QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.40: Dallo sguardo alla parola del poeta. Stefano Ridolfi, “Cacciatore di sguardi”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Dallo sguardo alla parola del poeta. Stefano Ridolfi, Cacciatore di sguardi, con una prefazione di Andrea Ulivi, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008

 «Stefano Ridolfi scandaglia il mondo fin dentro le sue particelle costitutive e da queste sue parole e immagini il valore che le rende necessarie è proprio una forma di attenzione che le avvera. Sì, due sono le caratteristiche che più colpiscono dell’opera di Ridolfi: osservazione e attenzione, cioè rapporto diretto con l’universo reale, con il mondo reale. E questo rapporto è tanto attento e affezionato al reale da trasformare il quotidiano in “prodigioso”, come già dal primo verso della prima poesia, già dalla “nascita” dell’opera. E’ interessante l’esordio della voce poetante: “Si rinnova il prodigio”. “Rinnova” e “prodigio”. Rinascita prodigiosa, rinascita sorpresa, stupore» (Andrea Ulivi, Prefazione a Cacciatore di sguardi, p. 5).

 

L’idea di creare un possibile confronto tra una foto e un testo poetico e di contrappuntare l’evoluzione della scrittura con l’esplosiva flagranza e rapidità delle immagini fotografiche non è una novità. André Breton inserì, nei suoi testi narrativi più importanti (Nadja del 1928, L’Amour fou del 1937), delle fotografie che accompagnavano e rendevano più credibile l’andamento oscuro, flessuoso e affascinato del testo scritto. Le immagini inveravano, nel suo caso, la parola scritta e il flusso di proposta poetica che nasceva dall’inconscio trovava sul suo cammino delle forme di realtà che la solidificavano e la mostravano in forma concreta. Allo stesso modo, Bertolt Brecht in L’abici della guerra del 1955 commentava con brevi liriche di taglio epigrammatico le foto orrende ed esemplari di episodi di guerra contenute in un suo album di poesia.

Il testo cui allude Ulivi nella pagina citata sopra è quello che apre la raccolta:

«NASCITA. Si rinnova il prodigio. / Acqua sublime di sorgente / che trasale in nuvole / percorre cieli sconosciuti / e si fa terra. / Nutre germogli / e fioriture, affonda / nel ventre della Madre, / accoglie memorie ed elementi / e torna alla luce scintillante, / forza vitale dell’essente. / Placa così la sete d’infinito / pervade il mondo / e lo alimenta / con un rivolo d’amore / e di universo» (p. 10).

Il “prodigio” è la nascita rinnovata ogni anno e in ogni tempo delle forme della Natura: i “germogli” e le “fioriture” ritornano periodicamente alla luce per nutrire e farsi nutrire espandendosi e prolificando dal grembo inesausto della Madre Terra. Ma il “prodigio” è anche quello prodotto dalla scrittura che feconda la pagina e la alimenta del suo capacità di circoscrivere l’Universo con la potenza della sua capacità di nominarne gli elementi e le espressioni più significative e importanti. La foto a lato (che rappresenta un solco irrorato dall’acqua che scintilla al sole che le permette di nutrire e fecondare la terra) è il segno che consolida e rassoda il percorso linguistico del verso che gli si affianca. Attraverso le immagini e mediante la parola, la capacità riproduttiva del verso si mescola e si confonda con la potenzialità descrittiva della raffigurazione che riesce, in questo modo, a rendere ragione di entrambe.

Analoga prospettiva si deduce dalla lirica nominata come COSTRUZIONE DI UN’ANIMA (a p. 22) la cui fotografia di complemento si rivela un circolo astrattizzato di luce e di colore:

«All’inizio, / immobilità. / Poi lentamente / pura bellezza. / fatta forma di vita. / Percezioni, dopo / emozioni, ancora / passioni / e infine / cuore. / Alchimia di cellule e vuoto / che comunica / con l’energia / dell’altro vuoto, / quello incommensurabile / di tutto il resto».

L’astrazione del vuoto si fa rapidamente espressione di una forma che lo rappresenta in modo da riempirlo di significato assoluto. La bellezza circola con disperata vitalità per raggiungere il centro della realtà e investirlo con la sua carica di verità e di passione. Ma il vuoto non è mai tale se non nel concetto che lo esprime – è fatto di piani multipli di possibilità che arricchiscono e surrogano la sua apparente impossibilità ad essere. Nel suo essere, energia, poesia e possibilità della vita vengono a coincidere. L’idea dell’immagine poetica come forma espansiva dell’immagine fotografica attraversa tutto il libro di Ridolfi. Ne sono testimonianza moltissime delle poesie contenute della raccolta, in primis quella che dà il titolo al volume – la fotografia che l’affianca raffigura una mano che saluta qualcuno/a che, però, non si vede perché è dietro le sbarre di un edificio in cui è racchiuso:

«CACCIATORE DI SGUARDI. Sfilo l’anima dal cuore / con un sospiro / e la disperdo sul mondo / così come si sparge / il seme del ventre, / pulsione oscura della carne / evanescente speranza di continuità. / Nella fatica di arrivare a sera / mi ritrovo solo, / cacciatore di sguardi / dal carniere vuoto. / In angusti labirinti, / tante porte socchiuse / oscillanti per il vento lunatico / odono i miei passi, / e d’improvviso / schiantano i battenti» (p. 38).

La ricerca di una qualsivoglia verità finisce per l’essere vana se non è seminale e capace di produrre una discendenza – la poesia si rivela un atto d’amore riuscito (e confitto in una sua continuità produttiva che ne valeva la pena) solo quando riesce a fecondare la propria realtà interiore in vista di un rapporto con ciò che gli è esterno. Gli sguardi catturati durante il giorno si trasformano in forme e pensieri che maturano nell’oscuro sensibile della notte. I labirinti della vita chiudono fuori colui che cerca uno spazio di comprensione (di uscita e di rassicurazione insieme) del loro percorso infinito e inconsutile ma invano. Lo spazio che si apre per ciascuno è solo quella ricerca di un senso che sfugge se non lo si trasforma in significato concreto (quel gesto di saluto della mano nella fotografia è la ricerca di questo contatto di senso che si consuma in un addio, tuttavia, non in un abbraccio). Ridolfi continua la sua caccia ma con la consapevolezza dello scacco che ne verrà:

«LA VITA DEGLI ALTRI. L’atto di fuga / disvela lo stato / di totale abbandono / dell’anima. / Udire senza ascoltare / parole urlate dal cuore, / fingere compassione / e poi sparire / nascosti nel vorticare / frenetico del tempo. / Ogni monade senza porta / contiene una vita / sola, / chi è rimasto fuori / non sa dove bussare. / Non resta allora che vagare, / guardando di lontano / la vita degli altri. / Dal profondo infinito del silenzio / forse uno spiraglio di luce / filtrerà presto dissolvendo / il muro di buio / che ci divide» (p. 56).

E’ questo uno dei risultati migliori della ricerca poetica di Ridolfi. Il testo poetico, contrappuntato dalla silhouette di un uomo che solleva le braccia per difendersi (o forse chissà !) per manifestare, invece, con forza una propria idea o la propria volontà imperiosa all’interno di una vetrata semitrasparente, mostra la consapevolezza dell’assoluta solitudine dei soggetti (monadi “senza porta” come quelle di Leibniz che non avevano “né porte né finestre”) che cercano invano una loro via o momento d’incontro. La propria vita non si ritrova mai in quella degli altri. L’affollarsi di moltissime r sanziona il momento tempestoso vissuto in attesa di una via d’uscita, di una possibile speranza di luce che scardini il muro di buio e di incertezza. Ma quel che conta è l’idea – forte in questa lirica – dell’impossibilità di conoscere se stessi (la propria anima finita in abbandono) senza guardare agli altri che pur restano lontani ma non del tutto inaccessibili dato che è guardando ad essi che lo “spiraglio di luce” potrà un giorno rompere la cortina di silenzio oscuro e oblioso che pesa sul presente. La luce, rappresentata in Ridolfi dall’apertura dell’obiettivo della camera fotografica, è lo spazio che è permesso gestire e forse sognare – attraverso lo scatto, il mondo si congiunge all’occhio che lo guardo e crea insieme ad esso una sinergia di desideri e di volontà. Attraverso l’occhio della macchina fotografica, ciò che è fuori nel reale riquadrato e ciò che dentro lo riflette e lo fa riverberare sulla pellicola impressionata si incontrano nel tentativo di un abbraccio di comprensione reciproca. Fotografare è, allora, per Ridolfi, come consegnare un sogno alla realtà. Nei suoi testi, il dolore di vivere diviene speranza di vedere e di comprendere. Il che è da sempre lo scopo, anzi l’obiettivo più alto della poesia come capacità di rendere attraverso le parole l’incomprensibile caos del mondo e permettere di vederlo anche a chi non riesce ad andare al di là del registro delle apparenze. Guardare significa attraversare l’oscurità del non-senso e raggiungere il limite di una visione che va oltre ciò che apparentemente ci è dato comprendere.

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