IL TERZO SGUARDO n.9: Cronache romane dal 2106. Mauro Baldrati, “La città nera”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Cronache romane dal 2106. Mauro Baldrati, La città nera, Bologna, Alberto Perdisa Editore, 2010

Nel 2106 la Città Eterna di Roma, finalmente “liberata” dei suoi ingombranti monumenti e anticaglie anti-progressiste, è diventata un non-luogo rigorosamente suddiviso in settori topografici e sociali dove governa un regime di stampo fascista sostenuto militarmente da una Guardia Pretoriana che non risparmia soprusi, ferocia, torture e morte alla sua variegata e multietnica popolazione. Contro questo regime, guidato dal Sindaco Fioravanti, è insorta una Resistenza abbastanza determinata il cui leader detto il Magister è però sconosciuto (solo alla fine del romanzo si saprà chi è). Il protagonista del romanzo, il sergente Antonio Draghi, di solito accompagnato dal muscoloso e palestrato agente Ridolfi detto Rudolf, appartiene, però, al corpo della Polizia Metropolitana e non è affatto d’accordo con i metodi brutali e spietati usati dai Pretoriani per reprimere quello che essi definiscono “il terrorismo” (termine buono, infatti, per tutti gli usi e strumentalizzazioni). Ma non è neppure determinato ad agire contro la violenza del potere – è, in realtà, demotivato, privo di stimoli vitali, capace soltanto di continuare nelle sue azioni di pattugliamento di routine. In fondo al suo animo è rimasta soltanto una grande pietà per il mondo in cui vive e una carica di indignazione che, tuttavia, soltanto raramente deflagra. E’ un anti-eroe, insomma, con sulle spalle ancora l’elaborazione del lutto per la morte della moglie e della figlia uccise durante un attentato definito “terroristico” (in ciò simile a molti altri antieroi della narrativa di genere e del cinema, dal Paul Kersey di Il giustiziere della notte di Brian Garfield al Mad Max interpretato da Mel Gibson nella serie cinematografica diretta da George Miller).

Anche la Roma di Baldrati ricorda un po’ la New York carpenteriana del 1997 fatale del film, anche se in quella situazione erano i criminali a governare la città ormai evacuata e trasformata in carcere e non i fascisti (va detto che la differenza non è però poi tanta): la divisione in settori è simile e, soprattutto, le bande di disperati e di freak che la popolano con continui scontri a fuoco e all’arma bianca sono il segno di un’eguale impossibilità di civile convivenza.

Il mondo descritto nella distopia di Baldrati è apocalittico: ovunque macerie (come quelle del misconosciuto film Jubilee di Derek Jarman sulle quali a tratti si poteva leggere la parola Post Modern !), ovunque fame e dolore, ovunque un’umanità ridotta a soddisfare i propri bisogni elementari in modo primitivo e allucinante (il cibo prevalente della popolazione romana è diventata così la carne dei topi e l’acqua potabile è sempre più scarsa e fortemente salina da cui la necessità di filtrarla in modo adeguato resa impossibile dalla mancanza di strutture adatte).

Quello che contraddistingue i comportamenti della “città nera”, tuttavia, è, da un lato, una sorta di bellum omnium contra omnes generalizzato e, dall’altro, però, la nascita di forme di solidarietà legate alla dimensione etnica o di clan. Le diverse comunità che Draghi incontrerà nel corso del romanzo saranno sì legate da vincoli che vanno al di là del puro interesse immediato della sopravvivenza senza sviluppare, purtuttavia, forme di solidarietà più ampie frutto della consapevolezza della comune umanità (come avviene, ad esempio, nell’analoga situazione catastrofica descritta da Albert Camus in La peste).

Draghi è un buon poliziotto – nonostante la grave crisi personale e la demotivazione che lo hanno colpito dopo la tragica morte di moglie e figlia, resta un detective attento, vigile e sempre capace di muoversi e capire le motivazioni psicologiche della giungla della Metropoli devastata in cui è costretto ad aggirarsi. Il Ministro degli Interni Luporini gli affida un’indagine ad alto rischio: dovrà scoprire chi è il killer assoldato dalla Resistenza per compiere un attentato ad altra rilevanza politica. Se non riuscirà nella sua missione in un numero determinato di giorni (una situazione classica in questi casi), il potente Ministro sostiene che sarà costretto a scatenare un rastrellamento che risulterà micidiale per la popolazione civile sicuramente incolpevole ma vittima predestinata della repressione indiscriminata che seguirà all’attentato. Draghi si mette sulle tracce dei capi della Resistenza per convincerli a desistere dal loro proposito e si inoltra nei diversi gironi della Città Infernale che è diventata Roma. Incontrerà diversi personaggi più o meno affidabili: il suo informatore Recco il cui unico interesse è di far soldi a qualsiasi costo, vendendo ciò che sa a chiunque è in grado di comprarselo, Muhammed, capo della comunità islamica di Roma che gli offre conforto e un ben cucinato falafel, Catena e la sua banda di giovani e feroci sciroccati, Badiali, il padrone di un locale, L’Orso Nero, tra i pochi rimasti aperti e accogliente per chi ha denaro sufficiente a pagarsi l’ospitalità, la Contessa, capo carismatico di una comunità di rumeni e innamorata senza scampo di un uomo più giovane di lei, Cristinel, legato alla Resistenza…

Tutte figure tragiche, esili, accomunate da un possibile destino finale di morte – tranne Padre Marione, un prete resistente e combattivo che sembra uscito da Il console onorario di Graham Greene, ancora capace di coniugare sensibilità cristiana e speranza nel futuro (una delle poche personalità veramente positive del romanzo). Anche Barbara, una vecchia amica del tempo passato e moglie di un collega ucciso da una Guardia Pretoriana probabilmente per futili motivi, è personaggio forte e simpatetico (anche se in una dimensione erotica più scontata).

Ma, a prescindere dal finale della storia che non è mai da raccontare e nemmeno da alludere in questi casi, il romanzo di Baldrati è legato a un desiderio prepotente, quasi a una gioia direi di narrare – non conta qui tanto l’originalità o la tempestosità del ritmo o la velocità delle vicende raccontate quanto lo stile, il progetto di scrittura che lo sostiene.

Baldrati ha fatto proprie le caratteristiche tipiche della narrativa apocalittica (condotta spesso ai limiti della furia evocativa del significante e della forsennatezza linguistica) di certi romanzi di Alan D. (ma Sergio in realtà) Altieri, scrittore quanto mai prolifico e sicuramente molto apprezzabile sui terreni ancora sdrucciolevoli del thriller all’italiana (il quale soffre molto, anche nelle sue manifestazioni migliori, del suo essere frutto di risulta e non di terreno germinativo).

Ma di proprio ci ha messo una qual certa passione per le situazioni serrate, per i particolari anche secondari, per le descrizioni di scorci e di momenti paesaggistici, per quella dimensione interiore delle vicende che rendono lo stile qualcosa di identificabile (o di qualificabile come tale). Nella ricerca del rifugio di Padre Marione, ad esempio, ci si imbatte in una rappresentazione naturale come questa che cozza con il panorama devastato dei luoghi precedentemente percorsi:

«Dopo la parte iniziale il pendio si addolciva, e il fondo appariva in vari punti pareggiato, livellato dall’opera dell’uomo. Il motore in alcuni punti ruggiva, l’auto spanciava sulle rocce sporgenti, vi erano tratti fangosi per la pioggia recente, ma le gomme facevano presa e il canalone, superata la prima sommità, proseguiva lungo tratti pianeggianti come una vera e propria strada di terra battuta. Intanto intorno a loro il paesaggio mutava. Il deserto sembrava lasciare spazio a zone verdi, con alberi carichi di fogliame, e l’edera gigante sembrava tenuta sotto controllo. Qua e là si notavano mucchi di tralci tagliati e alcune boscaglie erano secche, essendo state le piante madri tagliate alla radice.  A un certo punto costeggiarono un prato. Una distesa di erba che ondeggiava al vento come un oceano verde. Antonio era stupito. Solo una volta aveva visto un prato così rigoglioso, nella villa del capo della Polizia, durante un ricevimento» (p. 240).

Rispetto alle ricostruzioni apocalittiche delle zone della città precedentemente descritte, emerge qui una dimensione pacificata tra Uomo e Natura che potrebbe preludere a un momento futuro di speranza. Allo stesso modo, la vita nella “città nera” viene rievocata da Antonio Draghi con toni certo cupi e pessimisticamente realistici ma tali, però, da rimandare ad una sua possibile collocazione quale Unreal City (riprodotta alla Eliot) più vicina all’acuta dimensione di un fantastico a venire:

«Aveva passato la notte in un autobus abbandonato, sdraiato sul fondo, con la pistola a portata di mano. Aveva dormito a tratti, svegliandosi spesso, scivolando nel dormiveglia, ascoltando i rumori intorno a lui. Era sbalordito da quei suoni: voci, vicine, lontane, urlate, lamentose, rauche. Alcune voci sembravano ruggiti, o ringhi, come di bestie feroci. E poi colpi, spari, raffiche, sirene, auto di passaggio, i motori dei fuoristrada delle guardie pretoriane in perlustrazione. Al mattino era uscito stirandosi i muscoli indolenziti, guardando intorno a sé la strada che era tornata deserta. Non aveva idea di quali creature uscissero di notte, le creature con quelle voci, che ringhiavano in quel modo, e da dove sbucassero» (p. 299).

Per tutti questi motivi, il testo narrativo di Baldrati si congiunge ad una tradizione che cerca di innestare in una narrazione di tipo realistico ossessionata dall’angoscia esistenziale della Metropoli momenti di natura fortemente visionaria e allucinata. In questo modo, la concitazione stilistica di taglio cinematografico della scrittura si converte in evocazione e ricostruzione di un mondo che non c’è ma che potrebbe un giorno, nonostante tutti i nostri sforzi, finire per esserci e realizzarsi. Se ciò avvenisse, nella “zona del disastro” (Ballard) finiremmo per trovarci tutti a cercare di sopravvivere.

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