Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo” (1/4): Il contesto. Saggio di Antonino Contiliano

[Victor Vasarely, Pal-Ket (1973-74)]

di Antonino Contiliano

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Il contesto*

La poesia siciliana contemporanea – credo sia importante rilevarlo prima di problematizzare e indicare delle tracce seppure in termini generali – si muove in un contesto storico-temporale piuttosto problematico e complesso. Le sue costanti e le sue variabili, i temi e le scelte linguistiche (espressione in lingua italiana o siciliana, interferenze, plurilinguismo, modelli culturali di riferimento, tradizione, ecc.) sono significativamente condizionati sia dal movimento storico oggettivo sia dall’elaborazione soggettiva d’ogni autore. Non è un caso se Giuseppe Zagarrio, parlando della Sicilia e dei poeti siciliani compresi nel decennio 1970/1980, metaforicamente definì l’Isola come un continente dostojevskijano “dove il magma del profondo è di fluida incandescenza, e dunque un cenno diverso o una diversa sfumatura di comportamento possono costituire, tra un poeta e poeta, un abisso vero e proprio di misura non commensurabile”(1).

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David Leavitt, “La trapunta di marmo”. Storie di equivoci e di opposti


di Giovanni Inzerillo

Apparso in Italia nel 2001, contemporaneamente all’anno di pubblicazione americana, La trapunta di marmo raccoglie nove racconti sul “delicato tema delle relazioni umane”, come citato nella quarta di copertina. Sono storie contestualmente assai differenti tra di loro, ambientate in diverse aree geografiche e periodi storici.

Dall’America passando per l’Italia Leavitt compone e interpone, come fossero differenti strisce di tessuto unite a formare una “trapunta”, vicende equivoche e paradossali. Ma proprio come fatto da Tom, protagonista morto del racconto che dà il titolo all’intera raccolta, la composizione dei pezzi (e delle storie più in generale) si effettua secondo una geometria “precisa”:

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STORIA CONTEMPORANEA n.51: Attraverso lo specchio. Sandro Montalto, “Monologhi di coppia”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Attraverso lo specchio. Sandro Montalto, Monologhi di coppia, Novi Ligure (Alessandria), Edizioni Joker, 2010


«Il testo è definito dal suo autore una tragedia comica,scrive Paolo Bosisio nella sua Prefazione a sottolineare il riconoscimento di quel quid ridicolo di cui la realtà abbonda: Montalto trasferisce sulla scena “una iper-chiacchierata, un emblema, un’antonomasia, un minimo repertorio di tipi umani riassunti in due burattini e di esperienze quotidiane sempre ai limiti dell’assurdo, ma non assurde”, una sorta di cartina di tornasole della piccola e crudele illogicità della vita quotidiana» (p. 5).

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Emanuele Marfisi, “Diario di classe”

di Francesco Sasso

Emanuele Marfisi (Faenza, 1972), maestro «in una piccola scuola di campagna, sperduta nella bassa pianura bolognese», esordisce con Diario di classe (Discanti 2010), buon romanzo con una vena mordace composto da quadri realistici e spiritosi di vita quotidiana in una scuola elementare.

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STORIA CONTEMPORANEA n.50: Una tranquilla serie di storie di morte. Marino Magliani – Vincenzo Pardini, “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Una tranquilla serie di storie di morte. Marino Magliani – Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo, con una postfazione di Arnaldo Colasanti, Massa, Transeuropa, 2010

Quattro racconti non fanno forse un romanzo intero. Ma le quattro storie raccontate da Vincenzo Pardini e Marino Magliani costruiscono un mondo – feroce accanito spietato straziato e quotidiano. Storie di tutti i giorni queste narrate da due scrittori apparentemente molto diversi (puntato sul rigo e sulla pagina Pardini, preoccupato di non soffermarcisi troppo e voglioso di andare oltre, verso un altro e più nuovo destino, invece, Magliani) che si scoprono nello stesso libro molto simili e accomunati da una visione disincantata e terribile della vita degli uomini.

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“Le vie di Marcel Proust”, di vari autori, (LaRecherche.it)

Pubblicazione realizzata con i contributi di:

Franca Alaimo, Leopoldo Attolico, Mariella Bettarini, Giuliano Brenna, Franco Buffoni, Maria Grazia Cabras, Domenico Cara, Antonella Catini Lucente, Tiziana Colusso, Antonio De Marchi-Gherini, Francesco De Napoli, Stelvio Di Spigno, Giuseppe Grattacaso, Roberto Maggiani, Valerio Magrelli, Gabriella Maleti, Eugenio Nastasi, Giuseppe Panella, Elio Pecora, Guglielmo Peralta, Roberto Perrino, Daniela Ronchetti, Anna Ruotolo, Loredana Savelli.

In occasione del centotrentanovesimo compleanno di Marcel Proust (Auteuil, 10 luglio 1871), a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.

Scarica gratuitamente il pdf: http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=52

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.48: Lo specchio e la speranza. Mihaela Cernitu – Aurora Speranza Cernitu – Giovanna Ugolini – Liliana Ugolini, “La pasta con l’anima”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Lo specchio e la speranza. Mihaela Cernitu – Aurora Speranza Cernitu – Giovanna Ugolini – Liliana Ugolini, La pasta con l’anima, Firenze, Novecento Poesia, 2010


Scrive Stefano Lanuzza in una sua simpatica nota (La pasta e l’amore…con la Mezzaluna, lo Specchio, l’Unicorno e l’Ombra) che precede i testi e le opere pittoriche raccolte in questo quaderno di Novecento Poesia:

«Vermicelli maccheroni garganelli, fusilli ravioli fettuccine, cappelletti bucatini paccheri, gnocchi agnolotti lasagne, trenette tagliolini linguine, pappardelle penne fettuccine…, tutta pasta: lunga, corta, liscia o rigata; e non la cucini che per amore… Allora, quanto amore e quanti fili di pasta nelle tempere su tela di Giovanna Ugolini… Fili, cui pericolosamente s’appendono dei cuochi-clown, tesi come funi ascendenti verso una mezzaluna orientale e un cielo affollato di voli, nuvole, un pallone aerostatico e un aquilone. Ecco poi, sorta di romantica circense, la fanciulla in rosso che, seduta a un tavolo con dei piatti pieni di spaghetti dinanzi a una finestra aperta sulla primavera, sembra cullare la sua luna-bambina. […] O perché non t’attacchi anche tu a quegli altri fili di pasta? Sono liane, ondeggianti altalene, cedevoli corde, forse righe d’un trepidante calepino di versi… sono proprio le poesie di Liliana Ugolini. Lei, dolce buona gentile, le sperimenta come approntando, con tutto l’amore, “una ciotola della minestra”. Tuttavia l’amore è anche narcisistica autocontemplazione in uno specchio a volte luminoso e terso, altre volte opaco e adunco dove – scrive Liliana – balla danze selvagge una beffarda, ingovernabile marionetta fatta di luce e ombra; e sostenuta da “fili appesi alla luna”» (p. 5).

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STORIA CONTEMPORANEA n.49: Il peccato e la gloria. Roberto Bertoldo, “Ladyboy”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Il peccato e la gloria. Roberto Bertoldo, Ladyboy, Milano-Udine, Mimesis, 2009

«Quando gli apparve per la prima volta, era come se si fosse buttata nella sua vita. Aveva esperienza di questo. Gli era già successo di percepire, al primo sguardo, la solennità di un incontro e non s’era mai sbagliato. Sempre, dopo, ciò aveva significato un’emozione importante. E’ solo che le volte precedenti si era trattato di donne. Anche il nome era un segno. Si chiamava Liza e Liza, come Anna, era un nome che aveva influito sulla sua precoce andropausa. Liza era una cinese e aveva sedici anni. Inginocchiata sulla sedia, i gomiti sulla cattedra, sporgendo il viso verso di lui, aveva raccontato la sua breve storia, il padre ignoto, la madre ammalata, l’espatrio. Lui le aveva dato una carezza quando aveva visto che gli occhi le si inumidivano. Così nascono gli amori ultraterreni » (p. 8).

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IL TERZO SGUARDO n.9: Cronache romane dal 2106. Mauro Baldrati, “La città nera”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Cronache romane dal 2106. Mauro Baldrati, La città nera, Bologna, Alberto Perdisa Editore, 2010

Nel 2106 la Città Eterna di Roma, finalmente “liberata” dei suoi ingombranti monumenti e anticaglie anti-progressiste, è diventata un non-luogo rigorosamente suddiviso in settori topografici e sociali dove governa un regime di stampo fascista sostenuto militarmente da una Guardia Pretoriana che non risparmia soprusi, ferocia, torture e morte alla sua variegata e multietnica popolazione. Contro questo regime, guidato dal Sindaco Fioravanti, è insorta una Resistenza abbastanza determinata il cui leader detto il Magister è però sconosciuto (solo alla fine del romanzo si saprà chi è). Continua a leggere

“Verità e Giustizia per Stefano Cucchi”. L. Moretti – T. Bruno, “Non mi uccise la morte” – Download gratuito

Il graphic novel “Non mi uccise la morte“, di Luca Moretti e Toni Bruno, viene rilasciato in libero download a pochi mesi dall’uscita in libreria per i tipi di Castelvecchi.

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Download gratuito:

http://www.terranullius.it/new/index.php?option=com_docman&task=doc_details&gid=34&Itemid=40

f.s.

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.47: Poesie civili per una terra ormai diventata in-civile. Nadia Cavalera, “Spoesie (2006-2009)”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Poesie civili per una terra ormai diventata in-civile. Nadia Cavalera, Spoesie (2006-2009), con un’introduzione di Mirella Serri, Roma, Fermenti, 2010

Spoesie (2006-2009) è l’ultima (finora) raccolta di testi poetici di Nadia Cavalera e arriva dopo l’esplosione sperimentale e surrealistica di Superrealisticallegoricamente (Roma, Fermenti, 2006) dove il tentativo era stato quello – riuscito e complesso – di allargare l’area della coscienza poetica attraverso l’implosione interna delle parole usate in chiave spesso antifrastica e di pura significanza.

Spoesie è, invece, un libro dal registro civile, di indignazione politica e morale, di confronto aspro e duro e amaro con il presente.

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ARNO SCHMIDT O DELLA VERITA’. Saggio di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

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Arno Schmidt, Specchi neri, trad. it., note e una Postfazione (Per speculum) di Domenico Pinto, Sant’Angelo in Formis (Caserta), Lavieri, 2009

Scrivere di Arno Schmidt non è facile così come non è facile (o banale leggerlo). Emerso carsicamente nelle vicende della cultura italiana ad opera di meritevoli quanto sporadiche segnalazioni di studiosi di letteratura tedesca (Ladislao Mittner, Claudio Magris, Maria Teresa Mandalari, Cesare Cases, Marianello Marianelli, Alessandro Fambrini), il suo nome e la sua figura bizzarra, scontrosa e debordante di scrittore sempre controcorrente rischia sempre di suonare incognite e senza eco. In quanto a me, non avrei mai letto né nulla avrei saputo di Schmidt se Remo Bodei nel corso di alcune sue lezioni dedicate a tutt’altro non avesse citato con tanto amore e con tanta passione di lettore Alessandro o Della verità che era uscito presso Einaudi di Torino già nel 1965 ma era rimasto praticamente inusitato nelle librerie di un’Italia troppo attratta da altro (gli scrittori ebraico-americani, Lévi-Strauss e il finale di partita del neorealismo condotto a termine dal Gruppo ’63) da costringermi a leggere quel libro nella bella e scandita traduzione di Emilio Picco.

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Raymond B. Waddington, “Il satiro di Aretino. Sessualità, satira e proiezione di sé nell’arte e nella letteratura del XVI secolo”

di Francesco Sasso

Mentre in molti centri italiani del Cinquecento la tradizione umanistica si evolve nelle forme auliche del classicismo, Venezia diventa un importante centro editoriale e rappresenta spesso il rifugio di quanti desiderano dedicarsi ad un’attività culturale libera dal potere politico e religioso. L’impulso, dunque, che proprio Venezia diede alla diffusione del volgare letterario con l’edizione di Dante e del Petrarca, grazie all’editore Aldo Manuzio con la collaborazione di Pietro Bembo, e la diffusione delle opere dell’umanista olandese Erasmo da Rotterdam furono tappe fondamentali per la cultura italiana del Cinquecento.

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STORIA CONTEMPORANEA n.48: Il cuore antico del presente, il potere e la gloria. Fabrizio Centofanti, “Prêt(re) à porter. La vita in cinque righe”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Il cuore antico del presente, il potere e la gloria. Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter. La vita in cinque righe, prefazione di Tiziano Scarpa, postfazione di Riccardo Ferrazzi, Cantalupa (Torino), Effatà Edizioni, 2010


Scrive Riccardo Ferrazzi in limine al libro di Fabrizio Centofanti che:

«Che senso avrebbe incapsulare Fabrizio Centofanti e il suo ultimo libro negli schemi di una scuola critica? Che cosa ci rivelerebbero l’analisi della struttura o della forma? Probabilmente finirebbero per portarci fuori strada: le meditazioni contenute in questi versi sfuggono alle definizioni critiche, volano più alto» (p. 155).

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L’alchimia della parola. Guglielmo Peralta, “Soaltà” e “Sognagione”

di Francesco Sasso

Poeta incantato, Guglielmo Peralta è autore di due silloge, Soaltà (Palermo, Francesco Federico editore, 2001) e Sognagione (Palermo, The lamp Art Edition’s, 2009), colme di joie de vivre, in cui talvolta si avverte anche il fremito di un latente dolore.

Scrive l’autore nella RAP-PRESENTAZIONE, sorta di manifesto personale:

«La Soaltà è terra vergine che molto promette al suo poeta-contadino. Approdo a questa terra ogni volta che smetto di pormi domande impenetrabili […] E un innesto è soaltà nata dal “sogno” e dalla realtà. Essa risolve nel rapporto di equivalenza l’opposizione tra i due termini antonimici costituendo con la realtà un nuovo dualismo che è, tuttavia, libero da contraddizioni» (Soaltà, pp.14-15).

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.46: “Temi la morte per acqua” (William Shakespeare, Enrico VI). Anna Vincitorio, “Il richiamo dell’acqua”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

“Temi la morte per acqua” (William Shakespeare, Enrico VI). Anna Vincitorio, Il richiamo dell’acqua, con una prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2009

«AL LIMITARE DEL GIORNO. Al limitare del giorno / quando scende opaco il silenzio / restano schegge di parole / non dette, pensate, forse / Ricompattate creano calore / Nasce un piccolo sole, / quello del ricordo / Lontano le ombre / nei meandri dell’acqua / che fu madre all’inizio / Il sipario è calato / Sopra, un tetto di stelle» (p. 48).

Nella poesia finale della sua raccolta, Anna Vincitorio congela in frase semplici e naturali tutto l’impatto estetico riconducibile alla sua scrittura. La memoria poetica produce schegge di parole, ansiose, inquiete, mai rivelate all’esterno che si raggrumano e si rastremano in costellazioni di ricordi. La loro luminosità allontana le ombre del disappunto e del dolore presenti in quegli stessi momenti e ne fanno uno strazio dolente ma addolcito dalla pienezza della vita cui rimandano. Tutto si fa languida onda d’acqua e affonda lentamente nell’immenso alveo materno cui il tutto da sempre rimanda e ritorna e anela. Quel che resta del giorno qui diventa quel che resta del verso.

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