Il basso dei “marsa-lesi ” di Fabio D’Anna

di Antonino Conciliano

Fabio D’Anna, Il Marsalese, Libridine, Mazara del Vallo, 2008.

  

Nastro di Möbius I [1]

 

Il “marsalese” sezionato e inciso dallo stilo di Fabio D’Anna è una striscia di Möebius. Superficie a una dimensione. Senza spessore. Neanche un foglio di carta dove si distingue un retro e un avanti, un alto e un basso. Il suo soggetto è un tutt’uno con i tratti definienti della sua identificazione: le cose, le immagini e i clichés socio-comunicativi dell’habitat marketing classista che lo abitano e lo hanno determinato. È un’identità come una trama di tratti che si individuano nel muthos della casa, dell’estate, della vita sociale, della cultura, della religione, della politica, della famiglia, del sesso, della fiera, dei mercati, e del pensiero che non si nega “Le isole felici e l’arcipelago della speranza”.

I marsalesi sono, si potrebbe “apostrofare”, una soggettività branca-striscia di marsa-lesi e marsalisi che l’io enunciatore dell’autore riflette nella scrittura. Un’immagine riflessa nello specchio. Il famoso specchio (il romanzo) stendhaliano che riflette ora “l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani”. E se del “fango” non si può accusare né il portatore né lo specchio, di certo l’accusa può toccare piuttosto il pantano, e prima ancora – dice l’autore de Il Rosso e il Nero – “l’ispettore stradale che lascia stagnare l’acqua e formarsi il pantano”.

Una definizione retorica, un rethón letterario, dunque, il presupposto della superficie-Möebius, cui ricorre il “ritrattista” D’Anna, e una ékphrasis (descriptio, descrizione) metaforeggiante in itinere che non disdegna di qualificare ulteriormente il soggetto preso a tema della sua diegesi narrativa. La sua definizione dunque non è, come direbbe Aristotile, né nominale né reale, ma letteraria.  E questa letterarietà, a sua volta, si nutre di una netta e sostenuta vena ironica che tempera e stempera l’hônnete homme, il marsalese-cittadino – allegoria morale del bourgeois di stagione (“fenotipo”, dice Fabio D’Anna) – come un vuoto a perdere o un “utrumsit, sed contra, vacuum, quidest”, il quidest del marsalese:

«il marsalese  mostra il lato migliore di sé; indossata la maschera polverosa, e piena di buchi, del bravo marito e dell’ineccepibile padre di famiglia, recita a soggetto il copione della vita, tra compromessi striscianti e vuoti a rendere. […] Il girone femminile, invece, è parzialmente diverso. Le donne cercano di consolare la donna tradita con due atteggiamenti tipici: il primo si appunta sull’eventuale recupero delle arti amatorie della moglie, scomodando, tra una canasta e l’altra, gli improvvisati locali trattati di sessuologia – che spesso nascondono malcelate intrusioni nei particolari più scabrosi del menage coniugale: “…ma come, questo non lo fai? Ma allora, cara, non lamentarti se poi tuo marito guarda altrove…ma perché invece tu…?” – »;

Un egotico e narcisistico prodotto di mercato, il marsalese di D’Anna. Un pacco il cui involucro non contiene nessuna identità che non sia quel moi-même, rispetto a cui il dramma Nathan der Weise (Nathan il saggio) di Lessing non può che avere lo stesso epilogo. La stessa conclusione del processo noto come la storia dei tre anelli. La storia dei fratelli che avevano ereditato degli anelli e di cui uno solo, però, aveva la proprietà miracolosa di “rendere benvoluto chi lo possedesse”. Scoppia la lite per l’esclusività. Si inscena un processo. Il giudice, istruendo il dibattimento e il confronto, alla fine, però, sentenzia che tutti e tre i fratelli dicono il falso: ognuno ama solo se stesso. Ma come nella morale di Nathan der Weise è simboleggiata la distruzione della verità unica, alla stessa maniera, il racconto di Fabio D’Anna si chiude lasciando aperta la porta della speranza:

«Ciò nonostante, sotto la cenere covano rigurgiti di indignazione non ancora sopita, sono sassi dall’incerto tenore: si va dal qualunquismo sterile al senso di anarchia, dall’agnosticismo laico all’antipolitica, dalla voglia di studiare a quella di parlare, di scrivere, di recitare, di mostrarsi, di cacciare, non più in gola, la voglia di essere protagonista del proprio destino».

NOTE

 

(1) Nastro di Möbius I, di M. C. Escher (xilografia su legno di testa a quattro colori, 1961), in Douglas R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Adelpli, Milano, 1984.

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