QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.29: Sapori e gesta d’infinito. Roberto Maggiani, “Cielo indiviso”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Sapori e gesta d’infinito. Roberto Maggiani, Cielo indiviso, San Cesario di Lecce (LE), Piero Manni, 2008

«A Rimbaud. Io lo capisco quel silenzio del mare / e quel chiarore del cielo / che parte da me / e non dal mare e non dal sole / ed è l’eternità. / C’est la mer allée avec le soleil » (p. 72 ).

Questo omaggio a Rimbaud (il verso citato appartiene a Una stagione all’inferno) chiude la seconda tranche di poesie del libro (Mar Mediterraneo – Tirreno e Ionio). La prima era stata dedicata ad un sensuoso atto d’amore per Lisbona (Oceano Atlantico Lisbona e Algarve) e la terza, invece, lo sarà al mare come metafora del mondo (Mare Mediterraneo nei dintorni delle cose). Le tre parti si congiungono, comunque, nella consapevolezza della indivisibilità della realtà ultima delle cose (come pure recita e si deduce certamente dal titolo generale del canto).

Scrive Domenico Cara nella sua simpatetica Introduzione (Roberto Maggiani e le estasi indivise) a questo volume di liriche:

«Roberto Maggiani, nel suo non-discorso, quindi, semplifica la portata del gioco scritto lontano da qualsiasi labirinto, così come è necessario alla contemporaneità non espressionista, e indovina, se proprio non è utile scomodare il Passato e l’antico, che ogni flusso migliore, insieme a derive automatiche o provocate dalla coscienza infelice, passa all’essenziale, sia che si trasferisca dagli aloni immobili, sia che si separi dalla temporalità, o scovi surrealismi e sfide mentali per aderire a una moda, visto che anche il nuovo millennio non lascia spazio alle riletture del risaputo, comunque abile e colto, e qui contrasto ad una solitudine giovanile e profonda. Niente quindi d’improbabile o di grottesco in questo attraversamento non violento e – forse – a decifrazione ulissiaca, garbata, senza ostinazione» (pp. 8-9).

Il cielo, per Maggiani, non è soltanto la “volta canopica del mondo” (come la chiama il principe Amleto) o un guscio di noce sul quale proiettare i propri sogni e i propri pensieri come fanno di solito i poeti ma è probabilmente anche uno degli oggetti degli studi di fisica in cui si è addottorato a Pisa. Eppure la sua indivisibilità, la sua non-divaricabilità e la sua eternità sono la metafora forte su cui trova luogo d’azione e di scrittura la sua poesia. Nella lirica posta a p. 32 che si intitola, non a caso, Trasfigurazione, si può leggere: 

 

«E’ come se le tue spalle fossero scolpite / dalla luce che schianta al suolo / e quel grave e lucente schianto / rimbombasse nelle mie orecchie / e forgiasse le tue sette vertebre cervicali // è come se la tua forza nascesse dalla terra / a sorreggere un grave cielo / d’azzurro e nuvole».

Questo “grave cielo d’azzurro e nuvole” è il prodotto dell’immersione del poeta nel mondo, è il risultato della sua capacità di mutare attraverso un rapporto diretto e sconvolgente con la parola che produrrà poi l’evento della poesia. L’itinerario di Maggiani, allora, è tutto fatto di questi trasalimenti, di questi piccoli abissi di luce che scavano il fondo della verità del mondo, di questi “schianti” che producono lampeggiamenti e trasformazioni di sogno.

Il cammino verso la poesia è un viaggio fatto di aspirazioni non sempre rilevate e raggiunte ma è pur sempre un percorso compiuto, appagato, di marca ulissiaca (come ben aveva notato già Domenico Cara):

«Timore. Su onde lucenti / leggero e turbolento / s’adagia il cielo: // Fino agli dèi non ci arrivo – / m’intimorisce l’oro del mare // la lunghezza delle onde / che ha la misura dell’orizzonte // la profondità / che non ha il conforto della risacca» (p. 47).

Da questo timore, da quest’aspirazione indivisa di andare verso gli dei, da questa cautela riflessiva nei confronti delle profondità cui preferisce con cauta meditatezza e tranquilla disperazione la superficie conoscibile e circoscrivibile delle cose, apprezzandone il profilo e il riverbero, nasce la lirica pacata e spesso sentenziosa di Maggiani che si concede di aggrapparsi al presente per poter raggiungere il mito senza cedimenti o senza sussulti (falsamente) eroici:

«La morte. Ragionammo lungo l’intera notte – / alla fine del nostro ragionare / eravamo ancora uomini / davanti al mistero dell’infinita morte – / una bocca vorace / misteriosa e nera» (p. 81).

Nell’”essere ancora uomini” oggi risiede il mistero della poesia e forse della sua profondità non esprimibile.

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