QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.25: Oltre il buio, una poesia per la potenza della luce. Maria Benedetta Cerro, “Regalità della luce”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Oltre il buio, una poesia per la potenza della luce. Maria Benedetta Cerro, Regalità della luce, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 2009

« C’è chi pensa. Come forse sogna Maria Benedetta Cerro. Che uno scriba vestito di lino. Candido e puro. Di portamento regale. Come non è nei re di ordinario potere. Segna gli uomini. Sulla fronte. Sul petto di chi sospira e geme. Affinché venga riconosciuto e difeso. Salvato e riscattato. Mentre la Musa osserva. Per poi voltare le spalle alla tristezza. Ed ecco che allora il sole trafigge le fronti con la regolarità del ciclo. Anche se la minaccia dell’ombra ammala i bagliori nelle discese rovinose delle polveri. Delle ceneri. Nelle clessidre ingannatrici o impazienti. Che si pongono come rappole quando “attendi un tempo che non dovresti”. Si tratta del rovesciamento delle coordinate della percettibilità dove il verso “ode le invisibili voci”» scrive Giovanni Fontana (in L’uomo vestito di lino, Prefazione a Maria Benedetta Cerro, Regalità della luce, pp. 8-9).

La luce appare come la forma privilegiata della regalità della vita e, in questo suo essere luminoso e potente, si mostra come espressione e forma della poesia. Luce e capacità espressiva della scrittura poetica tendono, allora, a coincidere.

C’è nella scrittura di Maria Benedetta Cerro un senso di forte inquietudine che si trasforma in aspirazione e desiderio di infinito, di luminosità protratta e aperta al senso e alla possibilità di futuro che cerca di escludere il buio dell’angoscia e dell’impotenza a vivere.

«Nel buio fitto la figura / che sale i labirinti a pioli / a quale sommità / dispera di giungere / e piedi abbracciare / prima di toccare / fresca di pianto la guancia / con amare labbra. / Forse il cammino rovinoso / e stanco porta all’edicola vuota / presso il muro che sogna / rampicanti accesi» (p. 26).

Il mondo è sempre ricoperto dal buio dell’angoscia, della paura, della non-conoscenza. In esso bisogna farsi strada sia pure a fatica e salire le scale “a pioli” che si inerpicano verso una possibile (anche se parziale) salvezza. Ma anche l’ascesa è fatta di labirinti in cui è facile perdersi prima di giungere alla verità delle passioni e dei sentimenti, alle guance fresche “di pianto” alle quali attingere la forza per continuare. Il “cammino” che porta all’”edicola vuota” è quello di chi ha perso la speranza di uscire dal labirinto della vita che si sviluppa e si dispone tutta in orizzontale mentre vorrebbe salire alta come rapida fiamme che scavalca il muro d’accesso all’eternità dell’arte.

«Invecchio con gioia. / Una consapevole salita / – non discesa – / verso la leggerezza della vita. / Ho fatto largo intorno / perché potessero specchiarsi / nel reciproco amore /    il cielo e l’erba. / I cipressi solenni / e le querce ariose sorvegliano / i pini dall’opposta riva. / Perché il mio prato è un mare / e il suo respiro è ondoso. // Vi è al centro un rogo che perenne brucia l’incenso / bianco della mia pienezza» (p. 25).

Quel “rogo perenne” è la poesia che sola può condurre alla pienezza. Il resto – la natura e la sua bellezza, le dinamiche che la creano e la dinamizzano, gli opposti che si congiungono (il cielo e l’erba, ma anche il prato ondoso e il mare, la vita e ciò che la costituisce e la caratterizza) sono gli elementi che vanno a costituirla. In queste poesie della Cerro, la sostanza della poesia scritta si fa incandescenza della vita vissuta e l’ascendere del verso è il pendant della leggerezza goduta dell’esistenza. Cercare di ascendere all’altezza regale (del verso compiuto) è l’ambizione profonda di questa scrittura sognata e solo apparentemente dimessa che preferisce “ardere, piuttosto che spegnersi lentamente”. In tutto il libro, l’angoscia dell’esistere si scontra con la bellezza (altrettanto intensa) dell’esistere e il loro cortocircuitare frequente e lancinante produce il verso – straziato, ma non straziante che dice contemporaneamente quella leggerezza e quel dolore.

Forte è allora la tentazione di andare da una parte o dall’altra, oscillare tra dolore e sogno o desiderio e prendere posizione con essi:

«Non così monotona / ma bellicosa l’angoscia / e persino estrema. / Uno che a testa bassa / fissa il manto sconnesso della via / e non vede dove porta. / Uno che non vuole dietro / altro che il suono del suo passo / e la sua ombra. / Cosa spera di trovare ancora / oltre l’involuzione del grido?» (p. 27).

La tentazione è quella di evocare Evdard Munch e il suo Grido di Oslo – simbolo estremo dell’angoscia contemporanea. Ma in questo testo che pure parrebbe trovarvisi a suo agio non c’è disperazione insanabile. L’angoscia è “bellicosa” – tiene fermo al conflitto e alla rabbia che si porta dentro ma non recede. Non si guarda indietro e non demorde. Gridare non l’assolve dal suo compito di scrivere (così come non ha assolto Munch dalla sua missione assoluta di pittore). Puntare sempre su se stesso è, invece, ancora il progetto della sua scrittura accorata e tenace.

«Per l’arida cenere in cerca della rosa / nel grembo che impara la vita / sulle imposte che sdegnano la luce / sugli avanzi delle torri / e nei labirinti di squamosi fiori. / Il candelabro al centro / perché ogni angolo veda / e sia incontenibile il fuoco / sino all’estremità dell’istante. / Perché dal centro del fuoco / la parola che taglia l’aria / con la sua purezza / ogni volta che il tempo / batte le sue ore / scaglia per le altitudini / il suo pugno di lode» (p. 79).

E’ quello che accade in uno degli ultimi racconti di Jorge Luis Borges, La rosa di Paracelso, dove la cenere rivive e risorge come rosa fresca e vivente dopo aver consumato il fiore e averlo trasformato in polvere. Qui è la cenere a voler diventare rosa ancora una volta, a ritornare nel grembo inesausto dell’esistenza naturale, a cercare la luce che gli dà calore e sostanza di vita.

Il candelabro illumina il mondo reale e lo trasforma in sostanza incandescente di fuoco – la luce conosce e il fuoco produce ciò che dura più del loro incandescente connubio allo stesso modo in cui la parola cerca la propria irrelata purezza per andare al di là del tempo e della storia per farsi anch’essa luce capace di attraversare e trasformare le coscienze.

La Parola che è Logos (e, quindi, Fuoco inesauribile e lampante) rinnova la rosa e il suo nome assoluto mediante la resurrezione del suo sogno. Maria Benedetta Cerro crede nel valore salvifico della Parola e se ne fa campione fino a sfidare la sua assoluta distruzione – rischio totale giocato contro la sua salvezza totale.

«Chiudi. / Fuggiranno i nostri dialoghi / vicini al silenzio / e della morte inesperti. / Sperimenta il lampo / quando lo sguardo / in luogo della parola / trafiggerà la mente. / Non insistere nei dettagli: / il tempo non guarisce. / Non scrivere, non pensare. / Ciò che avresti detto / è già scritto. / Ed è incomprensibile come l’orrore» (p. 48).

“Il tempo non guarisce” – solo la parola è in grado di farlo. Solo dire il Male accetta e ricompone il passaggio lo scarto e la paura. Lo sguardo si pone “in luogo della parola”. Il silenzio si trasmette allo stesso modo del discorso che si rovescia su se stesso per ricomporsi e adattarsi al tempo che non dura. Tutto è oscuro come l’Orrore ma anche l’Orrore ha fine (non ha mai principio, purtroppo, altrimenti si saprebbe come esercitarsi su di esso subito, senza attendere la remissione finale o la salvezza incombusta che lo sconfigge fin nelle profondità del suo grembo insensato).

Tutti, anche i poeti, sono inesperti della morte (come dell’amore e del trionfo dell’estasi).

Ma la poesia trionfa del silenzio nel momento in cui è capace di sottrarsi all’Orrore della Morte-in-Vita. La rosa della parola nuda si congiunge così all’assolutezza della scrittura che si pronuncia così sul destino di chi scrivendo ne accetta l’imperio e l’assoluzione. E così accade:

«Non ti chiamerò e non verrai. / Non ti concedo di chiamare. / Questo sciocco inizio dell’angoscia / ha trovato più felici porte. / Ricorda: più avanti della gioia / è l’eterno maturare di un disegno. / La parete nuda, la chiave come pegno / e senza lanterna verso un sogno andare / che alla vita somiglia. / Solo più volubile / e più straniero il tempo. / Non bussare. / E’ stato a questa soglia imposto / un vigile divieto. / Leggi. E’ la parola / il cardine e la spranga» (p. 19).

E’ proprio quello che tutti vogliamo che sia.

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