STORIA CONTEMPORANEA n.48: Il cuore antico del presente, il potere e la gloria. Fabrizio Centofanti, “Prêt(re) à porter. La vita in cinque righe”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Il cuore antico del presente, il potere e la gloria. Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter. La vita in cinque righe, prefazione di Tiziano Scarpa, postfazione di Riccardo Ferrazzi, Cantalupa (Torino), Effatà Edizioni, 2010


Scrive Riccardo Ferrazzi in limine al libro di Fabrizio Centofanti che:

«Che senso avrebbe incapsulare Fabrizio Centofanti e il suo ultimo libro negli schemi di una scuola critica? Che cosa ci rivelerebbero l’analisi della struttura o della forma? Probabilmente finirebbero per portarci fuori strada: le meditazioni contenute in questi versi sfuggono alle definizioni critiche, volano più alto» (p. 155).

Forse… ma non credo. Una buona causa non basta a scrivere un buon libro così come le migliori intenzioni non rendono la vita di ciascuno degna di essere vissuta o di essere salvata – occorrono le buone azioni perché questo succeda così come occorre sempre che sia la scrittura a rendere un libro, qualsiasi libro, degno di essere letto.

Senza il raffinato e complesso schema formale che sorregge questo libro di ricordi, di sogni, di invettive, di racconti e di esortazioni non varrebbe la pena di leggerlo tutto d’un fiato (come è accaduto a me). No, non credo proprio che voli alto di per sé perché racconta storie di ordinaria follia o di quotidiana santità. Vola alto (quando questo succede) perché è un libro che cerca di coniugare la vita alla scrittura, l’esistenza di ogni giorno al suo doppio universale, la parola allo spirito. Centofanti è un sacerdote cattolico ma non vuole essere apprezzato come scrittore per questo (o solo per questo). Definendolo nella propria Prefazione a questo libro “un cristiano scrittore”, Tiziano Scarpa ha colto nel segno e lo ha fatto proprio riferendo quel bizzarro aneddoto con cui apre il suo scritto e in cui un prete cattolico replica, piuttosto incongruamente, la risposta – quella forse solo riportata e quindi falsa – del califfo Omar riguardo la sorte della Biblioteca di Alessandria. Essere cristiani non significa necessariamente scrivere in modo tale da essere identificati come tali ma vuol dire sicuramente vivere seguendo le indicazioni del Vangelo.

«La scrittura è la zona di affondo nell’impasto di vita e eternità, è la sua zona isterica» ammette Scarpa a p. 7, sostenendo pure che la parola di un cristiano (anche se sacerdote) non è la parola biblica e la frase giusta ma è qualcosa d’altro che ha a che vedere con la soggettività forte di chi scrive e che si sente, per questo, sempre rimesso in discussione mentre la scrive – sa di non avere sempre ragione quando lo fa ma sa pure di non avere sbagliato nel momento in cui lo ha fatto.

Che cosa racconta Centofanti in questo suo libro in memoria di don Mario Torregrossa, vecchio parroco di forte carismaticità quotidiana, scomparso il 30 dicembre 2008, la cui parte finale della vita è trascorsa su una sedia a rotelle, vittima il 24 novembre 1996 dell’attentato di un folle che voleva farlo bruciare vivo non si sa perché?

«Al mio fianco. E’ grasso, dà un’impressione d’unto, una faccia che ricade su se stessa, occhi infilati in pieghe da ippopotamo. Quando ho saputo che va dicendo in giro che non do soldi a nessuno (mi spremono peggio di un limone) e che don Mario era più bravo, ho pensato di rompergli il muso, ma non sarebbe stato cristiano. Mi sono detto che dovrei guardarlo da un’altra prospettiva, capire le motivazioni, scendere nel dettaglio di una vita. Ho ricordato la sigaretta di don Mario, la sala all’aperto della Nuova Capricciosa, il risotto alla pescatora e il fritto di pesce con le patatine; le parole calme, che mostravano l’altra faccia del mondo, quella che nessuno vede mai. Da quando il mio amico se n’è andato, si è scatenata la bagarre di quelli in cerca di un incarico; così io, oltre al dolore, devo portare il peso dell’arrivismo di gente che mi assedia. Faccio fatica a distinguere la malizia dal candore, il cinismo dal rispetto. Perciò ho deciso di ripartire dal poco: la gioia rarefatta del caffè dell’una e mezzo, la sfumatura di un richiamo, il giornalaio che mi sorride la mattina. La vita eterna è un dettaglio di cui si torna a notare l’esistenza. Ho avuto un angelo, al mio fianco: un po’ alla volta, sentirò ancora il suo frullare d’ali, la scia di vento, l’eco della voce inconfondibile» (p. 56).

Questo libro, dunque, è stato scritto per ricordare e onorare la memoria di Don Mario, presenza importante al fianco di Fabrizio Centofanti, simbolo di una missione e di una vocazione che non sono più frequenti e che si ha la fortuna di verificare solo raramente.

Ma non c’è solo il prete del passato prossimo che rendeva meno pesante o meno solitario il percorso di don Centofanti – ci sono soprattutto i fatti del presente, le contraddizioni della realtà, le aspirazioni del futuro e l’autore non si sottrae ad essi.

Le riflessioni sugli eventi sono consegnate alle righe della continuità e a quelle della alterità, il retrogusto un po’ amaro della vita alienata e questo inutile per chi la vive nelle righe della mondanità, ma ci sono anche le righe della precarietà, quelle della novità… in queste rubriche Fabrizio Centofanti ha annotato episodi di cronaca, tragedie avvenute senza scampo, storie di discriminazione e razzismo, impossibilità di vita e aperture di speranze – tutte legate alla necessità di dare un senso chiaro all’esistenza propria e altrui.

Predomina il ricordo, con uno stile sognante e sospeso, netto di retorica e denso di fatti, fatterelli, episodi, aneddoti, riflessioni e sogni ad occhi aperti. Vivere è anche questo.

Ma soprattutto, per don Centofanti, dare senso alle vicende della vita reale significa dargli un éskaton di senso compiuto, una promessa di salvezza trascendente, rendere vivente il potere e la gloria di ciò che non si vede e che non per questo è meno presente.

Nelle storie che racconta e che sono accadute a lui (o ad altri e di cui egli si è voluto fare carico), la vena pessimistica e drammatica che inevitabilmente li attraversa si coniuga sempre a un gesto di pietà, a un grumo di pianto, a un breve momento di pace e di riposo spirituale che si rivela indispensabile, la salvezza possibile del tutto e la capacità di ricominciare daccapo, ancora e ancora:

«La cannuccia. Quando ti macchiavi la camicia, prendevi la cannuccia e versavi alcune gocce di acqua minerale. Non volevo crederci, eppure funzionava. Eri orgoglioso della scoperta e ci esortavi sorridendo a fare altrettanto. Non ci ho mai provato, quando c’eri ancora, e ora che non ci sei, le cannucce non si trovano più. Quanti tuoi consigli preziosi non ho mai seguito. Quanti pezzi di storia rimasti incompiuti o inespressi. Occasioni perdute per imparare l’ingresso in paradiso, che preparavi giorno dopo giorno, con pazienza certosina. Non sarò mai come te. Eppure mi hai dato qualcosa che non può finire, anche se sprofondassi nell’inferno. Dovessi dannarmi per sempre, mi porterò dietro il paradiso nelle gocce di una cannuccia intrisa d’acqua minerale. Un pezzo di storia diventato eternità» (p. 97).

In questa cannuccia è contenuta la metafora di una salvazione che viene mediante l’acqua e che appaga, nonostante tutto, il bisogno di una purificazione necessaria.

In tutto il libro si ritrovano le tracce di un percorso di salvezza possibile che passa attraverso la scrittura e che dalla scrittura trova lo stimolo per continuare a investire la vita di tutti i giorni, la rabbia il dolore la sofferenza l’assurdità del tempo e di ciò che si consuma:

«Ed è già tanto. Scrivo per sopravvivere. Ho l’impressione che, come nelle Mille e una notte, se cessassi di raccontare morirei all’istante. Devo ritrovare, giorno dopo giorno, il filo interrotto il 30 dicembre, con la morte del mio amico. Da allora, la scommessa è quotidiana: continuare, fermarsi, superare ostacoli sistemati ad arte e trappole intrise di veleno, confidare in ciò che ho sempre chiamato divina provvidenza, o arrendermi al male che mi assedia. Non so come andrà a finire. Quando riesco ad accendere il computer, segno un’altra tacca di una lotta senza fine. Anche per oggi è fatta, ed è già tanto» (p. 121).

Scrivere equivale a continuare. Non importa cosa si scrive, ovviamente, ma chi scrive e soprattutto come si scrive perché se venisse meno l’impegno della forma, la scelta del tono, la potenza delle soluzioni, la capacità di evocazione, forse, scrivere non servirebbe a nulla e a nessuno. Proprio perché scrive, Fabrizio Centofanti vive – ma l’importante è vivere bene e scrivere ancora, malgrado tutti, nonostante tutto.

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