliono più saperne e lo scartano con decisione in nome di Qualcosa che sia in grado di andare oltre di esso (la conquista della Storia come in Giuseppe Zagarrio, l’approdo al Divino come Margherita Guidacci, il rifiuto del Soggetto come Antonio Basile la cui poesia è tutta compresa dal fascino della comprensione delle filosofie orientali).

Il tentativo di Manescalchi risulta, alla fine, chiarito proprio nel momento in cui, costretto a confrontarsi con le inevitabili eccezioni, trova nell’elasticità della regola la chiave di volta del suo sistema critico. Ben lungi da limitarsi ad enunciare linee regionali o ammucchiate di poeti amici e confratelli, individua nella diffusione e nella concentrazione della poesia in un determinato periodo storico la possibilità di leggerne temi problemi e propaggini quale frutto di una situazione precisa e specifica ma non emergenziale o eccessiva. 

In questo modo, l’Autore fa salvo il principio della persistenza delle generazioni e le rende impermeabili alla dispersione che contraddistingue, invece, la loro lettura in chiave di individualità puramente lirica o parenetica o esoterica.-soteriologica

E, infine, come lo stesso Maneiscalchi non può che sostenere nella pagina finale del suo affresco:

«A conclusione di questo breve panorama [l’Autore si riferisce qui ai poeti più giovani dell’alba del Duemila] tratteggiato nell’attuale risulta chiaramente impossibile – come già si è accennato – esprimere giudizi di merito, e tuttavia è evidente che il metodo messo in atto da questi giovani poeti si pone all’avanguardia delle radicali modificazioni dei linguaggi avvenute con l’avvento di nuove forme di comunicazione, e si individua in fattivo progress l’emergenza del testo, nei suoi esiti, in rapporto al contesto di poetica. Anche perché, in un clima di “creatività diffusa”, a partire dagli anni ’80, il livello artistico globale si è confermato in un grande laboratorio koinetico nel quale le individualità hanno potuto evidenziarsi» (p. 449).

Ed è proprio in queste radicali modificazioni dei linguaggi che si può continuare a spesare in nome della e per la possibile, necessaria salvezza e continuità delle operazioni di poesia che si svolgeranno nel secolo che è appena cominciato.

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