STORIA CONTEMPORANEA n.29: L’attesa, l’oblio. Vittorio Catani, “Per dimenticare Alessia”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

L’attesa, l’oblio. Vittorio Catani, Per dimenticare Alessia, Torino, C_S Edizioni, 2007

Vittorio Catani è forse il più importante scrittore di fantascienza italiano vivente (la recente scomparsa dell’ormai anziano precursore Lino Aldani e il passaggio di Valerio Evangelisti ad altri genere letterari – il western, le storie di gangster italo-americani, il romanzo storico, le vicende sanguinarie e truculente di pirati del Mar Caraibi permettono di concedergli questa forse non troppo ambita palma). Tutta la sua opera letteraria, dagli Universi di Moras (Milano, Mondadori Premio Urania 1990) alla titanica raccolta di racconti L’essenza del futuro (Bologna, Perseo Libri, 2007) alla recente e splendida prova narrativa di Il Quinto Principio (Milano, Mondadori, 2009) sembrerebbe dimostrarlo. Eppure, tra una esplorazione dei mondi paralleli ricostruibili a volontà da un solitario viaggiatore nel tempo (Gli universi di Moras, appunto) e la Breve eternità felice di Vikkor Thelimon (contenuto, invece, in L’essenza del futuro), Catani ha voluto provarsi a scrivere anche un breve romanzo che un tempo si sarebbe detto mainstream.

Bildungsroman, come sostiene Silvia Treves, l’autrice della solida Introduzione che precede il testo dell’opera di Catani (purtuttavia l’arco di tempo in cui il romanzo si sostiene e si sviluppa dura tutta una vita), storia d’amore straziata e straziante (eppure è proprio con Alessia che il protagonista dell’opera, l’amore finirà per non farlo più), vicenda autobiografica e nostalgica di un tempo che non potrà più tornare, il romanzo di Catani ha come protagonista Leonardo Verrazzano (un nome che dovrebbe coniugare la genialità con lo spirito d’avventura e l’audacia del conoscere) che nasce a Brindisi e vive la propria giovinezza in questa importante città portuale pugliese sconvolta dalla guerra e profondamente trasformata dalla ricostruzione del dopoguerra.

Dopo essere rimasto lontano troppo a lungo dalla donna della sua vita, Alessia, una ragazza conosciuta a Bari dove Leonardo ha dovuto trasferirsi per avervi trovato lavoro dopo la repentina morte del padre, il Narratore decide di ricucire il rapporto rimasto interrotto e parte insieme in un viaggio verso i luoghi ancora spesso incogniti dell’Europa orientale all’epoca ancora patria del “socialismo reale”. Il viaggio conduce i due ex-amanti da Brindisi a Budapest lungo le rotte di una passione che rivela però la propria crisi profonda fin dall’inizio. Quello che avrebbe dovuto essere il replay di un amore e di un precedente meraviglioso viaggio in Austria si trasforma in un’odissea nuda, angosciosa, fatta di difficoltà alberghiere in quel di Budapest (dove gli hotel più belli risulteranno tutti pieni dal grande afflusso di turisti estivi) e dell’impossibilità ormai anche fisica da parte di loro due a ritrovarsi come erano una volta. Inoltre la capitale magiara si rivelerà ben diversa dal romanzo di Ferenc Körmendi letto da adolescente (Un’avventura a Budapest) il cui ricordo ne ha provocato l’evocazione straziata e piena di attese poi non certamente rispettate.

Nel mentre il viaggio si snoda tra Dalmazia, Croazia, Ungheria e Montenegro scattano a ripetizione una serie di flashback che riportano Leonardo al primo dopoguerra, sui banchi di scuola e alla sua complessa quanto gioiosa scoperta di una sessualità misteriosa ma incomprimibile.

«Aveva cinque anni (io qualche mese in più) e, sono convinto, tutto partì da lei. Ricordo: si chiamava Marina. Me ne innamorai incrociandola un mattino per le strette vie grigie della Brindisi annata 1946. Vestiva un cappottino blu scuro con basco alla marinara, la manina in quella del papà (un signore tozzo, stesso colore delle strade) e aveva la carnagione color oliva, come certe popolazioni indiane, anche se allora non potevo neppure immaginarlo. Per me Marina restò a lungo il primo lampo preormonale, l’intuizione di un magico astro lontano, più banalmente “la più bella del mondo” (come la descrissi ai miei). Poi ebbi modo di conoscerla, ma con delusione nessuno dei due riuscì a spiccicare parola (che cosa poteva saperne lei, così più piccola, di sentimenti elevati, pensavo). Anni dopo, in terza media, incrociai un’altra versione di Marina. Sedeva nella mia stessa aula, al banco di fronte, e oggi mi resta solo un cognome: Cecchini» (p. 8).

A Marina e alla Cecchini dalle “labbra cioccolato al latte e ben delineate” (p. 9), seguiranno altre immagini femminili: Irene, un “autentico demonietto” (p. 16) che costringe alle prime esplorazioni del corpo, la visione sensuale e fascinosa dell’oggi dimenticata attrice Franca Marzi, le ragazze “nude, calde e pure” di un film pseudo-documentario sul Mato Grosso, poi Isabella, conosciuta in un vagone letto durante un viaggio defatigante da Brindisi a Roma e contemplata mentre si masturbava in cuccetta, poi una callipigia Giovanna, definita felicemente “foca” (p. 41) e abbandonata ben presto per via dell’incontro fatale con Alessia con la quale finalmente scocca la scintilla di un amore che comprende e ingloba il sesso. La storia della folgorante relazione con Alessia, delle sue vicende sessuali e dei sotterfugi messi in opera per poterle mettere in atto, occupa molte pagine della storia. Solo una improvvida gravidanza da cui nascerà un maschietto, Valerio, pose fine ad una relazione incalzante, appassionata ed eroticamente torrida. Dopo l’allontanamento seguito alla nascita del bambino proseguito nel tempo per colpa della mancanza da parte di Leonardo di una matura assunzione di responsabilità nei confronti di madre e figlio, la volontà di riprendere il rapporto emergerà con forza ma con conseguenze disastrose. I due torneranno a Bari e il loro nodo d’amore sarà spezzato per sempre. Ma, prima di tornare in Italia, Leonardo vorrà andare a Titograd presso un Istituto di Storia Militare per verificare la verità degli incubi avuti a più riprese in cui comparivano sequenze di guerra e di morte di cui egli era lo spettatore e il cui protagonista era lo spietato comandante partigiano Stalattim. E’ forse una delle poche concessioni che Catani fa alla sua natura di scrittore di fantascienza con questo episodio latamente ESP di perdita e ricomposizione di un’identità altra:

«Dragan mi aveva portato giù, in una serie di scantinati con interminabili corridoi polverosi e file di scaffalature traboccanti faldoni e incartamenti. […] – Guarda lì – mi aveva detto – Non è molto, è tutto quello che ho trovato poco fa. C’era un nome, un cognome, una foto segnaletica sbiadita e un testo che non avrei saputo decifrare. Aggiunsi ad Alessia: – Petrovic ha letto e commentato tecnicamente varie cose ma io ne ricordo solo un paio. La foto è del comandante Pedrag Staljatin, pluridecorato al valor militare e caduto sul campo durante la guerra partigiana. – Non è lo stesso cognome, se non sbaglio. – E’ vero. Dragan mi ha spiegato che quello che ricordo io, Stalattim, non è serbo-croato anche se non esclude che potrebbe essere polacco, o di una delle tante repubbliche sovietiche. Ma mi ha colpito di più la seconda cosa… C’era la foto. C’era una faccia di fronte a me, sbiadita. Un po’ magra, capelli ondulati scuri. Gli occhi… mi fissavano da un abisso di vent’anni, penetranti, quasi irridenti. Mentre guardavo mi pareva quasi di ricambiare lo sguardo. Percepivo qualcosa che mi respingeva, che non riuscivo a spiegare. Pura autosuggestione, avevo pensato. In quel momento Dragan disse gridando: – Guarda un poco, Terrazzano, sembra proprio la tua foto. Forse scherzava, ma quasi mi sentii mancare» (pp. 91-92).

 

Sembra di essere all’interno di una storia di Dick o di Disch piuttosto che in una storia italiana di fantasmi…

Questo romanzo breve di Catani si conferma così, proprio per la compresenza in esso di un elemento fantastico e di un’allucinata redazione di una storia del presente, capace di suscitare interesse al di là dei temi in esso trattati. La sua lingua asciutta e mai compiaciuto, il suo stile nervoso e aderente alla realtà delle cose raccontate, il suo tono mai compiaciuto ma dolente nei confronti del dolore delle vicende mostrate ne fanno un libro che riesce a rendere nel lettore sensazioni e spunti di vita vissuta non facilmente paragonabili ad altre produzioni letterarie analoghe.

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