QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.33: Luci d’inverno, solstizio di primavera. Giorgina Busca Gernetti, “Parole d’ombraluce”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Luci d’inverno, solstizio di primavera. Giorgina Busca Gernetti, Parole d’ombraluce, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2006

Parole d’ombraluce è il quarto libro di poesie di Giorgina Busca Gernetti. Viene dopo un volume (Ombra della sera, Torino, Genesi, 2002) che individuava nel momento della memoria e della rievocazione del passato il suo determinante filo rosso.

In questo suo testo accorato e lucido, a tratti straziato ma sempre coerente nei toni e compiuto nei modi nella sua ricerca di nuove dimensioni dell’esistenza ritrovate attraverso la poesia. Il taglio è pur sempre quello di una scrittura rammemorante ma nell’orizzonte di un presente affrontato con dignità e forza espressiva. Scrive l’intelligente predatore Sandro Gros-Pietro a proposito di questa sua nuova vena lirica, caratteristica di una scrittura innovativa nel contesto di un pur consustanziale classicismo mai rifiutato o negato:

«Ma la novità che propone acclaratamente Giorgina Busca è il conforto solidale delle anime poetiche dei grandi che viene trasmesso, testimoniato, distillato e criptato, attraverso una scrittura ellittica, cioè con un ornato sotteso a dei fuochi interni che ne sono la scaturigine: questo conforto è l’ombraluce delle parole usate dai poeti. Mirabile ossimoro, invariabile, ma non neutro e sostanzialmente femminile, l’ombraluce è la condizione di grazia e di smarrimento che la parola poetica ha consustanziato nei versi, i quali conducono sì alle visioni edeniche, ma possono anche condurre a un doloroso smarrimento. Il poeta, dunque, non è il custode di un sistema stabile di orientamento dell’umanità intera e di tutto il mondo creato verso la grazia assoluta, immobile, eterna, sempre uguale a se stessa e accecante di luce, cioè la luce della divina visione. Al contrario, egli è artefice ed è custode di un linguaggio ossimorico, che potremmo definire antropico o meglio ellittico, come già si è detto; un linguaggio che con pari dignità e fortuna conduce alla grazia e alla rovina, alla verità e all’errore, all’orientamento e allo smarrimento, un linguaggio che non descrive un sistema stabile e immutabile, ma che, invece, interpreta un universo in continua espansione e decadenza» (p. 8).

Quanto Gros-Pietro allude è vero non foss’altro che per quanto riguarda la scrittura prodotta: in questo libro, infatti, Giorgina Busca mette in crisi, con forza, con determinazione, con talento, la lingua classicistica della poesia.

Certo, nella sua opera, il legato classico è rivendicato con forza – ma nella forma e talvolta nell’uso del linguaggio (termini desueti come virente, ad es., abbondano), non nei contenuti che sono più legati all’intima e privata sfera mai debordante del foro interiore lirico e descrittivo.

Lo stesso Gros-Pietro, in fondo, ammette e conclude in questa direzione, dopo aver constatato la coincidenza in Giorgina Busca, dell’ io poetico e dell’ io anagrafico (anche se, a mio avviso, non si tratta di una coincidenza assoluta ma esponenziale tra due momenti paralleli):

«Il lungo percorso di poesia che ha tracciato Busca nella sua straordinaria attività di scrittrice è caratterizzato dalla lealtà di derivazione e di appartenenza alle fonti e ai contenuti della tradizione plurimillenaria della nostra civiltà occidentale; una lealtà che è vissuta come arricchimento che dilata la realtà e il presente della storia moderna, contrastata da enigmi e contraddizioni destinate a scavare in modo drammatico anche nell’intimo dell’individuo, ad aprire e a mettere a nudo un male di vivere, che non è una specialità solo montaliana di questo secolo, ma che trova corrispettivi analogici lungo tutto l’arco di storia della nostra civiltà letteraria. In modo mirabile e con risultati di alto valore poetico, Busca rappresenta la modernità del nostro tempo con un occhio di lettura che possiede la memoria vigile di confronto e di rappresentazione seriale del déjà vu, in modo che il lettore, nel sentirsi cittadino del mondo, scopre l’antica radice del suo essere autenticamente cittadino del tempo» (p. 15).

Sarà necessario esaminare e verificare, sia pure in modo necessariamente cursorio, i caratteri di una tale “classica modernità” (un ossimoro che non dovrebbe certo spiacere a Gros-Pietro).

L’ombraluce dei versi di Giorgina Busca non è né il chiaroscuro classico della tradizione pittorica né l’alternarsi di notte e giorno, di luce e ombra del trascorrere quieto e sempreeguale dei giorni. E’ la sintesi tra di essi – una condizione di tipo crepuscolare in cui la sofferenza e l’esilio nel e nei confronti del mondo si sovrappongono, contemporaneamente, alla gioia della bellezza conquistata e alla potenza del desiderio contenuti nella Natura.

L’ombra non può esistere senza luce ma la luce scompare e dilegua comunque anche se fosse più forte dell’ombra – entrambe non possono vivere senza il dialettico e simmetrico confrontarsi tra di loro. La lettura di alcuni dei testi lirici contenuti nel volume potrà servire ad aprire lo spazio mentale necessario ad accettare l’idea di ombraluce come prospettiva estetica. Si prenda la dimensione di domanda contenuta in una proposta di interpretazione esistenziale come La mia vita contenuta nella prima sezione del libro (la lirica reca in epigrafe dei versi di Constantin Kavafis : Farla non puoi, la vita, come vorresti? tratti dalla poesia Quanto più puoi)

«Non ho potuto mai / con le mie stesse mani / plasmare la mia vita. // Fragile argilla sono. / duttile forse un tempo / tra le contorte dita / d’oscuro ceramista, / folle di forme tragiche. // Tragica la mia maschera: / triste volto non mio, / assurda, ignota immagine. // Vita non mia, pur mia. // Diversa avrei voluto / ora per ora farla / con le mie stesse mani, / scultrice del mio esistere / non più tragico, assurdo» (p. 30).

Versi limpidi e di semplicità esemplare che scandiscono, in modalità cristallina, il passaggio del tempo e la delusione del destino. Il volto è diventato maschera, la vita simulacro del suo desiderio non realizzato, la volontà frustrata si è fatto epilogo drammatico di un inizio non voluto. La staticità classica dell’esordio diviene mano mano convulsa e inquietante ripulsa del passato. La tragicità dell’essere congela l’impossibilità del divenire in una forma senza sviluppi, impossibilitata a farsi realtà vivente. In un altro testo, anch’esso di derivazione classica coniugata al presente, il nodo sembra stringersi sempre più:

«Tempus fugit. Precipitano i giorni / nel vuoto oscuro del passato labile. // Il tempo fugge, e non s’arresta un’ora per concedere all’animo / una gioia goduta pienamente, / un respiro pacato / nell’affannoso vortice del vivere. // Il passato scolora le memorie / dolci, dolenti, felici, angosciose. / Nulla di saldo resta se la ruota / del tempo gira insonne, se travolge / uomini, regni, sogni. // Solo polvere grigia resta, solo / reliquie solitarie in un deserto» (p. 77).

La citazione da Petrarca (Canzoniere, CCLXXII – dove è però la vita a fuggire in quanto tempo per e dell’amore) è incardinata all’interno di un testo che la accoglie come propria e la amalgama all’interno del proprio progetto descrittivo. In tal modo, la citazione, il legato della tradizione e del passato si mostra come parte integrante di un disegno di natura esistenziale cui è funzionale e che lo libera dal puro gorgo dell’erudizione nozionistica. Petrarca, in tal modo, diventa contemporaneo a chi lo utilizza e la sua scansione lirica non appare solitaria o inconseguente quanto congruente all’approccio di scrittura utilizzato. Ancor più significativo, comunque, è il duetto di liriche che chiude il volume dove l’amore ormai trascorso si manifesta come l’altra faccia dell’amore vivente e attonito di essere ancora verde e costante. Si vedano, allora:

«L’amore è morto. Ora t’ho ucciso, Amore. / T’ho ucciso soffocando nel mio animo / la viva fiamma che ardeva di porpora, / splendente come il sole nel deserto. // La fiamma resisteva. S’accendeva / di nuovo ardore e luce / quando la volontà sopita e imbelle / spegneva le sue armi, ormai inerti. // Dura battaglia, effimera vittoria. / Ancora assalti con impari forze / tra un’anima dolente / e un incendio che robusto divampa. // Ma t’ho ucciso, alla fine: ora sei morto. / Spenta la fiamma, la cenere amara / lascia una traccia oscura / d’un luminoso e puro sentimento. // L’Amore è morto. E’ morto» (p. 152)

che si fronteggia con

 

«Non è morto l’amore. E’ un dio immortale Eros, il Fanète / che rivela e illumina l’immenso. / Non può morire la forza vitale / che l’universo genera e sostiene, / perpetua dei viventi ogni famiglia / e anima lo spirito. // Il doloroso, amaro sentimento / delle profonde, tortuose radici / puoi respingere, scacciare dall’animo / per una quiete mesta che ristori / dalla tempesta, dal fiero tumulto / che ieri l’agitava. // Ma la debole quiete dello spirito / si turba, si sconvolge per un’onda / improvvisa, fremente di vigore, / impetuosa e ribelle ad ogni freno / che ne imbrigli la furia, suscita / dall’immortale Amore» (p. 153).

Proprio in questo faccia e faccia del destino possibile dell’Alma Venus, di Amore come forza prorompente e germinale della vita, il concetto di ombraluce si affina e si definisce compiutamente.

Essere nello stesso momento nel cono d’ombra del lutto e del dolore per la fine di Qualcosa che definisce l’orizzonte vitale dell’esistenza propria (e di ognuno) e vederlo rifiorire senza ostacoli nello stesso Io che ne aveva decretato lo scioglimento è il culmine di una prospettiva poetica che non esito a definire sapienziale. L’acquisizione della compresenza come nozione fondamentale per la comprensione del paradigma degli sforzi degli esseri umani a vivere e a perseverare sulla terra senza arrendersi al dolore alla sofferenza e alla morte permette alla poesia di continuare anch’essa il suo corso. Il destino della scrittura è quello di non permettere che chi scrive muoia in futuro e, come nell’aureo verso di Orazio, alla poesia questo compito è perpetuamente affidato a mo’ di fiaccola consegnata alle Vestali perché non si spenga ancora.

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