QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.28: Lettere dall’interno della poesia. Paolo Maccari, “Fuoco amico”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Lettere dall’interno della poesia. Paolo Maccari, Fuoco amico, presentazione di Mario Specchio, Firenze, Passigli, 2009

Scrive Mario Specchio nella quarta di copertina a questo libro (il terzo di poesia dell’autore):

«Maccari sostiene il flusso dei sentimenti individuali, esistenziali, con una maturità disincantata e la punta di diamante della sua poesia penetra la realtà oggettiva, il cui spettro si va sempre più ampliando, delineandola in tutta la sua durezza, nella plasticità dell’immagine ed anche nella struggente tenerezza della sua caducità. E spesso il lievito segreto di questa felice alchimia risiede in una ironia sottile e indagatrice che niente ha a che fare con la corriva e spesso stolida ironia ‘minimalista’, ma è semmai vicina a quella che Thomas Mann definiva “ironia erotica”, che è difesa e attacco. Difesa dell’Io poetico e dalle sue sempre incombenti ipertrofie, e attacco alla esistenza delle cose, alla loro, non di rado, crudele sordità».

 

E’ un giudizio su cui si può largamente convenire. Maccari ha una concezione fortemente dialogica della sua poesia. Scrive rivolto verso gli altri per mostrarsi e per dimostrare, non per compiacere il proprio Io. I suoi toni sono secchi, diretti, spesso feroci.

« 4. Il giorno ha il becco duro e duri gli occhi. / La luce è il suo sguardo efferato, idiota, / che, per miglior sevizia e spasmo, ruota / seguendomi con precisi rintocchi. // Così si squassa il corpo in crocchi / di brividi di una febbre devota / e una malattia senza sbocchi, / a una seduzione di luce vuota. // ….. Comincio a sentirvi. Già vi vedevo / da qualche ora. Ora ascolto le parole / ancora incomprensibili. Carezzo i suoni. // Sfinito, mi rintano con sollievo / nelle note amiche. Mentre con tuoni /  di giallo intenso s’alza, credo, il sole» (p. 14).

Qual è il senso di tutto questo? – viene spontaneo chiedersi. Mettere in scena la mattanza, descrivere il dolore e la sofferenza, evocare il delirio e lo schiacciamento delle coscienze è la finalità di Maccari fino a un certo punto. Forse quello che preferisce è sondare le potenzialità della parola poetica e permettergli di liberare il proprio contenuto di emozioni e di sentimenti. La “follia del giorno” (come direbbe Blanchot) è espressa nella sua durezza assoluta, nel suo spasmodico ruotare intorno alla vita e riempirla della propria impossibilità. Il solo riscatto, la sola salvezza è nel suono delle parole della poesia che rintocca nel corpo e lo rasserena.

La poesia è un’impresa di liberazione – Maccari più avanti nel suo libro è esplicito su questo. Liberare le parole significa liberare i corpi che le contengono. Vuol dire oltretutto lasciare che il mondo non sia un campo di battaglia assurdo e inutilizzabile ma il luogo del conflitto e del ritrovamento di sé in una dimensione di libertà e di possibile salvificazione dall’oppressa caligine della violenza dominante. Il fuoco amico del titolo probabilmente allude alla pericolosità del progetto cui la poesia si espone: essere colpita, distrutta, atterrita e atterrata anche da chi crede in essa. Il timore di Maccari è propriamente quello di chi si espone e riceve in cambio non l’abbraccio dell’amico o del compagno ma il raffio o la morsa del nemico di sempre:

«Sotto gli auspici / più scoloranti incerti / non sparigliare – / tenta l’impresa // Tratti a forza tra i frammenti / di una memoria offesa / pensieri amici – / tenta l’impresa // Tentare l’impresa / tentarla con fiducia: / la mente invasa / la lingua che brucia. / Scegliere con emozione di riuscita / la mattina propizia / con la luce che sazia, / con luce sgombra e pulita. // (Dimmi che riuscirò o non dirmelo / trepida o non trepidare per me / puoi anche dirmi o non dirmi / che ne vale la pena. / Ma intanto osserva questa mia pena / che mi chiama all’impresa. / Soffri o goditi la scena / di me che parto / – la paura arresa – / a dare l’assalto / al dolore paludoso che cresce. / Forse non se ne esce / forse cadrò nel salto / ma tu scegli uno spalto / chinati sulla scoscesa / di quella mattina inebriata / quando drogato di pensieri amici / tenterò la mia impresa). // Con tutto il garbo degli incubi migliori / antagonisti e catastrofi di cieli / s’inchineranno a persuadermi / della loro confessione. / Tentare l’impresa di lasciarsi tentare / e con gesto di terribile armistizio / sospendere il giudizio, / assaporando il tremito delle mani / e l’avvampare di un nuovo pallore / come sorsi di sudato liquore. // Darsi tutto all’esercizio / di non affrettare la fine / di questo estremo inizio» (pp. 55-56).

Poesia lunga e compatta, senza tentazioni liriche, senza volontà di esibizione retorica. Tentare l’impresa significa iniziare un percorso che può anche fallire, che può approdare soltanto alla palude, al delirio, alla morte (e a quel “fetido stagno” della citazione da La Montagna incantata di Thomas Mann che fa da esergo alla poesia STAGNANDO, presente alle pp. 48-49).

In questo modo, nel rifiuto dei tempi presenti e della stagnazione invadente e (apparentemente) inarrestabile, nel desiderio di una ri-partenza anche impossibile e inquieta, nella tentazione dell’impresa che non può riuscire senza tormento e senza estasi, nell’abbandono alle sue risultanze accettate senza condizioni, la poesia di Maccari, fedele in questo al dettato della prospettiva della scrittura lirica di Giovanni Raboni che qui si conserva e talvolta si invera, tenta il colpo grosso e si concede anche alla risolutezza della riflessione civile e dolorosa sulla quotidianità:

«LETTERA A UN AMICO SUI TEMPI PRESENTI. Hai visto come prospera lo spasso / della pingue combutta dei sognatori / che danno di piglio alla penna / per comporre in gran stile alti tesori? // Non hai visto perché odi la baruffa. Ti volgi altrove o peggio fai lo struzzo. / Troppo fracasso? E ti turi le orecchie. / Troppo fracasso, e poi sudore germi puzzo. // Rivoluzioni, morti, abusi? Cose vecchie. / Non è mai colma la misura. / Non la finisci mai di camuffare / da indifferenza la paura, // E la tua paura, come i pericoli / sempre meno temibili, / sempre più ridicoli, / immeschinisce e non ha brividi. / Ha vaghi malcontenti risolvibili. // Se Don Abbondio almeno / (quell’essere umano) / rischiava la sua unica / – e lo sapeva – pelle, / tu non rischi che la tua mano, / a rischio d’uscire fangosa / dalla contemporanea, falsa contesa. / Dalla mischia tranquilla: dal pantano. // Che pena vederti affogare / dentro l’oro raggranellato / purissimo di un’aristocrazia / venata di rinunce soddisfatte / orgogliosa delle piccole sconfitte / cui il decoro persuasa la costringe // Sapessi quanto è duro non averti al fianco / tu fresco ironico beffardo / e io affannato, in mezzo al branco, / a non rassegnarmi a vivere felice / dentro il fuoco incensato del ricordo, / né tantomeno a sguazzare come la fenice / nel bel mezzo di morti e resurrezioni / troppo simili alle parole dei motti e delle canzoni / di chi non si conosce e si piace / e senza parlare dice dice dice» (pp. 94-95).

Qui il tono decisamente diviene più ampio, più aperto, più “epico” (per dirla con Brecht al quale il taglio del testo possibilmente si affida nel martellare dei versi e nell’incalzare delle situazioni).

La ripresa delle ragioni dell’impegno civile si pone come nuova mossa della scrittura che ritrova proprio nella capacità di descrivere la stagnazione del presente la necessità del salto in avanti della dimensione poetica, dello scatto lessicale e talvolta del grido di rivolta che si propone come la nuova frontiera del verso. Maccari ritrova la forza di essere indignato e di de-scrivere questa sua indignazione. Lo fa ricorrendo a un tono discorsivo apparentemente pacato, ricco di espressioni colloquiali, addensato nel rifiuto delle metafore del linguaggio tradizionale, capace di dire pane al pane, vino al vino. Anche i Tradimenti, le versioni poetiche da Rimbaud e Pound che chiudono il volume, vanno in questa direzione. Riducono il gradiente della retorica e dell’approccio simbolistico per cogliere la profondità delle parole che quei testi promanano ancora.

Come scrive lo stesso poeta nel testo dedicato AL DESIDERIO:

« […] No, non saranno esaudite promesse / e preghiere invischiate con presagi / disperati, e non sono ammessi plagi // di altrui spensieratezze. Sono resse / di nemici le celle del domani. / Linee esigue sul palmo delle mani» (p. 96).

Quelle “linee esigue” sono le configurazioni della poesia, il modo in cui esse passano e comunicano tra di loro e con il mondo e in cui definiscono la propria possibilità di avere ancora un senso nel presente. Senza di esse, saremmo tutti esposti al fuoco amico dei giorni. Maccari questo lo sa.

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