Effrazioni nell’intimità del personaggio. Renzo Paris, “La vita personale”

di Francesco Sasso

La vita personale di Renzo Paris rientra nel novero di quei romanzi che sollecitano la curiosità indiscreta del lettore verso le biografie romanzate, le confessioni, vere o false, le ricostruzioni storiche, il racconto di cose viste che permettono al lettore, tramite il narratore, di operare vere e proprie effrazioni nell’intimità di altri esseri: i personaggi.

Ne La vita personale si narra la storia sentimentale di Luca Saraceni, docente universitario nonché poeta e traduttore, alter ego dell’autore.

«Luca Saraceni, vi sarete accorti, parla a nome mio. Non tutto quello che dice però mi riguarda, anche se molto della mia persona gliel’ho imprestata. Sono anch’io un poeta e un professore che ha attraversato la seconda metà del Novecento come una folata di vento, catapultato nel primo decennio del nuovo millennio sempre più allarmato. Come la Nora di Ibsen, la mia prima moglie sbatté la porta e mi abbandonò per sempre. Avevo trentatre anni, gli anni che aveva Gesù quando fu crocifisso. Quello che Luca racconta di Laura Buffetti è ispirato a lei, al suo clamoroso abbandono, anche se le cose non andarono proprio così. Il ricordo distorce, trasforma, e la fiction entra nei pori dei personaggi. Anche se ben disposta a diventare personaggio agli occhi del poeta, la persona conserva sempre una materia grigia che non canta, che si rifiuta di avere un senso e voi sapete che un racconto insensato come la vita lascia il tempo che trova.» (pag. 28)

Il romanzo si divide in tre parti, ognuna delle quali racconta la storia d’amore del protagonista con tre indimenticabili figure di donna: Laura Buffetti (poeta dall’energico carattere competitivo), Karen Willis (atipica americana con un forte istinto materno), Sara Frisch (inquietante macchina sessuale).

«Voglio raccontare la mia vita come una cassetta pornografica, posso? Le biografie dei grandi uomini non ci raccontano mai a pieno della loro vita quotidiana, nelle loro idiosincrasie, dei loro pranzi, della loro cene, delle loro malattie, del loro corpo, della loro sessualità. Io voglio raccontare la biografia delle mie tre donne che, a modo loro, sono state grandi ai miei occhi, posso?» (pag.41-42)

Il romanzo ruota intorno ai tormenti amorosi e sessuali del protagonista afflitto da un morboso complesso edipico. Ogni storia d’amore con una donna è in fondo il tentativo del protagonista di evadere dalla sfera materna. E non solo. Insieme al racconto di questi amori, il narratore cerca di evocare una stagione letteraria, di esprimere scrupolosamente il suo tempo, quello che va dal ’68 fino ai nostri giorni. Ed ecco quindi che dal fondo emergono le ombre dei protagonisti letterari di quegli anni: Pasolini, Moravia, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Enzo Siciliano, Laura Betti, Elio Pecora, i due fratelli-critici facilmente individuabili (Hidalgo e Crudelia) ecc. E’ la stagione della scuola romana.

«Hai voluto creare un personaggio tra le quinte, uno con evidenti problemi sessuali, incerto tra il maschile e il femminile fin dall’infanzia, con una madre, che sia pur morta, ancora muove le fila della tua vita, una specie di imbranato con le donne e altrettanto stressato dai suoi amici nemici, lo hai incitato in una scuola romana rinata, discostandosene subito dopo, cercando un assolo contraddittorio. Ma non ti viene in mente che se intervistano i personaggi del tuo romanzo, proprio tutti faranno gli gnorri, pronti a dipingerti come un delirante, compreso il sottoscritto? Hai voluto una autonomia che nessuno ti ha dato.» (pag. 295)

Il romanzo di Paris è costruito in modo tale che il narratore e il personaggio tendono a coincidere in una coscienza comune, spesso dialogica. E quando l’autore interviene per prendere le distanze dalla storia raccontata dal narratore, spesso non sappiamo più a chi credere. Il lettore talvolta può esitare: pura invenzione? E se fosse vero? E se è l’autore a mentire quando accusa il narratore di prendersi licenze narrative? Segno che l’autore ha saputo sfruttare abilmente la “verosimiglianza” della storia che la rende “possibile” o “forse vera”, e che, in linea di massima, il romanzo gioca continuamente sull’ambigua frontiera del reale e della finzione.  Insomma, La vita personale è un romanzo che induce il lettore a domandare con Henry Miller: «A cosa servono i libri se non ci riconducono verso la vita, se non riescono a farci bere da essa con maggiore avidità?». Domanda che trova una risposta positiva e affascinante nel romanzo di Renzo Paris.

(f.s.)

[Renzo Paris, La vita personale, Hacca, 2009, pp.363, €16]

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