Rivoluzioni, teoremi e Intellettuali radicali. Slavoj Žižek, “In difesa delle cause perse” – Zygmunt Barman, “Capitalismo parassitario”

Punire gli oppressori dell’umanità: questa è clemenza.
Perdonare loro sarebbe barbarie. Il rigore dei tiranni
ha come fondamento soltanto il rigore: quello del governo
repubblicano ha invece come sua base la beneficenza.

Michael Crichton (Preda)

Non c’è rivoluzione senza rivoluzione
Robespierre

di Antonino Contiliano

Slavoj Žižek, In difesa delle cause perse, Ponte alle Grazie, Milano, 2009.

Zygmunt Barman, Capitalismo parassitario, Laterza, Bari, 2009.

Si sa chi ha il potere di opprimere, e chi non ha potere. Il Capitale opprime e i loro preti, e l’economia liberista globale è la rete della cattura. E la cattura non è certo quella dell’immaginazione al potere, quanto quella del profitto a tutti i costi e senza sconti: modello delle privatizzazioni e delle catastrofi. Il Welfare state dei ricchi contro i poveri e i Sud del mondo. Una strategia e una tattica cinica di catastrofi umanitarie, ambientali e planetarie.

La “rivoluzione” neoliberista del capitalismo digitale, della finanziarizzazione dell’economia, del reddito (profitto) immobiliare, della mercificazione dell’“immateriale”, delle “bole” finanziarie e la vicenda dei “subprime” – con il suo seguito di crack bancari (a livello mondiale) e la corsa al salvataggio delle banche dei padroni del mondo –  non è stata certo la realizzazione del migliore dei mondi possibili. Se il suo mondo è stato messo su come il trionfo eretto sulle ceneri del “Welfare state” sociale e del mondo dei blocchi contrapposti, delle cadute dei muri del “socialismo reale”, si è qualificato solo come “Welfare state” dei ricchi e di guerra. Un potere cioè che ha innalzato altri muri (Messico, Gaza) contro le emigrazioni e i poveri; che ha coltivato altre dittature spargendole un po’ dovunque nel globo africano e latinoamericano; che ha eretto frontiere e barriere di identità e provocato la crescita di proteste e “sommosse” (banlieuses, sem terra, sem teto, i sans…), che, come da ipocrita galateo di classe, mediaticamente e politicamente presenta come atti criminali di gente pericolosa socialmente.

 Ed ecco alcuni dati dell’orrore della governance capitalistica (un misto di disprezzo, di burocrazia e di autoritarismo che istituisce la distanza tra lo Stato e la gente) che genera malcontento, rabbia, collera e sommosse che infiammano l’intero pianeta abitato:

a) all’inizio degli anni novanta i paesi poveri, in ossequio ai piani di aggiustamento strutturali imposti dal Fmi (Fondo Monetario Internazionale) e dalla Bm (Banca Mondiale), ovvero dai capitalisti del “primo mondo” (i ricchi), “inviavano più di 4 miliardi di dollari al mese ai propri creditori solo per pagare gli interessi del debito estero”(1); pagando, costantemente, per debiti e interessi complessivi un ammontare complessivo di “12.500 milioni di dollari al mese”

b) mentre negli Usa, per il 2008, sono stati spesi 800 miliardi di dollari all’anno, equivalenti a 3miliardi di euro al giorno, pari a 424 euro pro capite (in Italia al 2% del Pil), e si investono 18 mila miliardi per salvare le banche dalla crisi finanziaria (la “finanza creativa”!), i governi nazionali e i loro G8/20, invece e paradossalmente, dicono di non essere in grado di trovare tra 10 e 30 miliardi di dollari all’anno (fonte Onu) per l’istruzione dei bambini e delle bambine;

c) nel mondo le persone senza casa sono più di un 1 miliardo, e per il “2020 la popolazione in queste condizioni crescerà del 70% (responsabili Fmi e Bm); in Italia più del 20 % della popolazione vive in affitto; sono 4 milioni le famiglie che faticano a pagare l’affitto…i canoni pesano più del 50% sul reddito; nel 2008 sono state 140 mila le richieste di sfratto, e 53 mila le sentenze e 25 mila le esecuzioni”(2);

d) minacciati di sfratto, perseguitati dalla guerra e dai disastri sono i poveri – perché poveri –, e i popoli discriminati, perché non in linea con la “linea del colore” dei bianchi e della loro logica di sfruttamento e profitto;

e) “130 sommosse” (3) nel 2008, oltre 500 nel 2009;

f) vendere case ai poveri (“subprime”) e dare carte di credito ai giovani e disoccupati (soggetti che si sa che non possono mai restituire il prestito), ai pensionati della sussistenza o alle casalinghe, per fare la spesa e realizzare subito il “desiderio” consumistico, è la strategia elducorata e feroce di una pratica politica, insieme oppressiva e schiavistica, che mette a nudo solo una tendenza: cioè una volontà di potere e di dominio tesi a incrementare povertà, disuguaglianze, crimini, guerre e conflitti ad hoc in funzione di un modello politico-sociale autoritario e dittatoriale con la bella faccia dei magnati dell’economia, della finanza, dei media, dei poteri forti, etc.

E se la tendenza è chiara, non siamo più solo di fronte a uno stato di cose repressivo, bensì di fronte al welfare state dei ricchi che provoca distruzione e disastri ad hoc. Azioni cruente al fine di perpetuare senza controllo, e impunemente, qualsiasi crimine (individuale o umanitario) pur di rimanere in sella! Altro che democrazia liberale o “modernizzazione”!

Qui persino il diritto alla morte e alla vita, che lo Stato moderno considerava inalienabile e fondamento dello stesso contratto sociale, sono scomparsi. Se milioni di individui e intere popolazioni sono lasciate morire di fame e di sete, o lungo (e dentro) le frontiere (marine o terrestri) i migranti sono lasciati morire come mosche (e deprivati dei diritti fondamentali “umani”), e alle persone in coma irreversibile si nega (Stato e Chiesa) di morire per sottrarsi a una sofferenza indicibile e irresolubile, allora non ci può essere “rivoluzione senza rivoluzione” o libertà, uguaglianza e democrazia senza la punizione, l’allontanamento degli oppressori e una permanente lotta antagonista.

Bisogna rassegnarsi a non parlare, a non agire? Il fallimento della rivoluzione globale neoliberista ha lasciato sul terreno più distruzione che altro: crisi economiche e finanziarie virulente, crisi ambientale ed energetica, militarizzazione della vita sociale e criminalizzazione del dissenso politico. Di fronte al caos, che ha provocato con la sua violenza sfruttatrice e le guerre ad hoc, questo potere capitalistico ha reagito e reagisce con la politica del terrore. Intimidisce chiunque osi sollevare la testa e criticare. Interviene, quasi incontrastato, sia nel locale che nel globale con le armi della sua potenza (ricatto economico, armato, giuridificazione terrorista e razziale come i reati di clandestinità e di caccia allo straniero interno ed esterno …). Se non ci fossero stati i movimenti no-global intellettuali “radicali” a reagire (e per intellettuali non intendiamo solo la vecchia categoria degli “educatori” esterni, ma la massa e la moltitudine della gente che da sola ha capito gli imbrogli e i raggiri e ha manifestato con insolita e imprevedibile capacità organizzativa), il geocentrismo capitalistico tolemaico non avrebbe avuto opposizione credibile alcuna.  Loro hanno smontato il castello fatato delle menzogne e degli orrori neoliberisti, perpetrati a danno dei poveri e dell’umanità, e hanno fatto vedere di che “sangue grondi”; il loro sporco gioco, diversamente, non sarebbe stato denudato che di fronte alla resurrezione dei morti! Povertà e diseguaglianza sarebbero state più che pane quotidiano una manna dal cielo.

Poveri e diseguali, sotto ogni latitudine, unendosi (Marx), e a partire anche dalla “coerenza” degli atteggiamenti cognitivi demistificanti o de-feticizzanti, possono, reinventandosi nuovi modi di riproduzione sociale, riprendersi il diritto alla vita, alla morte e al lavoro come “valore d’uso” e di scambio. In fondo il “capitale”, come la “merce”, è una feticizzazione (Marx) dei rapporti sociali. Il conoscere non meno della comunicazione è un agire e un patire che si intreccia senza interruzione con il sentire individuale e sociale, ovvero con la presenza dell’identità ibridata che è un essere-con-gli-uni-con-gli-altri.

Allora, ripescare la “coerenza” e l’utopico non realizzati della progettualità delle “cause perse” di Slavoj Žižek, e giovandosi anche delle lezioni che, in “Capitalismo parassitario”, gödelianamente condotte, vengono suggerite dall’analisi di Zygmunt Bauman, è cosa opportuna e proficua.

Quanto meno sono letture disintossicanti!

Leggendo Slavoj Žižek, In difesa delle cause perse (Ponte alle Grazie, Milano, 2009) e Zygmunt Bauman, Capitalismo parassitario (Laterza, Bari, 2009), la voglia di ribellione, rivolta e rivoluzione anticapitalistica, infatti, si pone come un’endovena di ossigeno puro, e, contestualmente, ripone all’ordine del giorno, e non solo per “intellettuali radicali”, ma per chiunque vive, nasce e ha diritto alla vita, il ribaltamento del mondo dell’orrore capitalistico e neo-liberista.

Il mondo capitalistico, scrive Bauman (pp. 3-4), applicando il principio dell’indecidibilità di Gödel al modello socio-economico del capitalismo liberale, è un mondo paradossale: se è coerente non è completo e se è completo è incoerente.

«Come il recente «tsunami finanziario» ha dimostrato, «al di là di ogni ragionevole dub­bio», ai milioni di individui che il miraggio della «prosperità ora e per sempre» aveva cullato nella convinzione che i mercati e le banche del capitalismo fossero i metodi ga­rantiti per la risoluzione dei problemi, il ca­pitalismo offre il meglio di sé non nel risol­vere i problemi, ma nel crearli. Il capitali­smo, proprio come i sistemi di numeri natu­rali dei famosi teoremi di Kurt Gòdel (anche se per ragioni diverse…), non può essere si­multaneamente coerente e completo; se è coerente con i suoi principi insorgono pro­blemi che non è in grado di affrontare (vo­glio ricordare che l’avventura dei «mutui subprime», sbandierata all’opinione pubbli­ca come la via per mettere fine al problema dei senza casa, quella piaga che il capitali­smo, come è risaputo, produce sistematicamente, ha invece moltiplicato il numero dei senza casa attraverso l’epidemia di pignoramenti…); e se cerca di risolverli non può riu­scirvi senza cadere nell’incoerenza con i pro­pri presupposti di fondo. Molto prima che Gödel stilasse il suo teorema, Rosa Luxem­burg aveva scritto il suo studio sull’«accu­mulazione del capitale», dove sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere senza le economie «non capitalistiche»: esso è in grado di progredire, seguendo i propri principi, fintanto che vi sono «terre vergini» aperte all’espansione e allo sfruttamento; ma non appena le conquista per poterle sfruttare, le priva della loro verginità preca­pitalistica e così facendo esaurisce le fonti del proprio nutrimento.

Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo perio­do quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l’ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvi­venza. Scrivendo nell’era dell’imperialismo rampante e della conquista territoriale, Ro­sa Luxemburg non prevedeva e non poteva immaginare che i territori premoderni di continenti esotici non erano gli unici po­tenziali «ospiti» di cui il capitalismo poteva nutrirsi per prolungare la propria esistenza e avviare una serie di periodi di prosperità. In tempi recenti, abbiamo assistito a un’altra dimostrazione concreta della «legge di Rosa», ossia il famigerato affaire dei «mutui subprime» all’origine dell’attuale depressio­ne: l’espediente di breve respiro, deliberatamente miope, di trasformare in debitori individui privi dei requisiti necessari per la concessione di un prestito, salvo che per la speranza (scaltra, ma in ultima analisi vana) che l’aumento dei prezzi delle case stimola­to da una domanda gonfiata ad arte potesse garantire, come un cerchio che si chiude, che questi «nuovi acquirenti» avrebbero pa­gato gli interessi regolarmente (almeno per un po’)…»

Ora, se a fronte del teorema di un logico (Gödel) e di una rivoluzionaria e teorica (Ro­sa Luxemburg), la rivoluzione globale dell’unificazione neoliberista dei mercati è una causa persa per i poveri, gli emarginati e i diseredati di ogni dove, come non ripensare al comunismo (Marx) – quello per cui quelli che non hanno diritti, e neanche più la vita come un valore inalienabile, hanno solo da perdere le catene –, e alla “coerenza” di certi rivoluzionari e intellettuali radicali – Robespierre, Lenin, Mao, etc – per ripensare e agire una nuova rivoluzione che non abbia più il carattere chiuso e il modello “metafisico” dottrinario delle passate cosmovisioni?

Una parola e una volontà collettiva e i valori della singolarità universale sono reliquie di un’età perduta o di un’epoca superata?

Queste sono alcune delle domande (come un terreno di scavo e di confronto con altri pensatori contemporanei) che Slavoj Žižek affronta In difesa delle cause perse (Ponte alle Grazie, Milano, 2009).

Slavoj Žižek, definito quale “cecchino filosofico”, è un invito a non “rassegnarci a una misera terza via fatta di liberismo in economia e di pura amministrazione dell’esistente in politica” per paura dell’orrore totalitario che abbiamo alle spalle. Mirando “all’ideologia regnante”, sostiene che dobbiamo invece riappropriarci di numerose «cause perse» e cercare un nocciolo di verità nelle politiche totalitarie della modernità. Perché se è vero che Robespierre, Mao e i bolscevichi si sono rivelati catastrofici fallimenti, “questo giudizio non racconta tuttavia l’intera storia: in ciascuno di essi è presente un’aspirazione di ‘redenzione’, che va del tutto persa nelle società liberaldemocratiche, con il loro (proclamato) rifiuto dell’autoritarismo e la loro (ipocrita) esaltazione di una politica soft, consensuale e decentralizzata”.

Il lavoro di Žižek – come il S. Beckett di Worstward Ho, forte della verità e della carica utopica che bagna il suo scritto – è come se a ciascuno dicesse: “prova ancora, fallisci ancora, fallisci meglio”.

Lo stato delle cose è tale, osserva Žižek, che non è più possibile sostenere e “scaricare le responsabilità delle catastrofi etico-politiche del ventesimo secolo sull’intera tradizione della ‘metafisica occidentale’ con la scusa della sua ‘ragione strumentale’ totalizzante”. Quella tradizione che, da “Platone alla Nato (o, piuttosto, al gulag)?”, conduce in modo lineare a fare della foresta per nascondere una foglia o una strage per nascondere i cadaveri prodotti da errori di lettura e da azioni che non contengono conto del punto di vista degli altri.

E Padre Brown (G. K. Chesterton, L’innocenza di Padre Brown) docet.

Padre Brown, infatti, a proposito del mistero della morte del generale inglese (di religione protestante) Arturo Santa Clara, è colui che ( a scopo demistificante e illustrativo) evoca il fatto e il “tradimento” con una metafora:

«Dove un uomo saggio nasconde una foglia? Nella foresta. Ma dove può nasconderla se non vi è alcuna foresta?» […] «Fa crescere la fo­resta per nascondervi la foglia — disse il prete, con voce cupa. — Un terribile peccato». […] «E se un uomo avesse da nascondere un ca­davere, farebbe un campo di cadaveri per nasconderlo».

La soluzione risiede nell’ipotesi di un lato oscuro corrotto dell’eroe inglese:

[Sir Arturo Santa Clara] era un uomo che leggeva la sua Bibbia. Ed ecco il suo male. Quando comprenderà la gente, che è inutile leggere la propria Bibbia, se non legge anche la Bibbia degli altri? Un tipo-grafo legge la Bibbia per gli errori tipografici; un mormone legge la sua Bibbia, e vi trova la poligamia; uno scienziato cristiano legge la sua, e trova che noi non abbiamo né braccia né gambe. Santa Clara era un vecchio soldato protestante anglo-indiano. […] Naturalmente troverà nel Vecchio Testamento tutto ciò che vuole: lussuria, tirannia, tradimento. Oh, io credo ch’egli fosse onesto, come si dice. Ma che giova che un uomo sia onesto se coltiva la disonestà? (Žižek, p. 124).

Il fallimento e la morte di Santa Clara sono dovuti alla particolare (falsa) lettura che il generale dava dell’avversario, il grande patriota brasiliano Olivier. E non si potrebbe dire, allora, altrettanto

«riguardo al tentativo di Heidegger (e anche a quello di Adorno e Horkheimer, e anche di Agamben) di scaricare la responsabilità delle catastrofi etico-politiche del ventesimo secolo sull’intera tradizione della «metafisica occidentale», con la sua «ragione strumentale», e così via, che conduce in modo lineare da «Platone alla Nato» (o, piut­tosto, al gulag)? Sloterdijk ha scritto le righe seguenti a proposito della problematizzazione della «civiltà occidentale» da parte della sinistra […] L’unica cosa da aggiungere è che lo stesso vale per Heidegger e gli altri ex fascisti: anch’essi nascosero il loro cadavere nazista sotto una montagna di cadaveri chiamata metafisica occidentale… E non si deve respingere nello stesso modo, come una generalizzazione af­frettata, la saggezza liberalpopolare secondo cui i filosofi che si in­tromettono nella politica conducono al disastro? Secondo questo punto di vista, a partire da Platone, o hanno fallito miseramente op­pure hanno avuto successo… sostenendo tiranni» (Žižek, p. 126).

E le stesse posizioni post-moderne di Terry Eagleaton e Jacques Lacan si prestano allo stesso gioco lì dove fanno della democrazia uno scarto e un vuoto, e del soggetto empirico la “mancanza di un agente” che possa occupare lo spazio vuoto del potere. E anche gli altri sistemi “incompleti” (ritorna il teorema di Gödel) “devono accettare dei compromessi, in occasionali riorganizzazioni, per funzionare; la democrazia eleva lincompletezza a principio, istituzionalizza la riorganizzazione regolare in forma di elezioni. In breve, S (sbarrato A) – oppure in assenza del Grande A-ltro o dell’ordine simbolico fondante: corsivo nostro – è il significante della democrazia. La democrazia si spinge oltre il rimedio « realistico» secondo cui, per realizzare una certa concezione politica, ci si deve adattare alle imprevedibili circostanze concrete ed essere pronti a fare dei compromessi, per lasciare la porta aperta ai vizi e alle imperfezioni della gente – la democrazia trasforma l’im­perfezione stessa in concetto” (Žižek, p. 129).

Ma è sempre possibile, come dice A. Badiou, fare un passo giusto nella direzione giusta e “rimanere fedeli” all’Evento – il “disinteresse-interessato” – di una parola collettiva, e non strumentale (subordinata a un qualsiasi comitato d’affari e di “preti”), della singolarità che nell’atto della “rivolta” (rottura del vecchio ordine) non si alieni negli interessi di parte. Ci sono Eventi, infatti, che sono “pseudo-Eventi perché lasciano o “mancano del momento dell’apertura autenticamente utopica” (Žižek, p. 148); lì dove, invece, occorre che il comune denominatore degli oppressi – i “parte dei senza parte…coloro che sono inclusi nella società senza avere uno spazio in essa” (ibidem) –, incarni direttamente la dimensione dell’universale in quanto “singolarità universale”.

Quella singolarità che la “società liquida” – come dice Bauman – utilizza solo come “consumo”, in quanto, oggi, la fonte primaria della sua accumulazione capitalistica non è più la produzione fordista ma il mercato dei consumi cui, peraltro, vengono subordinate le sovvenzioni statali così come si fa per il salvataggio delle banche dell’ultimo crack finanziario, anziché destinarle contro la disoccupazione, la fame, le malattie e la povertà.

Nella società liquida e del mercato globale “lo Stato è ‘capitalista’ nella misura in cui garantisce la disponibilità continua di credito e la capacità continua dei consumatori di ottenerlo” (Bauman, p. 25). Stato e mercato, occa­sionalmente, possono combattersi, ma in un sistema capitalista la loro relazione è di simbiosi. “Pinochet in Cile, Syngman Rhee in Corea del Sud, Lee Kuan Yew a Singapore, Chiang Kai-shek a Taiwan o gli attuali governanti della Cina sono stati o sono ‘dittatori di Stato’ in tutto fuorché nel nome: ma hanno governato o gover­nano una clamorosa espansione e una rapida crescita in potenza dei mercati. Se oggi i paesi citati sono esempi di trionfi del mercato, il merito è della prolungata ‘dittatura dello Stato’. Ricordiamo anche che l’iniziale accumulazione di capitale conduce inva­riabilmente a una polarizzazione delle condizioni di vita inedita e profondamente av­versata e produce tensioni sociali potenzial­mente esplosive: per l’emergente classe im­prenditoriale e mercantile è necessario che tali tensioni vengano represse da uno Stato potente e spietato, coercitivo.

La cooperazione tra Stato e mercato nel ca­pitalismo è la regola; il conflitto tra di essi, se mai viene alla luce, è l’eccezione […] Se lo Stato sociale oggi si vede tagliare i fondi, va in pezzi o addirittura viene deliberatamente smantellato è perché le fonti di profitto del capitalismo si sono spo­state, o sono state spostate, dallo sfruttamento della manodopera operaia allo sfrut­tamento dei consumatori” (Bauman, pp. 26-27) e dei poveri.

Se i poveri, per rispon­dere alle seduzioni dei mercati consumistici, hanno bisogno di denaro – e non del genere di servizi offerti dallo ‘Stato sociale’ –, ma non hanno né l’uno né gli altri, cosa gli rimane allora se non il conflitto diretto? Cosa rimane, unitamente a una pratica intellettuale radicale e collettiva, se non una ribellione seguita da una rivolta? E fuori dai vecchi schemi agire e reagire con la “coerenza” della “rivoluzione con la rivoluzione”? Ovvero cambiare il modello e lo stile di vita e risultare non utili alla concezione capitalista dell’utilità e alla sua “governance” di classe oppressiva, sfruttatrice e antiegualitaria?

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NOTE

(1) Oscar Olivera, Lo stesso anno di Seattle. I mesi in cui Cochabamba riconquistò l’acqua, in Carta/Cantieri sociali, XI, n. 46, 24 dic. 2009/ 14 gen. 2010, p. 48-49.

(2) Anna Pizzo, Movimenti urbani cercano casa. Un fenomeno mondiale, in Carta/Cantieri sociali, XI, n. 46, 24 dic. 2009/ 14 gen. 2010, p. 38.

(3) Alain Bertho, Ogni mezzo secolo divampa un incendio. Adesso ci siamo, in Carta/Cantieri sociali, XI, n. 46, 24 dic. 2009/ 14 gen. 2010, p. 40) (Alain Bertho, Ogni mezzo secolo divampa un incendio. Adesso ci siamo, in Carta/Cantieri sociali, XI, n. 46, 24 dic. 2009/ 14 gen. 2010, p. 40.

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