QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.32: Cupo d’amore e con il sogno del mito. Nicola Prebenna,”Come per acqua cupa”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Cupo d’amore e con il sogno del mito. Nicola Prebenna,Come per acqua cupa, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2008

Nicola Prebenna non è certo alla sua prima prova poetica. Di lui vanno ricordati almeno le liriche di Dacruma (Torino, Genesi Editrice, 2001), di In Gurgite Vasto (sempre Genesi di Torino nel 2004) e, soprattutto, l’ode … E la fiaccola… vive (Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2005), un’opera tutta appassionatamente dedicata all’esaltazione del mito olimpico e al rimpianto per la terra greca in cui è vissuto per alcuni anni e che ha amato allo stesso modo della propria patria italiana e irpina.

Di questo suo ultimo testo poetico ha scritto ottimamente Ugo Piscopo nella sua Introduzione (L’epillio elegiaco di Nicola Prebenna) al volume:

«Le parole, infatti, che Prebenna adopera per la poesia, cioè per la sua missione morale e per le sue battaglie di verità, sono deliberatamente assunte da un ambito di solidità e di efficacia storicamente collaudate: appartengono a filoni metallurgici da cui è stato ricavato da sempre il materiale di combattimento che non tradisce. Devono servire e servono per supportare le operazioni programmate per gli schieramenti in campo, cioè per le composizioni poetiche, che ubbidiscono a una strategia di attacco e di sfondamento dell’acie nemica, vale a dire tutto il fronte del male, fatto di imposture, falsità, ingannevoli allettamenti, brutalità bestiali e assurde. Tale il lessico, tale lo stile, che sembrerebbe inattuale e di un autore isolato, come ha già osservato Emerico Giachery, ma che invece è di un poeta, che ha scelto di far parte per sé stesso, fuori dalle conventicole e lontano dai riti di presenzialismo, così invasivi e ingombranti nel nostro tempo» (p. 10).

E sicuramente questo privilegiare il linguaggio forte e risonante come “ferro battuto” è caratteristica forte e rilevante del lessico del poeta. Come pure lo è il suo insistere sulla dimensione mitopoietica e mitografica della dipintura poematica che si instaura nel corso della produzione di scrittura attraverso l’ispirazione che presiede al suo testo. Anche il termine di epillio ben si addice alla dirittura neo-umanistica su cui Prebenna vuole spingere a fondo il tasto del suo recupero della dimensione del mito e della vita.

L’epillio, infatti, componimento epico di carattere breve ma intenso contenente all’interno episodi diversi interconnessi tra di loro, permette la rappresentazione e il commento di episodi della contemporaneità, mantenendo fermo il giudizio duro e appassionato su di essi pur nel distacco necessario alla ponderazione della pratica letteraria.

Ne è fede, ad esempio, un testo calibrato strutturalmente su questa misura, quello dedicato alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980:

«BOLOGNA FERITA. Muta e immensa la folla nella piazza / grande all’ombra dell’orologio fermo / sulle note di morte per mano assassina / sfuggita alla condanna dell’umana giustizia, / e che gronda castigo nell’intimo del cuore; // mesti i parenti ed amici invicano / pietà e ricordo, invano reclamano sicure / verità che nessuno sa o non osa svelare; // e mentre oratori convinti e d’occasione / s’alternano al rito triste del memoriale / invisibili aleggiano torme d’innocenti, / e non sulla piazza che rumore / e arroganza si fa, bensì verso l’alto / spiccano il volo, sdegnando nel silenzio / la loro morte seconda, decretata da orde / estranee alla pietà, che odio e rancore / brandiscono, cieche al vero e stordite / dalla mania del colpevole ad ogni costo, / lupo che azzanna con falsi pretesti / l’agnello innocente. // Alle incolpevoli vittime non giova / lo schiamazzo gratuito di strilloni di professione, / silenzioso rispetto e preghiera s’addice / a chi custode si erge alla cara e devota / memoria di vittime sacrificali sul rogo / della barbarie e dell’odio. // E pace reclamano le ombre degli eroi» (pp. 60-61).

In questo testo, la passione civile, lo strazio morale e l’indignazione nei riguardi di chi utilizza simili situazioni per bieco sciacallaggio politico e/o di interesse personale diventa occasione per il ricordo dell’antica pace richiesta per gli eroi nel passato classico. La polemica diretta si placa in un’aspirazione non formale alla pace e alla meditazione sulla fallacia e l’umbratile inquietudine del destino degli uomini. In altre poesie, tuttavia, i ricordi e le aspirazioni della poesia predominano sul grido di dolore per le nequizie del presente e la vena civile stinge nella malinconica presenza della dimensione lirica:

 

«SOGNO RITROVATO. Guizzo rapido di sole fende grisaglia / da lungo sospesa tra un capo e l’altro / di felicità vissuta, senza rimpianto costruita, / e dopo aver sepolto senza malizia alcuna / slancio covato in trepida attesa; // e se deturpato il paesaggio svilisce / per sfrenati consumi e denari, / incontaminato è il volo che acciuffa / lieve battito d’ali proteso nell’azzurro; // ho speso quel poco che basta alla vita, / di noi due, e il conto non è stato salato; // ho guadagnato per caso molto di più / e ricco sono uscito dal supermercato / di un attimo di sogno recuperato / senza pretese e senza scommesse, / bello come il giglio che adocchi da lontano / e vive profumato, sottratto alla sorte / dal poeta lamentata che, colto, / il giglio tosto è passo. // E, non carpito, olezzo diffonde e perpetua, / sereno conforto adduce al pellegrino / lento nel procedere e sicuro; / all’intenso profumo di rosa deposto / sul lato del cuore s’intreccia sottile / il candore del giglio… puro e lontano» (pp. 45-46).

La poesia di Prebenda è, proprio per questa sua oscillazione tematica, tutta intrecciata e simile a un tappeto prezioso orientale, di motivi legati alla dimensione del presente del “mondo offeso” (per dirla con Vittorini) e di risarcimenti personali e lirici connessi con la verità del ricordo e della propria salvazione personale attraverso la disciplina rigorosa del verso quale maestro di vita.

Nelle sue prospettive poetiche generali, allora, la musica del verso di Prebenna scandisce la capacità di rendere conto insieme della vita e del suo andare oltre nel sogno vissuto intensamente come propria soluzione esistenziale e nel desiderio di poter durare fuori “dal supermercato” come accade alla bellezza che non ha prezzo ma solo un destino.

In questa aspirazione totale, dunque, si consuma il futuro possibile della poesia e, ancora una volta, insieme a esso la sua chance positiva di salvezza. Il “ricominciamento” (categoria fondamentale della scrittura di Prebenna, dunque) consiste soprattutto di questa volontà che si fa forza di scrittura e di aspirazione morale.

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