QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.44: Un requiem per tutti. Francesca Ruth Brandes, “Trasporto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Un requiem per tutti. Francesca Ruth Brandes, Trasporto, Faloppio (Como), LietoColle Edizioni, 2009

Al termine di questo breve ma intensissimo “libriccino da collezione” di poesie (così definisce le proprie pubblicazioni il suo meritevole editore), si trova una LEGENDA che merita di essere riportata per intero:

«Trasportare, trasportarsi, migrare. Con il corpo, alla ricerca della terra, o comunque di un luogo in cui mettere radici. Con la testa, in quell’impercettibile sfasatura che chiamiamo indagine sul senso delle cose.

Trasporto amoroso, in un conflitto ineducato e fervido con la vita, nel colloquio-scontro con D-o, con l’oggetto della passione e la passione stessa.

La voglia di andare oltre, lo sdegno sulla pelle come una bruciatura di stelle.

Il viaggio e le storie in cui inciampi o cadi come in voragine, i volti, le attese di altre storie.

Questa raccolta è come un cerchio, che parte col rollare di un treno e si chiude nel riconoscimento di una necessità statica. Una pausa, uno stacco pensato, l’accettare la vita come un’onda che ti sommerge. Per questo, forse ho citato il messaggio folgorante di María  Zambrano: la passività come chiave per assorbire l’amore e compenetrarsi con esso. Solo che il mio andare, l’essere che trascorre nascendo (sempre e sempre, come tela di Penelope diseguale e dalle infinite sorprese) e, soprattutto, la voce che racconta le scintille, i deragliamenti, l’invettiva e la tenerezza, tutto questo è ciò che viene prima.

Prima che si aprano le braccia al mistero (e a me – ribelle e sventata – poco si addice). Meglio, prima che lo si intraveda come fulmine, meraviglioso e terribile » (p. 46).

Non si poteva forse dire meglio anche in chiave critica (oltre che stuporosa e affascinantemente onirica). Qui l’Autrice si ritaglia uno spazio e campisce una definizione in maniera tale da venire in aiuto ai suoi lettori. Il viaggio e il riposo (l’appaesamento da qualche parte, dunque, il trovare tregua di un’inquietudine fatta di desideri e di storie vissute o vagheggiate) appaiono come tappe fondamentali nel percorso di scrittura di Francesca Ruth Brandes. Partire è certo un po’ morire – come disse una volta il poeta francese Edmond Haracourt – ma anche rimanere fermi rischia di esserlo. Andare significa farsi accettare dalla vita, dal sogno, dall’amore.

Ma qualcos’altro andrà pure necessariamente detto non foss’altro che per giustificare una lettura e una recensione a un testo tanto compatto quanto dolcemente aperto all’intervento del lettore.

Che cosa c’è di più bello che viaggiare o anche di trovare un luogo in cui sentirsi a casa, zu Haus sein ? Che cosa c’è di più bello che andare in giro per il mondo e sentirsene cittadini? Ma una cosa è viaggiare (e fors’anche migrare), una cosa è essere trasportati. Al termine “trasporto” è legato, ormai, la nefasta e terribile memoria dei lunghi treni per Auschwitz, Buchenwald, Treblinka  e gli altri campi di concentramento che uno dei suoi realizzatori e creatori, Rudolf Eichmann, chiamava per l’appunto così (“trasporti per ebrei”).  Il “trasporto” era, quindi, la prima fase dello sterminio del popolo ebraico. Di questo parla il testo poetico VENTISETTE GENNAIO dedicato all’annuale Giorno della Memoria (il giorno in cui le truppe sovietiche entrarono in Auschwitz e la liberarono):

«Lo sforzo osceno / del ricordare // per natura la natura dimentica // è una condanna che fugge / nel tempo, / come il ritornare / a quel freddo / nel freddo del marciapiede. / Un osso di dolore / e fiori sfatti sul vagone / nozze laide di cenere. // Per natura la natura dimentica / altrimenti non saremmo vivi // Ti porto un giacinto / Magda / dove non sei sepolta. // E tu Shlomo / dagli occhi di cervo / insegui l’orrore / per darmelo in pegno / come un neonato / avvolto in bianche garze» (p. 43).

Katà fusin – per legge di natura si può dimenticare l’assalto di un tempo terribile e violento, arrischiato e vile, incapace di difendere i propri figli ma la legge degli uomini (e quella degli Dei) non può permetterlo e consegnarlo come messaggio a coloro che verranno nel presente e nel futuro a chiedere conto, a rammemorare, a separare grano da loglio, verità da menzogna, amore da morte.

Ricordare è sì uno “sforzo osceno” ma è necessario farlo ancora e ancora.

Il dolore la morte la sofferenza il freddo e il gelo della solitudine e della dimenticanza si fanno rievocazione attenta e impavida, ricordo partecipe e determinato, capacità di dire ciò che forse non si vuole più neppure pensare. Per esso non si vuole neppure una im-possibile consolazione:

«PASSING BY. Non consolazioni / voglio / ma furori incandescenti / inferni vivibili // né cristallino / rigido distacco / ma insensata scelta / rischio dinamico / guaio // E il trascorrere / ubriaca i nervi / una condanna per ognuno / ti racconto. // Non consolazioni / voglio / ma prendermi a cuore / la discesa» (p. 24).

La natura del viaggio può essere quella di ricomporre una linea di frattura della propria vita così come quella di mettere in moto desideri e forme dell’azzardo che rendono feconda la vita ma non può rendere nessuno felice e appagato di ciò che è stato prima dato che, in caso contrario, non avrebbe ragione d’essere come percorso e cammino verso qualcosa di diverso.

La rabbia e il furore sono, dunque, le condizioni iniziali che portano al “rollare secco” (p. 13) del vecchio e sempiterno andare dell’esule o “il piacere e l’azzardo” (p. 13) della scoperta di luoghi nuovi (esotici o meno). La scelta e il rischio ne fanno parte come momento ineludibile.

Quello che Francesca Ruth Brandes allora esprime ed espone nei suoi versi tesi e compatti come cristalli di rocca è la forza stessa dell’andare che travolge tutto quello che prima c’era stato e che sembrato impossibile smuovere o spostare o distruggere. Il suo passare oltre è opzione assoluta e si manifesta nella poesia, anzi nel raccontare attraverso la sua scrittura lirica quelle storie che permettono di capire che cosa separare il trasporto della vita (il suo tratto amoroso sensuale passionale) dal trasporto della morte. Si tratta, allora, di credere e di arrivare a

«UNA LUNGA FEDELTA’.  La piccola gioia / cercata / dipende dalla mia / forza / nel cercare, / dal respiro / che precede lo slancio, / dal coraggio nel vedere le cose / e nel vederle tutte / così. // La gioia è merito / fuga di pianta / è / il pigiare delle radici / nella terra. // La gioia è rischio / di tornare» (p. 37).

Così la poetessa insiste sul rischio e sulla gioia che esso dà a chi ha la forza di insistervi. Si tratta di una “piccola gioia” che vale la felicità perché in essa il cercare precede il vedere, il coraggio viene prima della paura e il sogno prima delle certezze.

In un libro denso e teso, forte come l’aspirazione a vivere che lo sostiene, le passioni e le aspirazioni del vivere si innestano una dentro l’altra fino a formare il quadro completo della speranza. Quella speranza che viene dalla poesia, certo, ma che senza il sentire e il testimoniare non avrebbe ragione d’essere ancora.

Trovare le proprie radici e condurle con sé in fuga verso una nuova dimensione vitale rappresenta la condizione della scrittura felice. Trasporto nasce sotto il segno di questa aspirazione  bigger than life: viaggiare fuggire sognare forse…

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[Quel che resta del verso n.43] [Quel che resta del verso n.45]

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