QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.30: Scrittura lirica e scelta etica nella poesia di Renzo Ricchi. A proposito di “La cetra d’oro (Poesie 1950-2005)”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Scrittura lirica e scelta etica nella poesia di Renzo Ricchi. A proposito di La cetra d’oro (Poesie 1950-2005), Lanciano (CH), Rocco Carabba, 2007

Renzo Ricchi apprezza parecchio, evidentemente, la prospettiva di pubblicare proprie auto-antologie che raccolgono testi scritti in anni anche parecchio lontani dato che quest’ultima La cetra d’oro (Poesie 1950-2005) stampata per i tipi di Rocco Carabba di Lanciano nel 2007 è la sua terza pubblicazione realizzata in quest’ottica.

Scrive proficuamente Francesco De Nicola nel suo compendioso saggio introduttivo alla raccolta:

«Dopo quindici anni dalla seconda edizione di Le radici dello spirito (1), ora Ricchi propone la sua terza autoantologia che, rispetto alle precedenti, risulta invece profondamente mutata; e se le sezioni iniziali Mozione di sfiducia e Pontine sono ripresentate da allora pressoché integralmente (dalla seconda mancano due testi: Libertà e Lo sfarzo della vita), le successive sono sottoposte o a drastica riduzione o addirittura eliminate; così viene a cadere il poemetto L’età dell’oro (1967) e nulla viene ripreso dalla silloge Dal deserto (1977), mentre la seguente Itinerari di coscienza (1977) viene considerevolmente ridimensionata, scendendo da ventitre a otto testi presentati; analogamente la raccolta Notizie dal mondo scomparso (1979) scende da trentotto a soli sette testi, Un evento tra i fatti (1983) da quarantuno a venti e ancora l’ultima sezione tratta da Nella pienezza dei tempi (1985) si dimezza da venti a dieci componimenti. Ma è a questo punto che La cetra d’oro – anche privata dei poemetti Narciso ed Eco e La costellazione di Arianna – presenta la sua sensibile componente di aggiornamento rispetto a Le radici dello spirito, ospitando cospicui assaggi delle raccolte pubblicate da Ricchi a partire dagli anni Novanta: a cominciare da Nel sabato dell’eternità (1993) – rappresentata qui da trentasette testi – per proseguire con La pietà della mente (2001) – con diciassette poesie e le intere sezioni Nel teatro del mondo e Profumo dell’Eden – e con Perché fiorisce la rosa (2005), da cui sono tratti quindici componimenti e quasi per intero l’ampia sezione La casa del pensiero» (pp. VI-VII).

E’ su questo progetto di rilettura del suo passato di poeta che mi pare importante soffermarmi in chiave critica. Non si tratta, infatti, tanto di redigere una sorta di partita doppia della poesia di Ricchi quanto di capire il perché delle sue scelte.

La cetra d’oro del titolo, oltretutto, è quella della Prima Ode Pitica di Pindaro ritrovata in una delle sue espressioni più suggestive:

«Cetra d’oro, / possesso comune d’Apollo / e delle Muse dai capelli viola, / che il passo di danza ascolta, / principio di festa»

Dalla musica implicita nella formulazione poetica si giunge alla danza delle parole che la scandiscono fino a raggiungere la felicità dell’approdo finale. Lo strumento della poesia si rastrema in ricerca delle sue possibilità ancora raggiungibili – la festa, conclusione della vicenda poetica, è l’approdo salvifico presente nella sua realizzazione vivente. E, d’altronde, come rammenta Yves Bonnefoy nell’esergo successivo a quello da Pindaro, “poesia e speranza sono la stessa cosa”.

Per tornare alle ragioni dell’auto-antologia, è naturale pensare (ed è quasi ovvio farlo in prima battuta) che ogni autore nell’ambito di qualsiasi genere letterario abbia la tendenza spontanea e inconfessata a cercare di migliorare ciò che ha scritto precedentemente e che consideri probabilmente la propria opera migliore quella che sta scrivendo il quel momento. Sarebbe strano che non fosse così. E, inoltre, va anche rilevato che la necessità incoercibile a correggere ciò che si è scritto prima e a mutarne spesso accenti e forme non è un caso inconsueto, anzi (si pensi a Ungaretti che interviene radicalmente sul suo primo volumetto di liriche o le “riscritture” eliotiane di The Waste Land).

Qui, però, si è di fronte alla costruzione di un libro che ha un progetto ben chiaro e ben definito alla base e solo leggendolo non tanto come un’antologia quanto un poemetto o una serie di essi che si riesce ad arrivare al nocciolo della questione.

Questo libro rappresenta un percorso – parte da una dimensione lontana nel tempo ma anche nelle prospettive culturali e ideologiche per giungere (o almeno provarsi a farlo) a conclusioni per il presente. E’ un viaggio attraverso la poesia mediante la poesia realizzato con mezzi poetici.

Dalla disperata acquiescenza, dal disincanto, dall’accettazione critica e senza rimpianti nei confronti del passato ma pur sempre inquieta e spesso ironica di un presente che gli appare privo di prospettive, dalla “mozione di sfiducia” della sua prima raccolta, Ricchi giungerà, attraverso molte tappe intermedie, alla “pietà della mente” e alla comprensione del perché le rose fioriscono a simboleggiare la bellezza della natura e il sogno dispiegato della salvazione raggiunta.

E’ un percorso, questo di Ricchi, che dalla disperazione e dal rifiuto di un presente in cui non si ha più fiducia si muove verso la pietas come forma di rapporto con e tra gli uomini e si configura come raggiungimento di una serenità possibile quale frutto del recupero e del passaggio attraverso la tradizione del mito.

In Mozione di sfiducia del 1969, Ricchi aveva scritto sconsolatamente:

«Alba per alba. Finestre di cucina illuminate al neon / accese tra i palazzi deschi stanchi / ragazze frettolose che rientrano coi loro / sogni intatti ma d’un giorno più vecchi / e più difficili un bambino in terrazza / è una campana cene odori tramonti / amori affaticati dalla lotta del giorno / l’angoscia ha brevi pause di felicità / l’infanzia la morte forse il nulla / violette nei diari cielo cantieri / vetrine agitazione libri tascabili / suocere e nidi spose in sottabiti / fini trasparenti Crocefissi sui letti // – ad ogni finestra luminosa / per ogni utilitaria che rincasa. La voglia / d’essere felici cova in fondo al cuore / alba per alba tramonto su tramonto basta / respirare più forte ossigenare il sangue / stringere i pugni darsi forza» (p. 5).

Replicando alcuni stilemi betocchiani, ma con piglio più energicamente proteso a invocare una possibile palingenesi a venire, Ricchi mostrava al mondo il suo rifiuto con parole che suonavano rigorose ed eliotiane ma erano contemporaneamente ancora capaci di alludere a un mondo altro, meno scontato e più seducente.

Quasi in conclusione del volume, in un testo datato Punta Ala, 21 luglio 2002, il poeta si raccoglie nel ricordo e stila rappresentazioni del passato che fluiscono sull’onda di una pietas di modi vergiliani:

«Genitori. L’inafferrabile da giovane / ero io / così inquieto / in fuga / insoddisfatto.  // Ora sono io a inseguirvi / nei ricordi / – com’eri bravo / padre / nel riconoscere i meloni maturi / dallo scrocchio / e tu madre / anima in pena per i miei vagabondaggi. // Questo amore sempre inadempiente / che troppo tardi / vorrebbe consegnarsi docilmente / a chi invano attese / ore giorni anni. // Amore / debito permanente / della mente» (p. 244).

Insieme alle sue ultimissime poesie dedicate ai figlioletti, è questo uno dei risultati più significativi dell’approdo di Ricchi alla poesia. Non è più inquietudine, ma rimpianto quello che affiora da un testo lirico straziato e straziante come questo. Ma affiora anche una sorta di attesa di un futuro in cui tutto potrà essere pareggiato e il conto non sarà più ancora aperto come appare ora.

Che cosa è accaduto nel frattempo, nel lasso di tempo piuttosto lungo e intenso che dal 1969 corre al 2005, un periodo in cui tante evidenze si sono offuscate e tante evenienze si sono manifestate nel mondo e, insieme, nell’autore stesso?

E’ passato del tempo, quel tempo che Ricchi considera la chiave di volta della vita e della comprensione della sua e altrui poesia. Il tempo che è consolatore ma anche un assassino micidiale, la sconfitta per ognuno dei viventi e un premio solo per gli happy few:

«Figlio meraviglioso e degenere. Tempo / figlio meraviglioso e degenere / tu ci fai intravedere / le distese infinite e sempre inquiete / il perenne movimento. // Segni l’alba e la speranza / il tramonto e il tradimento. // Sei la misura della nostra debolezza / del nostro dramma / di ciò che non abbiamo / veramente» (p. 120).

Tra inquietudine e speranza, la poesia di Ricchi si ritrova e si affida a ciò che ancora deve venire. La sua musica e il canto che ne deriva riverberano una consapevolezza e una ricerca di verità mai abbandonate e tenute sempre vive dal rigore morale di una scrittura che non cede alle lusinghe del presente ma si protende alla ricerca di ciò che potrà essere pur sempre in grado di salvarla dalla ruggine implacabile del tempo. E’ questa prospettiva che rende d’oro la cetra – l’ambizione a suonarla melodiosamente per dare conto di ciò che sarà nel futuro.

 

NOTE

 

(1) E’ interessante notare come di Le radici dello spirito (Antologia 1950-1985) esistano ben due edizioni a distanza di soli sei anni. La prima con una Prefazione di Giuliano Manacorda uscì a Firenze, presso Vallecchi nel 1986, la seconda con una nuova Introduzione di Geno Pampaloni sempre da Vallecchi nel 1992, con aggiunte significative.

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