QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.42: L’usignolo resta senza voce. Gennaro Oriolo, “Mute parole e ingannevoli delizie”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

_____________________________

di Giuseppe Panella

L’usignolo resta senza voce. Gennaro Oriolo, Mute parole e ingannevoli delizie, con una prefazione di Franco Manescalchi, Cosenza, Ferrari Editore, 2010

Di Oriolo e della sua scrittura mimetica scrive proficuamente Franco Maniscalchi nella sua notevole presentazione di questo volume di poesie:

«Si può parlare, perciò, di un autore per il quale la scrittura è fine e mezzo, strumento per dare voce ad una complessa articolazione dove lo spazio tempo prende corpo e identità storica in un vivo e vivido divenire di parole che amplificano e definiscono il farsi medesimo degli eventi. L’ecletticità che emerge anche ad una lettura immediata è dunque movimento modulare e non dispersione stilistica. Un movimento modulare che conferma, come già abbiamo scritto, un operatore di grande cultura e di sapiente mimesi nel quale il “divertissement”(nel senso del pensiero divergente e della reinvenzione ludica) conduce fino alle radici di un’estrema drammaticità dove finito e infinito, vota e morte, esistere ed essere, tutto e nulla confermano la pienezza di una coscienza alimentatasi al mito mediterraneo di una terra dove un tempo abitarono gli dei e dove ancora è possibile respirarne gli ultimi pollini. E questo è possibile perché nel poeta si fondono tre archetipi: la monovalenza del “logos” che inizialmente in lui sembra prevalere, l’entropia dell’ “eros” che, sottesa, crea tensioni telluriche nell’uomo e dunque sulla pagina, e, infine, la non deperibilità del “ludus” confortato dalla “tèchne” del mondo primigenio» (pp. 7-8).

Oriolo è visto come un poeta mitopoeitico, dunque, e la sua è una vocazione a cogliere i diversi aspetti della vita e della cultura che collegano gli uomini e gli dei e che permettono di ritrovare gli uni negli altri. Ma c’è anche di più nella possente arcata che sostiene la scrittura lirica di questo libro. C’è il lancinante richiamo di Eros, figlio di Poros e Pénia, e quindi irsuto e dolorante per la sofferenza d’amore; c’è il Logos della tradizione classica ma anche l’aspirazione critica a ritrovare la sostanza umana profondamente incisa della soggettività del Moderno che appare lesionata e macerata dalla sua conclamata impossibilità a essere e a mostrarsi nella sua pienezza. C’è infine l’homo ludens di huizinghiana ascendenza che non rinuncia a ritornare bambino per meglio affrontare il travaglio della maturità, dei suoi dubbi e delle sue speranze future.

Come conclude poi sempre Maniscalchi alla fine del suo bel testo critico:

«A questo punto rimane soltanto da sottolineare l’aspetto più autentico e sorprendente di questa poesia: il suo andamento mitico-narrativo che con respiro largo e continuo mai si allontana dalla concretezza di un sentimento che emerge per immagini e salva tutto in un presente fatto di memoria, in una geografia dove l’antico e il moderno si intrecciano» (p. 11).

Di questa pluralità di voci e di accenti fa fede un testo-chiave, magari un po’ spaesato nel contesto, ma significativo per la sua volontà di fare affermazioni serie in toni giocosi e ricchi di risonanze timbriche ed eufoniche:

«Gli uomini moderni. Gli uomini moderni / che sembran così saggi / viaggian sui sentieri / di squallidi quartieri // nella trepida attesa di un incontro fugace / con fanciulla distesa / su un giaciglio rapace. // Soddisfano crudeli / l’antico mistero / di amplessi senza veli / oh sacro ministero. // Facce da sacerdoti, / perfidi ingannatori, / di ogni bestia peggiori, / funamboli d’amore» (p. 50 ).

Gli “uomini moderni” hanno perduto, proprio perché moderni, il rapporto con il Sacro e la loro vita sentimentale è fatta di rapporti rapidi e “crudeli” privi ormai della capacità sapienziale (il “velo”) che avvolgeva l’erotismo antico che sapeva coniugare piacere e rituale d’amore. La saggezza della demitizzazione è falsa come è falso il piacere raggiunto negli amplessi che ne derivano; la loro “sacerdotale” apparenza è, in realtà, il segno della loro “bestialità” che si tramuta in rapporti fugaci e senza futuro. L’arietta di taglio metastasiano utilizzata, con la sua leggera vaghezza, maschera (ma solo in parte) l’angosciata pesantezza del contenuto.

E’ tipico di questo nuovo tempo lirico di Oriolo alleggerire il dolore trasformandolo in musica e supportandola di rime che servono ad impedire la degenerazione nel lamento o lo scadimento in una drammaticità di circostanza. Si veda, ad esempio:

«Ingannevoli delizie. Dolce la vita / quando un bagliore di luce / scende sugli uomini / e li attraversa fulgido. // Ma il flusso cangiante del tempo / muta la trama dell’esistere / di effimere creature. // Epifania di un’ombra l’uomo / accucciato al suo presente, / reciso il filo d’oro / del geometrico ordito / di ingannevoli delizie» (p. 63).

Il disincanto non potrebbe essere maggiore. Ma in quell’”accucciato” così infantilmente proteso verso l’imbronciatura della giovinezza c’è come un senso di liberazione dalla pesantezza della spiegazione di come va il mondo. Le”delizie” della vita (innumerevoli e frequenti) si riveleranno alla fine ingannevoli, sicuramente ma basteranno a dare a gli uomini quel “bagliore di luce” che rende la vita sopportabile e (forse) degna di essere vissuta. A rimarcarlo è proprio la poesia che segue in questa sezione del libro:

«Cosce lunari. Le tue cosce lunari / anguille argentate / nel fiume dell’eros / di sessi pulsanti / di vene irrorate / di sangue stellare / di sperma solare / in bocche dischiuse. Accoglienti » (p. 64).

La franca sensualità di questo elogio della sessualità solare che emerge e tracima dal piacere dispiegato definisce e naviga intorno alle “ingannevoli delizie” di cui si diceva prima. Esse, infatti, saranno transitorie e fugaci ma bastano ad appagare il tempo, e l’ora e il luogo dell’amore e sono deputate a definirlo. Il “fiume dell’eros”, per fortuna, non si arresta mai e così pure la dimensione del piacere che oscilla tra inganno e tenerezza mai disgiunte e mai separabili dalla ragione dei corpi che si trasforma in congiunzione delle anime.

Oriolo si conferma in questi squarci di sottile lirismo e di coinvolgente emozione erotica poeta capace di riepilogare in pochi ormeggi di parole situazioni di sempre ed esperienza personale. I suoi duetti con altri poeti (Giuseppe Occhiato, Anna Lauria) posti giustamente in apertura di libro ne sono la conferma. Ma ne è verifica attenta anche lo sprofondamento e il trasalimento lirico che si fanno garanti dell’interpolazione che avviene tra lingua poetica e sperimentazione del quotidiano:

«Terzo giorno di pioggia. Terzo giorno di pioggia / divagano gli occhi di febbre / tra la piazza e il campanile / dove lancette immemori / fissano l’ora del tramonto. // Questo paese dell’infanzia / è solo nel suo silenzio / né basta il pianto dei cani / a turbare l’assenza di tanti / che non sono più tornati. // Il tempo scarnifica la colpa / di questo inesplicato mistero / se partire sia meglio che restare / quando dalla nuvola squarciata / traspare un barlume di pietà. // Tu domandi il perché di una ragione / il senso di una scelta inessenziale / nell’ora del barbaglio vespertino; / fine o inizio? Inizio o fine? / non risponde l’uomo al confine» (p. 40).

La mestizia si colora di pianto; il pianto si accende di nostalgia e di ricordi lucidi e inconsueti; la memoria si illumina dell’immensità della domanda. Tornare o restare? E tornare non vuol dire ritrovare/ rsi? E’ l’interrogativo dell’esule e il bagaglio dell’emigrante. Ma anche l’accorata promessa del poeta a se stesso cui egli chiede una parola di possibile verità. Il tempo prende e il tempo dà a chi chiede – Oriolo si domanda se tutto ricominci sempre o finisca ogni volta (così gli amori i viaggi i sogni) e si risponde nel finale con un detournement pudicamente scandito da scaglie di serietà:

«L’Oriolo al serio. L’Oriolo al serio / non vola; / si accoccola guardingo / alle falde del faceto. // L’Oriolo al faceto / vola; / esplora in disincanto / l’enigma del sogno» (p. 108).

Sarà serio o faceto? Non lo so. Sicuramente risponde alla provocazione da poeta.

___________________________

[Quel che resta del verso n.41] [Quel che resta del verso n.43]

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

Annunci