Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino

 

di Giovanni Inzerillo

 

Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.

 

     Pubblicato nel 1979 e presto diventato un caso letterario internazionale, il testo di Calvino non può essere facilmente definito come un romanzo in senso stretto. Sebbene il Novecento ci abbia abituato alla frammentarietà -fu la Coscienza sveviana il primo vero romanzo moderno in netto contrasto con la tradizione-, alla metaletteratura, allo sperimentalismo e al citazionismo, questo testo sembra andare oltre.

    Eppure Calvino non ha remore nella definizione del genere romanzo. L’esordio del primo capitolo e l’incipit del primo pseudo-romanzo inserito strategicamente all’interno della narrazione sono significativamente espliciti in tal senso:

«Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino»

e, di seguito,

«Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria»

Sembra, d’altronde, chiaramente espressa sin da subito la volontà di stupire nel tentativo di creare qualcosa di diverso, di inconsueto:

«Ti prepari a riconoscere l’inconfondibile accento dell’autore. No. Non lo riconosci affatto. Ma, a pensarci bene, chi ha mai detto che questo autore ha un accento inconfondibile? […] Ma poi prosegui e t’accorgi che il libro si fa leggere comunque, indipendentemente da quel che t’aspettavi dall’autore, è il libro in sé che t’incuriosisce, anzi a pensarci bene preferisci che sia così, trovarti di fronte a qualcosa che ancora non sai bene cos’è».

    La struttura del testo è abbastanza omogenea: dodici capitoli sono intervallati da dieci incipit di romanzi. La narrazione si rivolge direttamente (ma non sempre) in seconda persona ad un ipotetico “Lettore” che, dopo aver iniziato la lettura del libro dello stesso Calvino, si imbatte in un presunto errore tipografico. Recatosi in libreria per la sostituzione del libro difettoso incontra Ludmilla, “la Lettrice”, anche lei accortasi dell’errore.

I due protagonisti capiscono presto di avere una comunione di interessi e di intenti consapevoli, soprattutto, di leggere allo stesso modo. Dice Ludmilla:

«Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d’accumulare storie su storie, senza pretendere d’importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi come di rami e di foglie…»

   I protagonisti, pochi in fondo se si pensa al complesso garbuglio delle vicende narrate, sono accuratamente differenziati non tanto da diversi tratti psicologici quanto, piuttosto, dal loro modo, assolutamente antitetico, di affrontare la lettura e di concepire il libro stesso. Insieme al “Lettore” e alla “Lettrice”, compare Lotaria, sorella di Ludmilla, e “Lettrice” sui generis, poco attenta a indagare e a riflettere sulle parole ma più rapida e risoluta. I libri sono per lei la conferma delle sue ipotesi di partenza e mai la scoperta di nuovi contenuti. E non solo. Questi, a suo modo di intendere, vanno addirittura interpretati solo ed esclusivamente tramite la lettura delle parole, prima enumerate da una macchina, che ricorrono con maggiore e minore frequenza. Per Lotaria, e ne dà persino dimostrazione, basta contare le parole per avere chiaro il senso di un intero libro. E d’altronde, a lei ciò può bastare nell’ottica di una lettura che non sia scoperta ma conferma di ipotesi precostituite.

    Un altro personaggio è Irnerio, il “non Lettore”, probabile amante di Ludmilla e artista che non legge libri ma che dei libri ha bisogno per creare le sue opere d’arte.

Come se Calvino non volesse mettere in dubbio l’utilità, estendibile a qualsiasi scopo, della pagina scritta.

    Marana, inoltre, il “traduttore” prima impiegato presso la casa editrice in cui il “Lettore” va a chiedere spiegazioni del presunto errore tipografico, poi girovago per il mondo alla ricerca della vera storia. E’ lui, brillante e astuto falsificatore, l’artefice dell’inestricabile labirinto dei romanzi iniziati ma mai destinati a concludersi. Così scrive Marana in una lettera all’editore:

«Che importa il nome dell’autore in copertina? Trasportiamoci col pensiero di qui a tremila anni. Chissà quali libri della nostra epoca si saranno salvati, e di chissà quali autori si ricorderà ancora il nome. Ci saranno libri che resteranno famosi ma che saranno considerati opere anonime come per noi l’epopea di Ghilgamesh; ci saranno autori di cui sarà sempre famoso il nome ma di cui non resterà nessuna opera, come è successo a Socrate; o forse tutti i libri superstiti saranno attribuiti a un unico autore misterioso, come Omero».

    Ultimo per ordine di apparizione ma non tale per importanza è Silas Flannery. Alter ego dello stesso Calvino, nelle pagine del suo diario, a cui è dedicato l’ottavo capitolo, è possibile rintracciare evidenti indizi di simbiosi con l’autore stesso. L’intento di scrivere una storia sulla lettura, il cosiddetto “scrivere dal vero” accomuna entrambi:

«Guardando la donna sulla sdraio m’era venuta la necessità di scrivere «dal vero», cioè scrivere non lei ma la sua lettura, scrivere qualsiasi cosa pensando che deve passare attraverso la sua lettura».

    Lo scrittore, confrontandosi con la Lettrice, vive drammaticamente non soltanto l’incapacità di aver creato, sino ad ora, una storia sulla scrittura, ma persino l’impossibilità di godere del “piacere della lettura”:

«Da quanti anni non posso concedermi una lettura disinteressata? Da quanti anni non riesco ad abbandonarmi a un libro scritto da altri, senza nessun rapporto con ciò che devo scrivere io? Mi volto e vedo la scrivania che m’attende, la macchina col foglio sul rullo, il capitolo da incominciare. Da quando sono diventato un forzato dello scrivere, il piacere della lettura è finito per me».

    D’altronde, come per Marana, anche per Flannery -cosa che sembra in parte motivare la sua pressante esigenza di scrivere sulla lettura, senza troppo badare ai contenuti- “la mistificazione della verità” sancisce più di ogni altro artificio espressivo la verità stessa:

«[…] secondo lui la letteratura vale per il suo potere di mistificazione, ha nella mistificazione la sua verità; dunque un falso, in quanto mistificazione di una mistificazione, equivale a una verità alla seconda potenza».

    Marana, dunque, sembra essere l’artefice di uno scaltro e raffinato imbroglio per nulla ingiustificato. E’ lui che “in una rete di linee che s’allacciano e s’intrecciano” genera il concatenarsi dei romanzi che, nel testo di Calvino, interrompono la narrazione e, in un certo senso, la motivano. Il Lettore e la Lettrice sono volenterosi, d’altronde, di scoprire il mistero celato dietro a questo garbuglio -questa, se proprio la si deve cercare, sembra essere l’unica trama del romanzo.

    Calvino è magistrale nel creare giochi e allusioni, nell’avvicendare fatti, luoghi, tempi e persone (anche verbali) differenti. Il tempo, specialmente. E’ proprio sulle basi dello scardinamento di questo che si sviluppa la narrativa moderna (basti pensare a Proust, Joyce e allo già citato Svevo).

Poiché, a detta di Ludmilla, “leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà”, la narrazione stessa non può seguire un tempo e una persona unitario. Insieme al “tu” del Lettore un romanzo, che per essere veramente tale ha bisogno (a detta e nella persona di Flannery) dell’impersonalità, di abbandonare la prima persona, necessita anche della terza persona della Lettrice:

«Come sei, Lettrice? E’ tempo che questo libro in seconda persona si rivolga non più soltanto a un generico tu maschile, forse fratello e sosia d’un io ipocrita, ma direttamente a te che sei entrata fin dal Secondo Capitolo come Terza Persona necessaria perché il romanzo sia un romanzo, perché tra quella Seconda Persona maschile e la Terza femminile qualcosa avvenga, prenda forma, s’affermi o si guasti seguendo le fasi delle vicende umane. […] Questo libro è stato attento finora a lasciare aperta al Lettore che legge la possibilità d’identificarsi col Lettore che è letto: per questo non gli è stato dato un nome che l’avrebbe automaticamente equiparato a una Terza Persona, a un personaggio (mentre a te, in quanto Terza Persona, è stato necessario attribuire un nome, Ludmilla) e lo si è mantenuto nell’esatta condizione dei pronomi, disponibile per ogni attributo e ogni azione».

    Il mistero delle pagine perdute, per usare una reminescenza cinematografica qui efficace, non è certo destinato a risolversi. L’undicesimo e penultimo capitolo, lontano da voler offrire una soluzione, una unitaria chiave interpretativa, dà voce a sette Lettori che, in modi assai differenti tra loro, simboleggiano altrettanti modi di leggere e interpretare un testo.

La lettura sembra volersi così negare alla scrittura stessa rivendicando, per la prima volta in assoluto, un ruolo egemone di totale non condizionamento.

Azzardate, o meno, possano apparire le teorie espresse nel romanzo, Calvino ha saputo, come sempre, contaminare in maniera sapiente riflessione letteraria, autobiografismo e immaginazione.

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