QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.35: “Nulla è sicuro, ma scrivi” (Fortini). Giovanni Stefano Savino, “Canto a occhi chiusi. Anni solari V”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

“Nulla è sicuro, ma scrivi” (Fortini). Giovanni Stefano Savino, Canto a occhi chiusi. Anni solari V, Firenze, Gazebo, 2009

 

Dal 1999 a oggi, in dieci anni di lavoro, Giovanni Stefano Savino ha sfornato cinque volumi di versi (più una sezione di testo di Trialogo con Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, Firenze, Gazebo, 2006) di impatto e peso notevoli, non foss’altro che per il numero delle pagine edite e la quantità straordinaria dei testi poetici scritti.

Per citare una scherzosa affermazione di Alessandro Carrera (fatta nel corso di una sua recensione apparsa sulla rivista americana “Gradiva”), sembrerebbe che la poesia si sia seduta a tavola con lui, a pranzo e a cena, in tutti questi lunghi anni di lavoro diuturno e generoso.

Argomento privilegiato della poesia di Giovanni Stefano Savino è lo scrivere poesia, la natura materiale e ideale della sua stesura, il suo essere centro quasi assoluto della sua vita e della sua attività.

«LII. E mangio e dormo e cerco e trovo un verso, / questa la mia giornata. Quando sento / che le gambe mi reggono, passeggio / per via Monterinaldi. La scrittura, / se la guardo su foglio sembra fila / di nere e incomprensibili formiche, / e l’una dietro l’altra, un funerale. / Nulla ho da chiedere a me stesso, nulla; / il fare della vita è senza scopo, / un giorno vale l’altro. Se dovessi / ricominciare, sterzerei di botto. / Io non amo il già fatto, il già veduto / come mi accade quando a notte sogno, / con l’incubo mi sveglio a fiato mozzo (11 agosto 2007)» (p. 31).

Ogni giorno, con pazienza e deliberata volontà di colpire nel segno, Giovani Stefano Savino scrive una, talvolta due o tre testi poetici (quelli che sono stati pubblicati nella serie di Anni solari sono la scelta fattane dalle due curatrici di Gazebo, Mariella Bettarini e Gabriella Maleti).

Questi testi costituiscono tutta la sua vita odierna ma certo non nel senso (usato e fin troppo abusato) di “fare della vita un’opera d’arte” cara ai decadenti di fine Ottocento. E’ la poesia, in questo caso, ad accerchiare la vita, a costringerla ad uscire allo scoperto, a trasformare gli eventi numerosi e molteplici e singolari del passato e quelli semplificati e aderenti del presente in occasioni di scrittura poetica.

«LXXII. Sotto sotto ti credi di valere / almeno un poco, almeno quando scrivi; / sei un uomo piccolo, un ramo caduto / dall’albero per strada, senza foglie, / secco. Il raglio dell’asino, racchiuso / in una stalla, ti fa compagnia; nella sua voce a tratti squinternata / che, all’improvviso, e non so da dove, si alza, / credi di riconoscere la tua; rimani come sospeso in ascolto / fino all’ultimo suono, non preghiera, / non lamento, follia, salto nel buio. / E ti viene le braccia di allargare, / cercando appoggio, e tocchi il muro duro (19 dicembre 2007)» (p. 72).

Il “muro duro” è, ovviamente, la poesia, ciò cui Savino si può appoggiare per rimanere in piedi e continuare il suo cammino, il punto forte della sua costruzione verbale. L’asino è probabilmente l’asinus ad lyram della nota fiaba di Fedro ma è anche il simbolo della saggezza che sa di non essere tale, della dotta ignoranza che riesce a cogliere la vera essenza delle cose esplorandole nella loro assoluta semplicità e terrestrità. Se questo animale è, infatti, incapace di volare (e la nota beffarda rivolta nei confronti di chi crede nell’asino che vola” è esemplare riguardo questa impossibilità e il suo risvolto ridicolo), è però vero che proprio l’ asino è animale conio per eccellenza, legato alla terra e, per questo motivo, correlato all’ immagine del caos; tale lo interpretò anche Carl Gustav Jung in L’uomo e i suoi simboli e Marie-Louise von Franz, una delle sue discepole più importanti, nel suo libro sull’Asino d’oro anche come il simbolo di una humilitas assoluta. Ma sarà proprio Gesù, nei due episodi cruciali della sua vita nei quali l’asino gioca un ruolo importante (la sua nascita nella grotta di Bethlehem confortato da un bue e da un asinello; l’entrata trionfale a Gerusalemme per la Pasqua) a legittimare presso i cristiani l ‘ aspetto positivo del simbolo da esso costituito, la sua figura di essere umiliato e trionfante. L’asino patiens è dunque figura cristica e la sua sorte parla della necessaria umiltà degli uomini che vogliano dirsi fedeli seguaci del Salvatore. In questo contesto tra il mistico e l’umano si spiega l’apparente rinuncia del poeta, il suo rifiuto a considerare poesia la propria scrittura, la sua negazione del proprio valore. Anch’egli – come l’asino – è metafora della volontà d’umiltà che preside nel suo desiderio di cogliere nella propria vita quotidiana (“una vita al cinque per cento” – per citare Montale) la dimensione della poesia e mediante la poesia comprendere la verità (anzi, le verità) che hanno presieduto alla sua vita. Questo assunto di base viene confermato puntualmente da quando egli scrive a p. 222 del volume in un testo in cui la dimensione tutta volontaristica dello scrivere si congiunge con l’umile accettazione del suo dono:

«XXXIV. Io non sono obbligato sulla sedia / seduto a scrivere, ma siedo e scrivo; / ed ho davanti agli occhi sfatto il letto, / alle mie spalle lo specchio. Avrei avuto / in casa per studiare, non a scuola / dove cocciutamente ero invisibile, / bisogno di un aiuto, mai avuto / nemmeno per un facile problema. / Pure alla fine entrai con la licenza / media alle poste. Poi un colonnello / del Distretto col trucco in Sardegna, / “si va dove la patria chiama”, disse, / mi mandò. Non capivo. Raddrizzavo / mangiando libri a dozzine la sorte (22 giugno 2008)».

Il “fermo volere” di Savino non è il “fortissimamente volli” di Alfieri – il poeta non si fa certo legare a nessuna sedia ma anzi raddrizza da se stesso il proprio destino che lo avrebbe voluto relegato ai margini della vita scolastica. Una volta trovato il lavoro per il pane, poi, il servizio militare che preludeva alla guerra lo avrebbe spinto alla lettura ma anche lontano dalle aule in cui perfezionare in maniera qualitativamente più elevata la propria educazione formale e la propria via alla cultura. Sedersi e scrivere sono il conforto ora della tarda vecchiaia – scrivere per vivere e vivere per scrivere inserito in un circolo virtuoso di parole che realizza un destino che ha trovato la propria capacità di scandire (mediante il verso) la propria approssimazione a una forse malcerta ma pur sempre importante verità riguardo la vita stessa. In tal modo, Savino salva il proprio passato mediante l’invenzione della sua poesia e pone un’ipoteca di sensibile entità e pazienza sul proprio possibile futuro. Savino scomparirà con il tempo ma le sue frasi liriche e il suo dettato musicale intessuto del meraviglioso scandito dei suoi endecasillabi resteranno.

«LX. Grido sopravvissuto della vita, / e non volo di rondine ma marmo; / dove la mano d’uomo, ed immutato / il mare scuote l’intonata voce, / mi pose, sto, per caso. In me il passato / osso non scorza, luce nella notte, / gesto fermo nell’aria, mancia, forse // del tempo, cui mi arrendo a poco a poco (14 maggio 2009)» (p. 421).

e aggiunge in calce “La mia scrittura è resistenza nel tempo, non cedimento. Grazie”, dove l’aggiunta è parte integrante del testo poetico.

Il passato è qualcosa che non si può cancellare così come il Tempo non si può sconfiggere. E’ “osso” che rimane profondamente confitto nella carne del corpo e della Storia, non scorza che si può rimuovere con un colpo di coltello liberatorio; è un barlume di luce che rende la notte ormai transitabile e non più spaventevole odissea verso qualcosa che non si conosce; è un gesto che consente all’agire musicale della parola e non pura e semplice sosta o delirio della sensibilità informe in preda al panico per la fine futura; è, infine, una “mancia” da parte della vita, una gratifica per essere ben vissuto. La poesia di Savino si conferma così ultimativa intimazione di speranza: il sopravvivere non vorrebbe dirsi semplicemente vivere se la vita fosse soltanto un susseguirsi inutile di momenti inerti quale sarebbe diventata senza l’accorta regia orchestrata dalla scrittura della poesia. Resistere significa forse proprio questo: continuare ad avanzare apparentemente senza uno scopo deliberato e preciso ma con la sicura consapevolezza che questo servirà pur sempre a qualcuno (a se stesso, ai contemporanei, ai posteri – non è dato saperlo…).

Anche per Savino l’importante è scrivere e registrare sulla pagina il suo canto di fede e di coraggio – “il resto è silenzio”…

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