Felice Muolo,”Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta”

di Francesco Sasso

Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta (Fermenti editrice, 2009) è l’ultimo libro di Felice Muolo, scrittore di Monopoli (Bari).

In questo lungo racconto, Muolo ci propone con rigore una ricerca: scrivere una storia che sia adatta ai bambini che agli adulti. La forte concretezza del tema trattato (l’adozione di bambini non italiani) si unisce alla ricerca delle forme più semplici della fiaba. Questo intento è ben visibile nelle scelte tematiche e formali de Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta. La voce narrante è quella della protagonista Pragasi, bambina indiana di sei anni adottata da genitori italiani:

 «Mi chiamo Pragasi. Sono indiana. Da tre anni vivo in Italia. Da quando arrivai all’aeroporto di Milano con un cartello appeso al collo, come un pacco postale. Su c’erano scritti il mio nome e quello del destinatario. Cognome non ne avevo. Ad attendermi, c’erano i miei genitori adottivi che vedevo in carne ed ossa per la prima volta» (pag.11)

La scelta fondamentale consiste nell’utilizzare il punto di vista infantile della bambina.

Pragasi non parla l’italiano, proviene da un orfanotrofio indiano e si incanta d’innanzi all’abbondanza di cibo di un self-service annesso alla stazione di servizio (“Davanti all’esposizione di una grande quantità di cibo, mai vista in vita mia, rimasi sbalordita. Mi passò la fame.”), scopre i costumi e le abitudini degli italiani, inizia una lenta battaglia contro i suoi fantasmi (l’abbandono e la povertà passata, la paura di un nuovo abbandono, l’incredulità dell’amore dei genitori adottivi, la diversità della propria pelle, la ricerca disperata di punti stabili).

Nella prima parte del racconto la “pittura” realistica della vita della bambina afferra per mano il lettore e lo inizia alle problematiche dell’adozione. Nella seconda parte del racconto invece i moduli sono decisamente fiabeschi, come per esempio l’arrivo improvviso di un treno magico con dentro un indiano adulto che invita la bambina a salire per fuggir via dai genitori adottivi e tornare così in India; o il topos della grotta dove la protagonista viene imprigionata con un cane nero come guardiano; per poi approdare al modulo scopertamente cinematografico (Marcellino pane e vino) in cui la protagonista, dopo una rocambolesca fuga, si rifugia in chiesa dove ha inizio un poetico dialogo con una madonna nera, la quale le rivela che anche Gesù fu adottato da Giuseppe e che tutti i bambini abbandonati sono figli della madonna, oltre che angeli multicolori (“anche marroni”).

Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta si può considerare un racconto di formazione e di iniziazione. Un racconto che aiuta a comprendere come sia faticoso il percorso di tutti quei bambini che subiscono il trauma dell’abbandono e dell’adozione. Qualità precipue sono la verità psicologica con cui Muolo rappresenta l’infanzia, di una sorprendente acutezza ed esattezza, temperato dalla semplicità e dalla fede nella bellezza della vita.

 f.s.

[Felice Muolo, Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta, Fermenti Editore, pp.73, €11,00]

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