QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.34: Non ci resta che ridere… Giancarlo Tramutoli, “L’ ultimo tram”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Non ci resta che ridere… Giancarlo Tramutoli, L’ ultimo tram, San Cesario di Lecce (LE), Piero Manni Editore, 2009

«In questa nuova raccolta affiorano due tipi di suggestioni. Tutte e due giocose e leggere. Quella italiana dei Vito Riviello, Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò. E quella americana dei Carl Sandburg, Frank O’Hara, E. E. Cummings. Più un’estetica visionaria e comica che è quella delle strisce dei Peanuts o di certi cartoni animati della Warner Bros che son stati assai importanti nella mia formazione poetica. Invece, a liberarmi dal “poetese”, fu la lettura a diciottenni di Spoon River di Edgar Lee Masters, con quella sua lingua piana, asciutta, priva d’enfasi. A vent’anni, leggendo e rileggendo Howl di Allen Ginsberg, imparai quante possibilità pirotecniche ci sono nelle parole. L’importanza di scrivere di slancio con onestà e senza autocensure. E quanto conta il ritmo, la musica, l’intuizione. E nei beat americani, ammirai la capacità di trovare illuminazioni e pathos anche nelle piccole cose vissute tutti i giorni. E nelle poesie ruvide dell’anarchico reazionario Bukowski, apprezzai l’antilirismo come poetica. L’uso del sarcasmo come ombrello per ripararsi dal sentimentalismo sempre in agguato» (p. 79).

Come si è potuto leggere sopra, Tramutoli non si fa problemi a mostrare le carte di cui si è servito per giocare al tavolo pericoloso e azzardato della poesia. I suoi modelli sono in bella mostra nella Nota dell’Autore che chiude il volume. L’influsso della poetica giocosa e aleatoria di e. e. cummings (come amava firmarsi) è evidente in un testo che a lui si richiama direttamente:

«alla maniera di Edward Estlin Cummings. Grazie al bicchiere / che / (gentilmente) / si è rotto dopo / (solo dopo) / che avevo finito il gelato / e prima / (solo prima) / di averlo lavato» (p. 30).

La mimicry del poeta americano non potrebbe essere più riuscita (salvo per il fatto che Cummings si dilettava di usare questa forma specifica nel redigere soprattutto poesie erotiche ad alto livello e grado di divertissement). Anche per la poesia Oggi si intuisce subito il modello largamente esibito che è la poesia antilirica e prosastica di Charles Bukowski:

«Oggi son contento / ho scritto cinque poesie / e tu che non scrivi mai / pensi sia un impaccio. / Mi detesti se m’esprimo. / Mi ami solo se taccio. / Muto sono l’unico, il primo. / Peccato che così / io mi deprimo» (p. 21).

Il gioco delle rime divertite e rimbalzanti non tacita l’amarezza del finale icastico e tombale.

Ma nella maggior parte dei casi Tramutoli si diverte a redigere calembour, motti di spirito, epigrammi, battute cattive e non e, infine, pure inconsistenze di significato che si reggono sul gioco del significante. Si pensi a Capra contabile di p. 14:

«Io lavoro in una banca / sopra la quale campo / sotto la quale crepo. / E oggi intanto / ho fatto pure un ammanco»,

un testo in cui la cifra giocosa non riesce a trattenere una punta di aggressività come pure un po’ aspro nella voluta leggerezza è un testo successivo (a p. 9), Utilitarismo alcoolico:

«Il bicchiere mi serve / per la verve. / La bottiglia / per dimenticare / che per bere / mi tocca lavorare».

Lavorare stanca e soprattutto nuoce gravemente alla poesia quando non serve ad alimentarne la vena parodica e in fondo vitalmente sensibile.

.La natura di scrittore di bon mots traluce anche in testi divertiti e scintillanti di uno humour che si basa essenzialmente sul gioco di parola per allitterazione. In Io e Gaetano, ad esempio (p.37):

«Gaetano / è un flaneur / della letteratura. / Io / del calembour / sono un flaianeur / per natura».

Gaetano è evidentemente lo scrittore potentino Gaetano Cappelli, autore di Mestieri sentimentali e di La vedova, il santo e il segreto del Pacchero estremo; l’autore, invece, qui si mette a rimorchio di Ennio Flaiano, grande autore di battute esplosive e frizzante e (forse) uno degli scrittori meno considerati della letteratura italiana del Novecento proprio per questa sua natura immune dall’ esprit de serieux. Ma non soltanto di “flaianate” è fatto il mondo poetico-satirico di Tramutoli. Nella poesia Papanonno (espressione tipicamente dialettale che afferisce al nonno, padre del padre del nipote ma che forse in questo casa va letta come parola composta a indicare una troppo tardiva paternità) si legge:

«Ma che ti ridi ? / (non ti rode?) / Facevi il rude / che non si rade. / L’Erode facevi. / Ed ora ? / Aspetti un erede».

Il morso della critica affonda in profondità a dimostrazione che non c’è mai riso senza una punta d’amore (come voleva Bergson nel suo saggio sull’umorismo). Anche Fido (p. 44) non scherza:

«In banca / ho scoperto / che è il fido / il miglior amico / dell’uomo».

Il comico e la satira sono sempre forme di polemica sociale e progetto di demistificazione di ciò che è consueto e ipocritamente accettato. Come scrive Tramutoli (sempre nella Nota dell’Autore da cui si citava anche più sopra):

«Forse è per questo che trovo illeggibile gran parte della poesia contemporanea, così noiosa e sussiegosa. Fatta di incrostazioni retoriche. Di paroloni impronunciabili. Una poesia sessuofobica. Emotivamente rattrappita. Un raggelante versicolare a vuoto. Un’astratta, pallosa, metafisica. La leggo e vedo riemergere quella monumentalità fasulla che si subisce nelle grigie aule dei licei» (p. 79).

Il giudizio qui espresso è certo molto duro, forse ingeneroso nei confronti di molti poeti della nostra contemporaneità vissuta. E’ però una proposta e una dichiarazione di poetica che aiuta a leggere meglio quel che Tramutoli – prepotentemente – scrive.

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