QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.39: “Enciclopoesia” per tutti e per nessuno. Il “Libro grosso” di Ennio Cavalli

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Enciclopoesia per tutti e per nessuno. Il Libro grosso di Ennio Cavalli (con postfazioni di Alessandro Fo, Roberto Roversi ed Erri De Luca, Torino, Nino Aragno, 2009)

Anche se è grosso davvero (sono quattrocentosessantotto pagine di versi!), questo libro di poesie di Ennio Cavalli è un libro “normale”. E’ “normale” come può esserlo un libro di poesie, certamente, o addirittura un libro qualsiasi dato che non esistono certo libri “normali” ma ognuno di essi è diverso l’uno dall’altro proprio perché non può (e non vuole) essere considerato simile agli altri libri. E anche se è un “libro grosso”, la sua grandezza e il suo spessore non gli impedisce di essere leggero, leggibile, godibile, spesso scanzonato e provocatorio. Con esso, Cavalli, un autore ben noto anche precedentemente per le sue opere in verso e in prosa, ha vinto il Premio Viareggio nel 2009.

Non è certo questo, tuttavia, il motivo di maggiore interesse del libro. L’autore teneva, invece (maggiormente, forse) al carattere “generale” della sua opera tanto da spingerlo a definirla, con neologismo divertito e audace, una sorta di Enciclopoesia:

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Effrazioni nell’intimità del personaggio. Renzo Paris, “La vita personale”

di Francesco Sasso

La vita personale di Renzo Paris rientra nel novero di quei romanzi che sollecitano la curiosità indiscreta del lettore verso le biografie romanzate, le confessioni, vere o false, le ricostruzioni storiche, il racconto di cose viste che permettono al lettore, tramite il narratore, di operare vere e proprie effrazioni nell’intimità di altri esseri: i personaggi.

Ne La vita personale si narra la storia sentimentale di Luca Saraceni, docente universitario nonché poeta e traduttore, alter ego dell’autore.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.38: Sapere salem (et sapientiam). Aldo Roda, “Figure del sale”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Sapere salem (et sapientiam). Aldo Roda, Figure del sale, con un’ Introduzione di Massimo Donà, Firenze, Gazebo, 2008

E’ un nuovo capitolo di un lungo poema in fieri questo pubblicato da ultimo da Aldo Roda.

«”Io, / zolla di sale”, dice di sé il poeta. Quasi… fiore che viene tra rovi; ma, nello stesso tempo, anche “animale chiuso in / cassa di pietra / gettato in mare”. Eppure, il suo volto è simile al fiore; che “nasce aperto calice”. Come il sale che l’acqua scioglie e fa suo; trasfigurandone in qualche modo la durezza. Quella stessa che contraddistinguerebbe anche una cassa di pietra; la quale, gettata in mare, rinascerebbe comunque a nuova vita. D’altro canto, ogni vero poeta “depone il proprio guscio di noce”. Durezza necessaria era infatti quella che, sola, gli avrebbe consentito di risolvere ogni desiderio in fiore. Durezza che ogni grano di sale restituisce nella propria falsa opacità; menzognera, dunque… eppur necessaria. Necessaria, cioè, a potersi fare “riflesso di vetro”; vera e propria trasparenza che tutto in sé riuscirebbe ad accogliere, sotto la maschera che, del “vero”, sa esser sempre nello stesso tempo anche custode. Così il poeta, dunque; che conduce le cose dal non essere all’essere come sapeva bene già Platone. Per un gesto comunque sacrilego. Così, d’altro canto, “parla anche la natura”»

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IL TERZO SGUARDO n.3: Alla ricerca di una possibile verità. Gustavo Micheletti, “Lo sguardo e la prospettiva”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Alla ricerca di una possibile verità. Gustavo Micheletti, Lo sguardo e la prospettiva, Firenze, Clinamen, 2009

Lo sguardo e la prospettiva rappresenta un punto fermo nell’ampia e sostanziata ricerca di Gustavo Micheletti partita anni fa con una tesi dedicata al pensiero di Leibniz (discussa con Remo Bodei) e proseguita poi, da allora in avanti, utilizzando molti e diversi mezzi espressivi (tra cui il romanzo, la prosa narrativa, il saggio filosofico e l’intervento giornalistico).

L’intento espresso da Micheletti in questa sua ultima prova filosofica è molto ambizioso:

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“Le perizie” di William Gaddis

di Amedeo Buonanno

 
“L’errato giudizio di una generazione è sempre fonte di sorpresa per la successiva.” Uguale stupore, suggerisce Steven Moore nel suo saggio “William Gaddis”, ci prende ora quando veniamo a conoscenza che “Le perizie”, opera prima di William Gaddis pubblicata nel 1955, fosse stata largamente ignorata per 20 anni fino alla pubblicazione, nel 1975, di “JR”. Sfortunatamente in Italia l’autore continua ad essere perlopiù ignoto nonostante la vittoria del National Book Award per ben due volte (nel 1976 per “JR” e nel 1994 per “Frolic of his own”). La sua ridotta notorietà qui da noi è andata di pari passo con la mancata traduzione delle sue opere in italiano, basti pensare che solo nel 2009,  dopo 34 anni dalla sua pubblicazione, è apparso sugli scaffali delle librerie, per i tipi di Alet, “JR“.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.37: Il sogno di una farfalla felice. La nuova lirica di Innocenza Scerrotta Samà in “Nel cerchio della rete”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Il sogno di una farfalla felice. La nuova lirica di Innocenza Scerrotta Samà in Nel cerchio della rete, Firenze, Polistampa, 2009

«Passò nel riquadro azzurro una fugace danza / di farfalle; una fronda si scrollò nel sole. / Nessuna cosa prossima trovava le sue parole, / ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza»

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

 

1. La farfalla

Innocenza Scerrotta Samà ritorna alla sua produzione lirica. Era un ritorno atteso, certo necessario e del tutto improrogabile. Dopo l’ Afa d’agosto e la fresca cascata d’acqua che l’aveva cancellata in nome di una volontà di rigenerazione lirica, questo Nel cerchio della rete rappresenta, in ogni caso, un salto di qualità. Innanzitutto, il titolo: il cerchio, figura della perfezione assoluta, sogno di un raggiungimento divino mai effettuato e neppure possibile si sposa ai rettangoli furibondi della trappola vitale, della rete che costringe alle scelte e all’oblio.

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Ero(s)diade. Intervista a Nino Contiliano sulla sua ultima opera letteraria

a cura di Roberta Matera *

L’ultima intervista fatta al poeta marsalese Antonino Contiliano risale alla fine dell’estate 2009. Il nostro giornale, allora, lo aveva sentito su due particolari avvenimenti. Uno riguardava  i risultati della sua attività di animatore delle serate estive poetiche  “Ong non-estinti poetry” sullo scoglio marsalese – le note “2rocche”  – di Capo Boeo. L’altro toccava la sua produzione culturale e poetica. In questo caso, nello specifico, la nostra intervista ruotava attorno al riconoscimento che la Città di Sassari, con il  premio di poesia – “L’isola dei versi” (Sassari, Ottobre in poesia) –,  gli aveva attribuito per la sua opera collettiva – ‘Elmotell blues (Navarra Editore, Marsala). Il poeta aveva, infatti, ricevuto il primo premio per la sezione delle opere edite. Ma da allora ad oggi, il poeta-filosofo  – come lo presenta il critico Stefano Lanuzza nelle sue opere ( Erranze in Sicilia 2003; Insulari- Romanzo della letteratura siciliana 2009) – ha continuato il suo impegno e acquisito altri risultati. Ed è su questo che intendiamo rivolgergli qualche domanda. Anche perché il nostro giornale, pubblicandone gli scritti, via via ha avuto modo di seguirne il ventaglio tematico e le pubblicazioni (dibattiti, poesie, saggistica) tradizionali e on-line.

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STORIA CONTEMPORANEA n.40: Lirica dialettale e poesia regionale. Pietro Civitareale, “La dialettalità negata. Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea”; Paolo Saggese, “Storia della poesia irpina (dal primo Novecento a oggi)”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

  

Lirica dialettale e poesia regionale. Pietro Civitareale, La dialettalità negata. Annotazioni critiche sulla poesia dialettale contemporanea, Roma, Edizioni Cofine, 2009; Paolo Saggese, Storia della poesia irpina (dal primo Novecento a oggi), volume I, Avellino, Elio Sellino Editore, 2009

La tradizione della poesia dialettale è larga parte della dimensione nativa della letteratura italiana. Fin dalle origini e addirittura fino dalla costruzione di un volgare autorevole e rappresentativo delle potenzialità di scrittura della lirica nell’ambito della cerchia dei maggiori poeti italiani, il dialetto ha avuto una notevole e decisiva modalità di potenziamento della lingua che quegli autori esprimevano. Il dialetto ha accompagnato, di conseguenza, con una modalità coassiale di riferimento tra i due aspetti lirico-compositivi, lo sviluppo e il potenziamento della poesia in lingua volgare e ha mantenuto questa sua dimensione creativa anche quando si è giunti alla ri-composizione di un linguaggio della koiné valido per la maggior parte delle esperienze di scrittura della letteratura nazionale. La lirica dialettale è vissuta, in momenti assai importanti della crescita della cultura letteraria italiana, in una dimensione parallela alla scrittura in lingua. In molti casi ne ha sopravanzato l’evoluzione (sono certo emblematici, al riguardo, i casi di Porta, Belli e altri poeti ottocenteschi come pure quelli primo-novecenteschi di Pascarella o Trilussa o quelli del secondo Novecento di Pasolini, Franco Loi e Franco Scataglini) e a tutt’oggi segue di pari passo l’evoluzione della poesia lirica più tradizionalmente intesa (anche nella sua pratica sperimentale)

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Dissacrazione del romanzo. Antonio Pizzuto, “Testamento”

di Francesco Sasso

La narrativa di Antonio Pizzuto (Palermo, 1893 – Roma, 1973) è complessa e, credo, senza un vasto pubblico di lettori. Gran merito, quindi, l’aver ripubblicato Testamento (Polistampa 2009).

In quest’opera, Pizzuto realizza una sistematica e radicale demolizione degli istituti del romanzo tradizionale. Lo scrittore siciliano sottopone ad una impietosa dissacrazione lo statuto conoscitivo della tradizione romanzesca, adottando un sincretismo linguistico in cui il vocabolario della comunicazione si mescola a un lessico raffinato, limpido, e a filamenti di idiomi stranieri o neologismi. In Testamento il personaggio è abolito, mentre la struttura è formato da venti “lasse” che, insistendo sulla scansione atemporale della parola, fonde il flusso verbale con l’annotazione dei moti di vita.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO N.36: Parole dall’esilio. Alessandro Ghignoli, “Amarore”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Parole dall’esilio. Alessandro Ghignoli, Amarore, Bologna, Edizioni Kolibris, 2009

Alessandro Ghignoli vive da molti anni a Madrid (insegna nella prestigiosa università di Alcalà de Henares, la patria di Cervantes). Non credo che ne sia insoddisfatto. La sua amarezza, il suo amarore del titolo, nasce da altro. E’ innanzitutto un’insoddisfazione linguistica. Nella prima sezione, Predicamento di me, di quello che può essere considerato un fluente flusso poematico, un vero e proprio poemetto in tre stasimi si legge:

« prima descrizione. delle infinite volte a me dicendomi / di parlare l’italiano senza accento / e lasciare il dialetto da me usato / soggiogato da io al mio volere / creduto di saperne di lettere di plurali / di subiettivo e gerundio e coniunzioni / e tutti i resti d’avverbi che di mia vita / mi feci in costruzione o mi disfeci» (p. 11).

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IL TERZO SGUARDO n.2: Il rizoma e la parresia del saggio. Stefano Berni – Ubaldo Fadini, “Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Il rizoma e la parresia del saggio. Stefano Berni – Ubaldo Fadini, Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, Firenze, Firenze University Press, 2010

«L’attuale è dunque l’”adesso del divenire” e non la prefigurazione di un determinato percorso storico. E’ questa differenza tra il presente e l’attuale a consentire una presa di posizione critica (una presa di distanza) nei confronti di qualsiasi forma di “storicismo”, di razionalizzazione “assoluta” del decorso storico, che ri(con)duce integralmente l’uomo all’orizzonte della storia. Il rinvio all’attuale permette anche di elaborare una risposta alla questione del consumarsi o meno del “destino dell’uomo” nell’immanenza storica che non suggerisce semplicemente la sostituzione di un altro centro di gravità rispetto a quello della storia (ad esempio, la natura, riproponendo così l’abituale contrapposizione tra “filosofia della storia” e “antropologia filosofica”). All’esistenza “storica”, contrassegnata dagli ordini / comandi del presente, è possibile prospettare delle “linee di fuga” rappresentate comunque dai divenire che lo stesso presente veicola. E’ proprio questa attenzione alla dinamica dell’”evento”, che “nel suo divenire sfugge alla storia”, a richiamare, oltre la nietzscheana “eternità dei divenire”, quel “fuori-interno”di Foucault che sta alla base – ne è l’anima – di un processo incessante di differenziazione, che è irriducibilmente “creativo” (di “nuove terre” e di “nuovi popoli”, per dirla ancora con Deleuze e Guattari), che “eccede”, non può non farlo, “il confine stesso della storia” (F. Masini) e le sue logiche di sopraffazione» (Stefano Berni – Ubaldo Fadini, Linee di fuga. Nietzsche, Foucault, Deleuze, Firenze, Firenze University Press, 2010, pp.103-104).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.35: “Nulla è sicuro, ma scrivi” (Fortini). Giovanni Stefano Savino, “Canto a occhi chiusi. Anni solari V”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

“Nulla è sicuro, ma scrivi” (Fortini). Giovanni Stefano Savino, Canto a occhi chiusi. Anni solari V, Firenze, Gazebo, 2009

 

Dal 1999 a oggi, in dieci anni di lavoro, Giovanni Stefano Savino ha sfornato cinque volumi di versi (più una sezione di testo di Trialogo con Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, Firenze, Gazebo, 2006) di impatto e peso notevoli, non foss’altro che per il numero delle pagine edite e la quantità straordinaria dei testi poetici scritti.

Per citare una scherzosa affermazione di Alessandro Carrera (fatta nel corso di una sua recensione apparsa sulla rivista americana “Gradiva”), sembrerebbe che la poesia si sia seduta a tavola con lui, a pranzo e a cena, in tutti questi lunghi anni di lavoro diuturno e generoso.

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STORIA CONTEMPORANEA n.39: Trittico per Camilleri. 2. Del buon uso della mafia. Andrea Camilleri, “Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei.  (G.P)

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di Giuseppe Panella

 

 

Trittico per Camilleri. 2. Del buon uso della mafia. Andrea Camilleri, Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano, Milano, Mondadori, 20092

I “pizzini” ritrovati nell’ultimo rifugio segreto di Bernardo Provenzano, per più di quarant’anni   latitante e lungamente riconosciuto quale capo supremo della “cupola” mafiosa sono un testo di interesse linguistico straordinario non tanto per le informazioni che comunicano ma per il modo in cui lo fanno (e d’altronde l’utilizzazione di questa espressione tipicamente siciliana e le espressioni relative al loro uso è ormai entrata nel linguaggio comune, soprattutto in relazione a fatti della politica). I “pizzini”, dunque, sono strisce di carta comune arrotolate più volte e poi sigillate che Provenzano faceva pervenire, tramite uomini fidatissimi e devoti, ai suoi interlocutori per dare suggerimenti e consigli, imporre ordini, preparare azioni e raccogliere fondi legati alla sua attività criminosa. Del “pizzino”, Camilleri dà questa briosa definizione:

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