STORIA CONTEMPORANEA n.32: Riflessioni necessarie su Giuseppe Berto. Aa. Vv. “Giuseppe Berto: Thirty Years Later” a cura di Luigi Fontanella e Alessandro Vettori

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

Riflessioni necessarie su Giuseppe Berto. Aa. Vv. Giuseppe Berto: Thirty Years Later (Atti del convegno internazionale della Fordham University at Lincoln Center, New York, 1 novembre 2008), a cura di Luigi Fontanella e Alessandro Vettori, Venezia, Marsilio, 2009

 Nonostante siano trascorsi già trentadue anni dalla prematura scomparsa di Giuseppe Berto. Manca ancora in Italia una monografia che renda conto in maniera più precisa e puntuale della sua scrittura letteraria, dei suoi molteplici interessi e della sua poetica di narratore umorale e aggressivo, capace di illuminazioni profonde e straordinariamente ricche di pathos. Manca uno studio sulla sua produzione giornalistica e manca soprattutto la storia non superficiale del suo rapporto con la produzione cinematografica che lo portò a collaborare con molti registi, maggiori e minori. Sono sue, infatti, le sceneggiature di Gelosia (1953) per Pietro Germi (un adattamento di Il marchese di Roccaverdina di Luigi Capuana) come pure il soggetto originale di Anonimo veneziano (1970) per Enrico Maria Salerno (un film che scontentò la critica ma convinse molto pubblico ad andare a vederlo) e quello di Oh, Serafina! (1976) per Alberto Lattuada (un’occasione forse mancata quest’ultima per entrambi).

La giornata del 1 novembre 2008 (trasformata poi nel volume che ne raccoglie gli Atti) è un’occasione preziosa per tornare a discutere di uno scrittore ribelle, inquieto e spesso anarchico nei risultati e nei mezzi utilizzati che gran parte della critica letteraria italiana “di sinistra” liquidò troppo presto come appartenente all’altra parte, alla destra (quando non fece di peggio – è celebre l’epiteto di “stronzo” lanciatogli in pubblico da Dacia Maraini che portò a un processo il cui esito non fu, però, positivo per Berto).

Come scrive Luigi Fontanella nel suo Discorso inaugurale (alle pp. 11-18 del volume):

«C’è infine – ma non alla fine, qui passo alla terza e maggiore motivazione – da considerare che la presenza di Berto nelle nostre patrie lettere è spesso stata viziata o condizionata ideologicamente. E qui sfondo una porta aperta. Agli occhi dell’establishment italiano uno scrittore non allineato, fieramente intransigente come Berto, appariva quanto meno uno strampalato eslege. Un condizionamento pesante. Ricordo personalmente che nei miei anni universitari romani alla Sapienza fra il 1967-1969, tutti trascorsi all’insegna di un’ideologia pararivoluzionaria, il nome di Berto era vietato. Aveva avuto l’ostracismo da parte di patriarchi assoluti quali Moravia, Pasolini, Milano ecc. e dunque, soprattutto in seguito alla pubblicazione di un libro come Modesta proposta per prevenire (Rizzoli, 1971), Berto appariva come un reazionario: insomma, un qualunquista; quest’ultima era, insieme a fascista, la parola usata da noi sessantottini quando si voleva immediatamente bollare o mettere a tacere qualcuno che non la pensava come noi. Ancora oggi, ahimè – sebbene in misura decisamente minore – questo termine viene erroneamente usato»

(pp. 12-13).

Sull’ideologia politica di Berto il discorso è ancora aperto e ancora irrisolto come pure sulla sua tecnica di scrittura narrativa e sulla sua evoluzione di autore capace di passare dal forte sperimentalismo di Il male oscuro allo stile piano (anche se densamente costruito e intrecciato di conversation pieces  e di vicende quotidiane) di testi come Anonimo veneziano (la sceneggiatura del film pubblicata poi a guisa di romanzo, anzi – come si direbbe oggi – di novelization) oppure Oh, Serafina! per concludere con lo stile alto e potentemente evocativo di La gloria.

Ancora Fontanella conferma questa difficoltà a chiudere il discorso sullo stile di Berto:

«In quel torrenziale coacervo ch’è Il male oscuro, ma sempre intensamente controllato da Berto, fluiscono i temi e i tempi, i modi e i moti, che caratterizzarono la vita letteraria e personale dell’autore. Volendoli concentrare in alcuni “stemmi”, cui Berto fu sempre fedele e che ad essi sempre si attenne caparbiamente, ebbene direi che essi si possono coagulare nei seguenti: la ricerca della Purezza; l’affermazione irriducibile di un sentimento autentico; la presenza del Male e del Dolore, che si manifesta attraverso un contrastato dissidio criptocattolico (di cui Berto non si liberò mai); l’urgenza del dire e del dirsi, dal quale deriva quell’infinita elucubrazione svolta in lunghissimi periodi monologanti che alcuni critici, sbagliando, hanno ricollegato a Gadda, a Joyce e a Svevo, mentre io credo che solo a quest’ultimo si possano in qualche misura ricollegare certi leitmotiv bertiani, come il rapporto conflittuale col padre, la psicoanalisi, la malattia versus la salute (che poi corrisponde – soprattutto in Svevo – alla vecchiaia-malattia e alla giovinezza-salute). Quest’ultima, nel caso di Berto, si identificava addirittura con l’adolescenza (si veda oltre al Male oscuro, alcuni dei suoi racconti, e poi soprattutto La cosa buffa» (p. 16).

Della presenza e dell’esorcizzazione del Male parla distintamente Alessandro Vettori nel suo saggio dedicato a Libertà e predestinazione nell’opera di Berto (pp. 71-79) così come fa Francesca Parmeggiani analizzando uno dei testi “maledetti” dello scrittore di Mogliano Veneto (Berto intellettuale eccentrico: intorno a “Modesta proposta per prevenire”, pp. 41-47) e individuando nella fragilità intrinseca della democrazia italiana uno dei punti nodali della sua messa in crisi allo scadere degli anni Sessanta. Più intesi all’analisi della scrittura di Berto sono, invece, altri saggi presenti nella raccolta. Quello di Giacomo Striuli (Giuseppe Berto’s Pursuit of Selfhood and Literary Glory: A Didactic Contribution, pp. 61-69) analizza il desiderio di gloria letteraria mai sottaciuto da Berto e ne dimostra la linearità linguistica del dettato tale da farlo proporre come autore ottimale per l’insegnamento della lingua italiana (caso emblematico, a dire dell’autore del saggio, è l’edizione Houghton Mifflin del 1976, a cura di R. J. Rodini, di Le opere di Dio, un romanzo del 1948 ma scritto nel 1944). Il progetto di ricostruzione di Francesco Ciabattoni, invece, dal titolo Narratological Aspects of Giuseppe Berto’ s “La Gloria” (pp. 81-89) si concentra maggiormente sulla fase terminale dell’attività letteraria dell’autore trevigiano e individua nella figura di Giuda che è al centro dell’ultimo romanzo pubblicato in vita dallo scrittore il fuoco fondamentale di una ricerca iniziata da tempo e lungamente perseguita. Il personaggio di Giuda come specchio che riverbera e riflette in maniera biunivoca la figura del Cristo (l’uno sarebbe impossibile senza l’altro) viene letto in modo molto vivo e interessante da Ciabattoni alla luce delle interpretazioni della critica neo-testamentaria e dell’esegesi letteraria di Jorge Luis Borges.

Cesare De Michelis, infine, attento studioso da lungo tempo dell’opera dello scrittore veneto, nel suo Umanità di Berto (pp. 21-39), ricostruisce il percorso della vita attraverso le sue opere e scandisce, mediante esse, una sorta di itinerarium mentis dalla giovinezza alla morte. Anche per De Michelis, Il male oscuro è il nodo centrale della sua produzione. Ma anche le opere successive, nonostante la manifesta inferiorità rispetto al suo capolavoro, non possono essere trascurate dal critico e non vanno viste come operazioni alimentari o ripetizioni del già detto. Il caso di La gloria è esemplare al riguardo ma non si possono accantonare testi tutto sommato importanti come La cosa buffa o i testi raccolti in Colloqui con il cane (pubblicati postumi nel 1986 proprio da De Michelis):

«Nel dramma L’uomo e la sua morte (1963) un personaggio dice aggressivo e severo allo scrittore intimidito e meschino che ha pubblicato qualcosa: “Oggi non si sono più faccende mie o tue o sue, ma le faccende di ognuno sono faccende di tutti“ e poi insiste, per avere fortuna “bisogna saper osare nella vita”. Gli scopi terapeutici del dialogo coll’analista [contenuti in Il male oscuro]» finiscono per diventare persino ridicoli, giacché la salvezza del singolo dipende dalla trasformazione del mondo, da un cambiamento così generale e profondo che svela la miseria della sofferenza individuale, la sua insignificanza nell’universo di dolore che la circonda. Berto elegge Svevo e Gadda a suoi numi tutelari, emblemi della pregnanza del senso e della libertà quasi sperimentale della sua scrittura: mima il monologo interiore cancellando quasi ogni segno di interpretazione, accentua l’urgenza del suo raccontare sostenendo il ritmo teso del periodo per pagine e pagine; riprende il fiato di rado, ma ha limpido il disegno in ogni momento, tanto che il racconto procede svelto e appassionante fino alla fine» (p. 36).

La tensione narrativa e la capacità di andare fino in fondo nel racconto di sé caratterizzano, dunque, secondo De Michelis, la dimensione umana della scrittura di Berto. Completa il libro una ricca testimonianza di Goffredo Buccini, L’Italia di Berto, ieri e oggi (pp. 49-57), un’intensa e appassionata difesa di Berto contro la “sua” Italia.

Questo volume, infine, serve a riaprire un discorso forse troppo bruscamente interrotto sullo scrittore di Mogliano Veneto ed è sicuramente una sorta di sistemazione organica dello stato della critica su di esso. Rileggere ancora e di nuovo Berto sarà certamente utile non solo per gli addetti ai lavori della critica e per gli storici della società italiana ma per tutti coloro i quali vorranno rivisitare così una straordinaria esperienza umana e letteraria.

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