FRANCESCO ORLANDO. Un ricordo, uno spunto di discussione.

di Giuseppe Panella

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«… perché era un vero poeta e del partito del diavolo senza saperlo»

(William Blake, Il matrimonio del cielo e dell’inferno)

1. E’ ormai evidente che sto diventando vecchio per il fatto che continuo a ripetere sempre più spesso che “mi ricordo, sì, mi ricordo…”. Eppure casi recenti come la scomparsa di un maestro della critica e della teoria letteraria come Francesco Orlando non possono che scatenare in me una ridda di ricordi che vanno sempre più indietro nel racconto della mia vita.

Ho conosciuto Francesco Orlando nel dicembre del 1973. Ero arrivato da poco meno di due mesi a Pisa e vi risiedevo in pianta stabile da quando avevo vinto un posto come allievo interno presso la Scuola Normale Superiore (il concorso era stato in ottobre; l’inizio ufficiale dei corsi i primi giorni di novembre – come usava allora). Orlando era stato lettore di francese presso la Scuola Normale e professore presso la Facoltà di Lingue, poi si era dimesso (dopo vicende oscure e non ancora chiarite e comunque a me all’epoca vagamente accennate e che erano da mettersi in relazione alle vicende del movimento studentesco tra il 1967 e il 1968). In seguito all’allontanamento dalla Scuola era andato a insegnare all’Università di Napoli (da cui poi successivamente sarebbe transitato a Venezia). Ma Orlando amava molto Pisa e, nonostante fosse ordinario a Napoli, continuava ad abitarvi – qui dove aveva conservato un rapporto privilegiato con alcuni ormai ex-studenti della Normale, addirittura, ripeteva per chi fosse interessato a casa sua le lezioni che aveva fatto a Napoli nell’anno accademico precedente ma tenendole a un livello molto più alto di riflessione teorica.

La cosa non solo era assai sorprendente ma risultava di un’attrazione insostenibile. Saputo di queste lezioni private di Orlando, feci di tutto per indurre alcuni dei colleghi degli anni precedenti a farmi partecipare a quegli appuntamenti così ambiti e così seducenti. Ho capito solo più tardi che, in quel modo, il professore palermitano mimava e ripeteva, certo in modo assai diverso ma con prospettive molto simili, l’analogo comportamento del suo “vero” maestro Giuseppe Tomasi di Lampedusa che ha lasciato, infatti, una serie di “scritture private” frutto del suo insegnamento di  “letterature comparate” (so che il termine è improprio!) fatte a casa proprio a un numero scelto di allievi, tra cui lo stesso Orlando. Al momento, per la modestia delle mie conoscenze letterarie, il rapporto mi sfuggì… L’impatto con l’ambiente del professore palermitano fu notevole: in quell’occasione conobbi quelli che sarebbero diventati importanti studiosi di storia della letteratura italiana (Sergio Zatti), linguisti di fama internazionale (Luigi Rizzi) e scrittori (oltre che docenti) da me molto apprezzati (Walter Siti). Ma soprattutto mi colpì molto Orlando che mi apparve mentre faceva lezione e spiegava, in termini per me all’epoca spesso incomprensibili, la sua “teoria freudiana della letteratura”. Questa figura austera, con i capelli già quasi candidi e il gesto fluente e accattivante, mi parve, nel mentre spiegava il rapporto tra significante e significato e forme del contenuto (secondo l’ipotesi linguistica designata da Louis Hjemslev) e ritorno del rimosso nella teoria del witz di Freud, una sorta di sacerdote “laico” del sapere, uno, insomma, che spezzava il pane della scienza con alcuni giovani “eletti” e gli insegnava a lavorare sui testi e sui fondamenti culturali di ogni possibile ricerca da farsi. Quei corsi “privati” poi finirono e – come si è già detto sopra – Orlando andò a Venezia e stavolta ci abitò pure. Quando tornò a Pisa negli anni Ottanta per insegnare prima Lingua e Letteratura francese e poi Teoria della Letteratura non ci fu una ripetizione di quegli incontri così intensi e fitti degli anni Settanta. Mi ricordo, però (e qui vorrei smettere di usare questa espressione) una sua conferenza molto lunga (introdotta in maniera altrettanto lunga da Walter Siti) su Todorov in cui Orlando sminuzzò, chiarificò, ripercorse in maniera analitica la già allora più che abbondante produzione dello studioso bulgaro-francese (anche lui da me conosciuto brevemente a Pisa nell’anno successivo a quel 1973 in occasione di una sua serie di conferenze sulla teoria linguistica nei Formalisti russi). In quell’occasione, presentandolo agli uditori, Siti ripercorse l’opera critica di Orlando a partire proprio dalla Teoria freudiana della letteratura.

2. E’ probabile che il capolavoro critico di Orlando rimanga il suo generoso e straordinario repertorio destinato al catalogo degli oggetti desueti (Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti uscito da Einaudi di Torino nel 1993). Un libro impressionante per rimandi, classificazioni, qualifiche e marche testuali, analisi di luoghi e topoi letterari, ricostruzioni di vicende culturali e di filiere interdisciplinari: una ricerca, probabilmente iniziata sotto il segno di Benjamin, che poi ha assunto caratteristiche e percorso tutti propri fino a diventare una sorta di sintesi definitiva sull’argomento e uno strumento di lavoro assai prezioso. Ma i testi di teoria della letteratura di Orlando che probabilmente hanno maggiormente influenzato la mia generazione (come pure quelle successive) sono quelli legati alla stagione della messa in opera della sua “teoria freudiana”. La quaterna di testi che la costituisce (Lettura freudiana della “Phèdre” uscita nel 1971, Per una teoria freudiana della letteratura che è del 1973, Lettura freudiana del “Misanthrope” e due scritti teorici che è, invece, del 1979 e, infine, Illuminismo, barocco e retorica freudiana del 1982) rappresenta un contributo di ricerca con il quale non è possibile non confrontarsi né evitare di fare i conti. Gli argomenti contenuti in questi quattro volumi sono probabilmente infiniti e la problematica contenuta in essi così ampia – direi gigantesca – che è impossibile soltanto accennarvi in questa sede. Mi limiterò per questo a delle annotazioni veloci (e certo non esaustive). L’idea di fondo contenuta nella ricerca di Orlando e cioè la necessità di trovare in Freud (o attraverso Freud) una teoria “formale” del giudizio critico delle opere letterarie piuttosto che una ricostruzione psicologica della figura del loro autore è sicuramente giusta. Le biografie psicoanalitiche (per quanto suggestive possano essere – come quella di Poe realizzata da Marie Bonaparte nel 1933 o quelle, perspicue, prodotte in serie più ravvicinate da Elio Gioanola) non possono esaurire (né devono farlo) il campo della critica letteraria psicoanalitica. Allo stesso modo, il rapporto stretto tra vita e opere di un determinato autore non basta a chiarirne le innovazioni formali che si trovano in esse.

«La cosa più pertinente per il mio discorso non è la psicogenesi, l’originario piacere insensato ma indisturbato che il bambino prenderebbe con le parole, e la sua successiva graduale repressione. E’ piuttosto il compromesso in virtù del quale questo piacere ritorna in forma di represso che non potrebbe altrimenti ritornare. Per una teoria freudiana della letteratura, l’inconscio deve necessariamente importarmi più dell’infantile, il compromesso col piacere più del piacere senza compromesso, il punto d’arrivo dell’apprendistato verbale e logico più del suo punto di partenza o del suo svolgimento. La letteratura è infatti una istituzione sociale che presuppone quell’apprendistato come compiuto […]. Lo stesso Freud del resto non sembra distinguere con sicurezza un piacere in sé, veramente indisturbato, del gioco con le parole senza senso, dal piacere che invece esso può dare proprio in quanto è un gioco proibito. […] Ma se la repressione razionale, intesa semplicemente come rispetto della logica e della realtà nell’uso del linguaggio, comporta un suo represso, la sede di un tale represso non potrà essere che il linguaggio stesso. Il linguaggio in entrambe le facce indissolubili della forma che lo costituisce: sia nella “forma del contenuto” che nella “forma dell’espressione”. E con questa conclusione la questione centrale del mio discorso ha finalmente ricevuto risposta. Il “ritorno del represso formale” – chiamiamolo così – è ciò in cui si può additare una costante comune ai linguaggi rispettivi della letteratura e dell’inconscio» (F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, Torino, Einaudi, 1973, pp. 54-55).

Il che si ritrova anche nei termini utilizzati da uno psicoanalista come Jacques Lacan (non troppo apprezzato, va detto, da Orlando). Ma non sembra (a mio avviso) risolvere compiutamente il problema dell’innovazione linguistica quale necessariamente presente nella novità espressiva della letteratura. Brevemente: perché gli scrittori più avvertiti e più originali scrivono in maniera diversa

dai loro predecessori ? In che cosa consiste l’originalità della letteratura rispetto alla tradizione se l’alveo del “represso” è definito come lo stesso in quanto convogliato nell’istituzione letteraria? In che cosa, per questo motivo, la peculiarità della scrittura incide nel suo continuo processo di trasformazione? Orlando proverà a rispondere a questa domanda utilizzando la bi-logica dell’inconscio come insieme infiniti di Ignacio Matte Blanco. Ma questa è tutta un’altra storia…

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