MOSTRI MARINI IN AVVISTAMENTO. Note sulla poesia di Roberto Corsi. Saggio di Giuseppe Panella

 

Il libro di Roberto R. Corsi– ebook gratuito – può essere prelevato da questa pagina:

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di Giuseppe Panella

   

«Poesia per accompagnare l’avanzata d’una recitazione in onore del Mare. Poesia per assistere il canto d’una marcia, lungo le rive del Mare. Come il rituale giro d’altare e la gravitazione del coro sull’arco della strofe. // Ed è un canto di mare come non ne furono mai cantati, ed è il Mare in noi che lo canterà. / Il Mare, in noi portato, fino alla sazietà del soffio e alla perorazione del soffio, / Il Mare, portante in noi il suo fruscio serico del largo e tutta la sua grande freschezza d’improvvisa fortuna per il mondo. // Poesia per placare la febbre d’una veglia lungo il periplo del mare. Poesia per vivere meglio la nostra veglia nella delizia del mare. // Ed è un sogno in mare come non ne furono mai sognati, ed è il Mare in noi che lo sognerà…»

(Saint-John Perse, Segnali di mare)

 

thàlassa

Ovunque

poeti come pire. A raffinare

afrori in cellulosa:

finalmente hai incrociato gioie rosse

e disponi la penna a lunga lode.

 

Anche a me fanno altari. Screpolato

gabbiano, io punto il vento.

Nulla che valga un ricciolo del mare,

l’ignizione del cielo novembrino,

un distico dorato

consegnato al fondale con preghiere

di bucintòro.

Poesia esemplare per il nuovo corso stilistico dell’autore, questo thàlassa coniuga un’espressività linguistica calibrata (e collaudata) dal suo ricorso alla dimensione evocata dell’altrove insieme a un desiderio inesauribile di competenza linguistica. Da qui l’uso di parole culte e ricercate in un ambito di quotidianità nel tentativo di ritrovare in essa la verità profonda, nascosta delle cose.

Fin dall’inizio, in L’indegnità a succedere (la prima prova poetica di Roberto Corsi, pubblicata da Esuvia Edizioni a Firenze nel 2007), la cifra rappresentativa dell’autore appare legata alla sua volontà di mantenere la scrittura ad un livello alto di frammentarietà espositiva fino a far implodere il testo in una serie puntiforme di emozioni intellettuali. Accadeva, ad esempio, in questo

Davanti  a L’Alzaia di Telemaco Signorini

 

T’ho abbandonata al sùbito svelarsi della parete – al soffio di cobalto del cielo, allo sforzo marmoreo dei barcaioli.

Sei uno scafo sospeso, ligneo, in estasi sulla pelle del fiume – sospettoso dell’uomo, che dilania impolverato la corrente del tempo. Poco a destra di questo nostro istante.

 

In quel libro di esordio, Corsi sembrava voler esasperare un modello di poesia di derivazione culturale ermetica, dove ciascuna parola sembrava voler stare a sé in uno snodo di “perle di vetro” infilzata fino a comporne una corona inquietante di significanti.

Lo stesso appare il destino di questo nuovo All’orza che sembra voler proseguire completando quel progetto; si legga ancora un testo come

piazza de’ Ciompi

 

Dïario

l’attraverso, innescata

nella sua carne povera.

 

Fuor d’acqua, striscio

la stonata, posticcia

Loggia del Pesce.

Testo quest’ultimo apparentemente semplicissimo e sghembo nella sua irrelata descrittività dove l’uso di parole a doppia faccia come dïario in funzione aggettivale o l’epigrammatico posticcia che risolve così la storia secolare della Loggia permette di cogliere il senso di un trascorrere sempreuguale di un evento afferrato e letto con le lenti dello straordinario.

L’oggetto della meditazione (spesso fulminea, sovente più rilassata e permeata di melanconia) diventa un’occasione poetica e stempera il rimpianto che la genera in proposta di successione poetica. Anche il testo che segue

Carlo Carrà, Foce del Cinquale

                     (1928)

 

E viene indifferibile

il tempo della lacca.

L’esistenza si fissa alla memoria.

Niente si direziona,

è sfrattata ogni forza.

Siamo declivi, fiabe

di giornate palustri,

felicità appiattite

d’inabitata asprezza.

mostra la stessa forza di volontà presente negli altri testi commentati. Il grande paesaggio di Carrà, remoto nella memoria, diventa simbolo forse inimmaginabile della vita e del suo correre e fluire senza meta, senza direzione alcuna e prospettiva e sogno verso la sua dimensione assoluta di “lacca”. Nel frangersi fluttuante delle parole tra riva del verso e segno del percorso, tra coerenza semantica e coraggio nella fuga ininterrotta del senso, il quadro si innesta nella poesia fino a divenire tutt’uno con esso. Nel gioco proclive al calembour delle assonanze e delle dichiarazioni ossimoriche di rimbalzo dal quadro al testo e dal testo a pittura delibata come pre-testo, l’”asprezza” del vivere si consola nell’imbocco subíto del colore della bellezza, oliato in direzione di un nulla che, però, si nutre del significato profondo dell’abitare in esso.

Anche l’amore, allora, anche il sesso e il possesso della donna amata si tingono della stessa luce di bellezza e di rimpianto. Come in questo non certamente mozartiano

Catalogo delle donne

Musa, a un certo punto del cammino

impolverato, impelle

orinar sfoghi in carte.

Fischio acuto, proclama

nelle angustie del corpo:

quell’evidente smottamento esercitò

possessi amplessi

per giunta ottriati,           

pianamente

concessi!

 

dove l’uso di termini cruscanti come ottriati (meglio forse sarebbe stato dire otriati) rende il suono vibrante del divertissement e l’osare termini più “bassi” come orinar o sfoghi acuisce il senso dell’operazione ludica più volte tentata dai versi di Corsi. In questo modo, il gioco delle parole si compone nell’ostensione dei versi e la qualità definita di essi (la loro allusività, la loro arcaicità) si ritrova nella situazione di partenza, in quella che montalianamente si è definita l’”occasione”.

Qui lo stesso incipit, con quell’invocazione giocosa e ironica alla Musa che apre la rievocazione dell’avvenuto prossimo, stabilisce il tono generale del testo che, come in tutta la raccolta, si rassoda nella prospettiva di un canto che, però, è sempre rinviato (e inverato) dal ricorso alle parole.

In realtà. Desiderio di Corsi sarebbe quello di essere poeta eminentemente lirico ma poi si trova ad essere insieme ludico e tragico in un passaggio e un registro di tonalità che lo spinge a percorrere tutte le notevolissime potenzialità dei suoi toni di scrittura. Infatti, poi, in questo

lungarno Francesco Ferrucci

Platani inscenano

il distico di Blake

nel soave diletto dell’aiuola,

sprezzando l’infinita

notte del viale Amendola.

 

Ma le foglie hanno il giallo vaticinio

della morte fangosa:

 

già a terra, sono sogni

riversi, figurine

di bimbo. Discese a capofitto

dal mito all’espedirsi quotidiano.

 

Così poc’anzi, dentro un’osteria

mascheravi di gloria

le tue cadute al pubblico plaudente

 

addentando salami, come un Cristo

professionale. 

 

Il metodo innocentemente provocatorio di Corsi può essere riscontrato assai bene qui dove si passa dalla decantazione delle feuilles mortes dei platani al guizzo un po’ osceno e dal sapore guittesco del “mangiatore di salami” (alla Petrolini). Le foglie gialle ormai sul punto di marcire del tutto confondendosi così con il fango delle strade diventano, per conversione immediata, i sogni dell’infanzia ormai trascorsa, le “figurine” dei calciatori delle celebri raccolte di quando si era tutti più bambini. In essi sembrano convogliati i sogni di gloria dei poeti che dalla visione del mito e dalla contemplazione della gloria a seguire si ritrovano riversi, umiliati dal confronto con il mondo quotidiano e il necessario loro brancolare in esso giorno per giorno. E alla fine “il Cristo professionale” che si offre in sacrificio per salvare il mondo (vittima predestinata per coloro che non sanno quello che fanno avvilendolo e portandolo a gesti di assoluta disdicevole indegnità) non potrà che salvarsi dalla morte “addentando salami” in osteria, compiendo lo stesso gesto di chi della gloria e del mito in fondo poco si accende. La caduta dal sermo sublimis dell’incipit al sermo trivialis del finale accentua la curva stilistica della scrittura che si ritrova ad essere in equilibrio tra destino e delirio, tra sorte eletta e soluzione abietta del dissidio. E, infine, nella sua

indagine tardiva sulla Venere di Urbino

           (Galleria degli Uffizi)

Laschi il ventre – remoto, svalutato.

Celi il pube – moderno, dirozzato. Somministri

lattescente carnato.

 

Più avanti sta il pittore

cui prometti – domattina, appagata

uno sguardo d’amore.

 

Ma Tiziano, maturo ormai, è arte-fatto

nell’incoerenza, nella solitudine

di salvezze minuscole.

 

Così a sera, modella di borgata

sconsacrata in vestiari, non lo attendi.

Ti corrughi di modi,

gesti dentali, mute circostanze.

 

Si compie infine il parto

d’olio tela ed addio. Nebbioso, edile

il tempo diluirà la sentenziosa

schiena della fantesca

si consuma  il dispendio assoluto che costituisce la poesia: la pittura resta sospesa nel limbo del suo sguardo mentre la scrittura si arreda con le immagini che ne strappa, parte su parte, lembo per lembo. Lo studio sui rapporti tra pittore e modella, qui adombrati in forma ironico-didascalica, fin dalla partenza del verso (il corpo ormai non più compatto e sodo della donna destinato, tuttavia, ad essere Venere sulla tela) ripete e mima singolarmente quelli tra la parola poetica (ormai logora, usurata, “lasca”) e il poeta che la usa ancora, sempre e comunque, per realizzare la sua “salvezza minuscola” nel tempo e sulla carta. Il suo tradimento (come quello della modella) è però solo temporaneo, fatto di ripicche e di delusioni. Ma quello che conta ormai è il giudizio della storia e dello spettatore (il lettore!) di fronte alla narrazione rigorosa di un mito e non certo di una tresca o di una vicenda annosa e di sempre. La poesia, comunque, arriva sempre in ritardo ad arrestare la propria consuzione – il pittore potrà cambiare la sua modella fedifraga e ingrassata, il poeta non può, invece, disfarsi o mutare le parole che ha usato fino allora salvo la propria caduta e declino che si prospetta come un “vizio assurdo” al cui appuntamento non si può mancare. E così si è giunti alla declamazione cerimoniale dell’addio, al momento di abbandonarsi al vento delle vele che spingono verso altre voci, altre parole, altre stanze. Andare nella direzione del vento cazzando la randa permette di correre il mare del giusto tempo e inseguirne le correnti senza forzare il tempo e il destino – poggiare sarebbe stato più ardito e più facile (forse) ma anche meno possente nelle scelte e nella volontà di raggiungere il traguardo, trovando così nello sforzo del contrasto il riporto più semplice dell’alibi cercato. Così la poesia si trasforma in voce e si fa finalmente musica nell’attimo in cui la vita si decide a fare ascoltare il suo soffio vitale:

Mozartabend al Teatro Verdi

Sul suo collo sfioravo

tratteggi di risveglio. Soli, un palco.

Frasi sepolte in nervi. Ma neppure

la sinfonia praghese

dolceamara corolla

seppe blandire tempo ed esistenza.

 

…che poi, distratta-mente,

sferrandomi il congedo,

mi disse il sale dei suoi vecchi slanci! 

 

Nella fine, allora, si risolve l’inizio e nell’inizio si rapprende la fine già prevista. Nella scrittura lirico-denotativa di Corsi, allora, l’esistenza è blandita dall’assenza di desiderio di morte e si fa coraggioso impulso a continuare, a mettere la barca all’orza in attesa del vento salvifico della poesia, in attesa che quest’ultima, rivelandosi, la conduca verso il largo, alla ricerca di nuove strade azzurre fatte di mito e di verità.

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