E. RAIMONDI, “La critica simbolica” in “Anatomia della critica” di Northrop Frye

[Ho riletto l’opera fondamentale del canadese Northrop Frye (1912-1991), Anatomia della critica, apparsa nel 1957 (traduzione italiana nel 1969). Lo studioso propone una complessa sistemazione letteraria, recuperando Aristotele e la tradizione classica, rivisitata in una prospettiva antropologica e psicanalitica (concezione archetipica di Jung).

Non sono in grado di riassumere qui il pensiero di Northrop Frye. Quindi trascrivo alcune pagine di Raimondi che con chiarezza scrive: (f.s.)]

«Anche qui si muove dal concetto di rito e si ravvisa in esso l’origine del racconto, essendo il rito una sequenza temporale di atti con un significato recondito, laddove invece le strutture di immagini sono frammenti di significati, di origine oracolare, che derivano da un istante epifanico, senza rapporto diretto col tempo. Il mito è forza centrale  che dà significato archetipica al rito e racconto archetipica all’oracolo; e perciò il mito equivale all’archetipo, sebbene propriamente il mito si riferisca al racconto e l’archetipo al significato.

Così, nel ciclo solare del giorno, in quello stagionale dell’anno e in quello organico della vita si dà un unico modello di significato, donde il mito costituisce un racconto centrale intorno a una figura che ora è il sole, ora la fertilità vegetale, ora un dio o un eroe. Siccome questo mito solare si distribuisce in quattro fasi, si può ricavarne subito una tavola fondamentale quadripartita. La prima fase corrisponde all’alba, alla primavera e alla nascita; accoglie i miti della nascita dell’eroe, della resurrezione e della vittoria sulle forze delle tenebre, sull’inverno e la morte; ha come personaggi secondari il padre e la madre, e costituisce l’archetipo del romance, o romanzo lirico. La seconda, che è il momento dello zenith, dell’estate e del matrimonio, coi miti dell’apoteosi, delle nozze sacre e dell’ingresso nel paradiso e coi personaggi secondari dell’amico e della sposa, definisce l’archetipo della commedia, della pastorale e dell’idillio. La terza, archetipo della tragedia e dell’elegia, si apparenta al tramonto, all’autunno e alla morte e porta i miti della caduta, della morte violenta, del sacrificio e dell’isolamento, coi personaggi subordinati del traditore e della sirena. La quarta infine suggella l’archetipo della satira come momento dell’oscurità, dell’inverno e della dissoluzione, a cui si accompagnano i miti del diluvio, del ritorno al caos e della sconfitta, sottolineati dalla presenza accessoria dell’orco e della strega.

A giudizio del Frye, la tendenza del rito e dell’epifania alla soluzione enciclopedica si attua pienamente nella materia definitiva del mito che struttura tutti i testi sacri della tradizione religiosa, a cominciare, si capisce, dalla Bibbia; e pertanto il critico letterario dovrà partire da essa, appellandosi sempre a questa “letteratura” esemplare, per scendere legittimamente dagli archetipi ai generi e vedere soprattutto come il dramma emerga dal lato rituale del mito e la lirica da quello epifanico, di fronte all’epica che vuole continuare invece una costruzione enciclopedica. In ultima analisi il mito primario della letteratura coincide, nei suoi aspetti narrativi, col mito della ricerca, la “quete”, mentre se si ragiona in termini di significato, diviene la visione dello sforzo collettivo, del mondo innocente dei desideri adempiuti, della libera società umana. Tale visione può essere a sua volta comica o tragica secondo che la ricerca s’innalza a un universo redento o segue il tracciato del proprio ciclo naturale. E in rapporto ad essa si ottiene un secondo prospetto di cinque sezioni, ordinate nei quadri gerarchici della “ grande catena dell’essere”. Nella visione comica il mondo umano è una comunità o un eroe che rappresenta l’auto-realizzazione del lettore, con gli archetipi delle immagini del banchetto, della comunione, dell’ordine, dell’amicizia e dell’amore; in quella tragica è l’anarchia, la tirannide, o un uomo solo, l’eroe abbandonato e tradito. Quando al mondo animale, la visione comica accoglie una comunità di animali domestici (pecore o colombe), archetipi di immagini pastorali, in contrapposizione alla visione tragica dove prevalgono gli animali da preda: lupi, avvoltoi, serpenti, draghi… Il mondo vegetale della visione comica è un giardino, un parco, un’alba della vita, una rosa, quali archetipi di immagini arcadiche; mentre in quella tragica è una foresta sinistra, una solitudine, una brughiera, un albero di morte. Continuando ancora, il mondo minerale è per la visione comica una città, un edificio, un tempio, una pietra preziosa, archetipi di immagini geometriche, e in quella tragica si presenta invece in figura di deserto, rovina, roccia, o immagini geometriche sinistre nel genere della croce. E per concludere, si arriva al mondo informe, che nella visione comica è il fumo, laddove quella tragica lo trasforma in mare, così come il mito narrativo della dissoluzione diviene spesso il mito del diluvio e la combinazione di mare e immagini feroci produce il leviatano o altri mostri degli abissi.

Chi ha letto Anatomia della critica sa bene che la critica degli archetipi come teoria di miti, di cui il capitolo di Fables of Identity disegna solo i meccanismi più grossi, va poi integrata con una critica storica dei modi, una critica etica dei simboli e una critica retorica dei generi; ma anche in questo contesto più largo, essa occupa un posto preminente poiché solo dalla sua logica può venire l’unità di un sistema in cui si inverino finalmente tutte le procedure tradizionali dell’analisi letteraria e in virtù del quale la letteratura torna a essere un unico, grandioso organismo, dotato di forme e leggi costanti» (E. RAIMONDI, La critica simbolica, in Aa. Vv., I metodi attuali della critica, a cura di M. Corti e C. Segre, Torino, ERI, 1970, pp. 82 sgg.)

f.s.

Annunci