STORIA CONTEMPORANEA n.31: A passeggio con se stesso, a ritroso nel tempo. Luigi Fontanella, “Controfigura”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

A passeggio con se stesso, a ritroso nel tempo. Luigi Fontanella, Controfigura, Venezia, Marsilio, 2009

 

 “Mi piacerebbe che il lettore leggesse questo romanzo lentamente” – scrive l’autore nella nota che precede il testo del suo romanzo (poche brevi frasi intessute di ringraziamenti ed altro).

Non è stato possibile sempre seguire questa indicazione (dato che spesso le pagine si susseguivano a un ritmo così incalzante da richiedere una lettura sempre più veloce) ma se ne è recepito il senso e la volontà sottesa – quella di mostrare il tempo del romanzo in relazione al tempo delle storie personali e della Storia che alla fine ingloba e sussume dentro di sé ognuna di esse.

Non è da tutti – come avviene, invece, in questo caso – scrivere di se stessi come se si fosse un altro diverso e lontano da sé e non farlo in maniera direttamente ed esplicitamente autobiografica. Eppure è proprio quello che accade nel primo romanzo di Luigi Fontanella (in realtà lo studioso romano un altro quasi-romanzo lo aveva già scritto ed era stato Hot-Dog, Roma, Bulzoni, 1986, ma il suo autore preferisce definirlo diario-racconto).

Controfigura è, invece, romanzo in senso stretto; eppure la sua componente biografica sia per le vicende narrate che per le letture che rivela in evidenza (e in filigrana) nel suo divenire processo letterario è lampante e non credo venga considerata scarsamente importante dallo scrittore.

Ma non è il caso di insistere più di tanto su questo dato che è assai meno importante della ricerca linguistico-materiale presente nel libro.

Il punto di partenza è un “manoscritto ritrovato” (uno spunto di partenza non poco frequente nella narrativa italiana a partire da I Promessi Sposi in giù fino a Gadda e ad Arbasino!).

«Non avrei mai cominciato questa storia se non avessi ritrovato fra le mie carte un vecchio taccuino, del quale erano rimaste soltanto poche pagine. Vi avevo abbozzato, tanti anni fa, un progetto di romanzo. Si tratta di una decina di pagine che per la mia inveterata abitudine a conservare quanto sono andato scrivendo o semplicemente appuntando nella mia vita, avevo poi riposto, e praticamente dimenticato, in un cassetto insieme con altre carte, foto e biglietti. Le pagine più interessanti sono le prime due. Vi avevo disegnato una scaletta di eventi che avrebbero dovuto costituire l’ossatura del racconto: spunti e appunti per i vari capitoli attraverso cui si sarebbe sviluppato il romanzo. La prima presenta, in alto a sinistra, luogo e data in cui furono scritte queste note: Roma, 20 settembre 1973. Penna usata: una stilografica a inchiostro azzurro; un amore per questo tipo di penna che risale ai primissimi in cui ho imparato a scrivere in modo decente» (p. 7).

Il ricordo delle circostanze in cui sono state redatte le note in inchiostro azzurro che risaltano sul taccuino si fonde con quello della sequenza iniziale di una pellicola cinematografica di dieci anni prima: è la celebre scena del tram fermo e attraversato da una luce bianca e allucinata che dà l’idea di un incubo in pieno giorno che apre 8 e ½ di Federico Fellini (il film è, infatti, del 1963 ma proprio quella scena verrà ripresa, tel quel, in un film di Woody Allen, Stardust Memories del 1980).

A partire da questo mitopoietico viaggio in tram attraverso Roma, scatta l’impulso narrativo che spingerà chi scrive a ripercorrere in maniera paziente e dettagliata l’itinerario previsto in quell’abbozzo di romanzo. Rovesciando le carte usuali nella pratica letteraria, il Narratore si farà “controfigura” del personaggio di cui avrebbe dovuto raccontare le res gestae.

«Il tram con Lucio Grimaldi dentro infine si muove. E oggi a me non resta che seguirlo… Le vaghe note del taccuino mi dicono che avrebbe dovuto compiere una lunga passeggiata in città.Una specie di vagabondaggio in strade e luoghi che gli erano familiari, a cominciare dal quartiere Flaminio, dove ero vissuto da ragazzo. Dentro il taccuino c’è una piccola pianta di Roma sulla quale avevo segnato con un pennarello il percorso che Lucio avrebbe compiuto a piedi. Non solo. Al tempo in cui vergavo questi appunti scattai varie fotografie che ho ritrovato dentro una busta annessa al taccuino. Fa un certo effetto rivedere queste fotografie in bianco e nero, che ritraggono alcuni momenti e luoghi della passeggiata di Lucio. Probabilmente queste foto mi sarebbero servite per meglio mettere a fuoco questi luoghi e gli stati d’animo dei vari personaggi. Non è escluso che le volessi utilizzare all’interno del romanzo, nel caso fosse stato pubblicato» (p. 20).

Le fotografie come integrazione, arricchimento e integrazione della storia narrata non può che richiamare alla mente i romanzi surrealisti di André Breton (Nadja, L’amour fou) dove le immagini fanno parte del testo e lo accompagnano come testimonianza della verità di ciò che emerge dall’inconscio.  Il proposito del Narratore è comunque subito esplicitato nel prosieguo del capitolo:

«Voglio rifare questa passeggiata, accompagnando Lucio come un’ombra: voglio essere la sua controfigura, né più né meno, come quegli attori chiamati a sostenere, al posto del protagonista di un film, scene particolari che richiedano abilità specifiche che l’altro non possiede. In questo caso si tratta di far rivivere Lucio a modo mio, al modo mio di oggi, perché quel Lucio non c’è più, e io non sono più quel giovane nel quale mi identificavo. Tutto sommato questo mi dà un vantaggio: quello di essere più libero, nel corso della mia passeggiata, nella ricezione di cose e persone, che in un certo senso mi appariranno come se le vedessi in un binocolo rovesciato ma anche, ogni qual volta decidessi di rimettere il binocolo per il suo verso, le osservassi comodamente molto da vicino, mettendone a fuoco dettagli e sfumature» (pp. 20-21).

E la passeggiata comincia: parte dai dintorni di Villa Borghese, una domenica di giugno, e precisamente da via delle Belle Arti, di fronte alla chiesa di Sant’Eugenio dove terminerà qualche ora dopo, a notte fonda. Durante il percorso, Lucio Grimaldi ricorderà le donne che ha conosciuto nella propria vita, incontrerà dei vecchi compagni/e di scuola, penserà a cosa gli sarebbe potuto succedere se un’automobile lo avesse investito in via Magnanapoli (simulando di essere un personaggio di William Faulkner o di Domenico Rea in Una vampata di rossore), rammemorerà persone e situazioni bizzarre e perturbanti della sua esistenza passata (come Marika di cui vengono rievocati il cous-cous e la propensione per la danza del ventre). Sono donne, comunque, a emergere dai ricordi sia in carne e ossa che come fantasmi sprofondati nell’oblio di un passato straziato e nostalgico. Saranno Willow Carley con la sua vocazione all’astrologia protagonista di un divertito quanto boccaccesco  episodio di seduzione in cui il carattere di Lucio viene fuori da un dettagliato esame della sua “natività” o Patrizia Emmer che, rivista dopo tanti anni e dopo un rapporto amoroso struggente e fondato sulla condivisione per l’amore della poesia, si rivela una studiosa di semiotica grassa e petulante (e si guadagna così il nomignolo di Pallapatrizia!). Saranno Mara Ciukleva, attrice bulgara, di Plovdiv, comparsa per l’ultima volta in La città delle donne di Fellini e di cui Lucio si era ripromesso di scrivere una biografia senza riuscirci e l’avara Elsa, sempre pronta a spingere il poco proclive Lucio a investimenti e “movimenti” bancari.

Certo, ci sono anche uomini (come il mitico professor Fabrizio Boni e la sua evve moscia o poeti e pittori forse altrettanto facilmente identificabili se fosse necessario – ma non è certo qui il caso di farlo) ma sono le donne amate e poi sospinte nel limbo degli amori finiti e un po’ sciupati a colpire maggiormente l’attenzione del lettore (sembra di assistere ad una delle rappresentazioni del “teatro magico” che chiude la storia di Harry Haller in Il lupo della steppa di Hermann Hesse). E, infine, ci sono i libri letti, citati, ammirati e utilizzati nel corso della vita per trarne massime di saggezza o ispirazioni all’azione: dall’amato Svevo (e la sua definizione di morte come “ordinatrice” della vita) all’altrettanto amato Tommaso Landolfi la cui casa avita in Pico (ora provincia di Frosinone) era stata teatro di un tentativo di visita clandestina poi andata a male; da Murilo Mendes di cui si citano dei versi splendidi a Guido Cavalcanti e della sua “ballatetta”  Perch’i’ no spero di tornar giammai (ballatetta, in Toscana, va’ tu, leggera e piana, dritt’ a la donna mia, che per sua cortesia ti farà molto onore), una delle più belle della tradizione lirica classica italiana.

Tra donne e libri, tra ricordi lievi e momenti angosciosi, la passeggiata di Lucio non “conclude” (e, d’altronde, come potrebbe?). Al suo termine, il suo Narratore si ritrova negli Stuti Uniti, a fort Jefferson, sua residenza abituale, a riflettere sul futuro:

«A letto ripenserò al tempo inesorabile che non riesco a vivere senza angoscia; ripenserò a questa giornata terminata, ma, questa volta, lo farò con un filo di speranza, un filo d’amore tenace che mi lega a questo mondo, ai suoi fallimenti, alla sua insensatezza, alla sua enigmatica sapienza, alla sua casualità, alle bassezze alle gioie alle sofferenze, e anche alla straziante bellezza di tutto il creato. Allora mi dirò che tutto quanto abbiamo amato intorno a noi forse non cesserà mai d’esistere» (p. 174).

Allora, il resto sarà silenzio.

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