Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo” (1/4): Il contesto. Saggio di Antonino Contiliano

[Victor Vasarely, Pal-Ket (1973-74)]

di Antonino Contiliano

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Il contesto*

La poesia siciliana contemporanea – credo sia importante rilevarlo prima di problematizzare e indicare delle tracce seppure in termini generali – si muove in un contesto storico-temporale piuttosto problematico e complesso. Le sue costanti e le sue variabili, i temi e le scelte linguistiche (espressione in lingua italiana o siciliana, interferenze, plurilinguismo, modelli culturali di riferimento, tradizione, ecc.) sono significativamente condizionati sia dal movimento storico oggettivo sia dall’elaborazione soggettiva d’ogni autore. Non è un caso se Giuseppe Zagarrio, parlando della Sicilia e dei poeti siciliani compresi nel decennio 1970/1980, metaforicamente definì l’Isola come un continente dostojevskijano “dove il magma del profondo è di fluida incandescenza, e dunque un cenno diverso o una diversa sfumatura di comportamento possono costituire, tra un poeta e poeta, un abisso vero e proprio di misura non commensurabile”(1).

L’attenzione, in ogni modo, sarà focalizzata su qualche punto emblematico della poesia siciliana. L’arco di tempo preso in considerazione, all’interno di una visione materialista, storica e dialettica, e per linee molto essenziali, sarà all’incirca quello che si stende tra la fine degli anni sessanta e i decenni successivi. I passaggi, indicati a grandi linee, sono quelli della Sicilia oggetto-soggetto di trasformazione compresa tra la fase contadina, industriale e postindustriale che ha interessato, direttamente o indirettamente, il paese italiano.

La lettura della poesia, sebbene il modello sia maturato con gli anni, e quindi potrebbe apparire forzato richiamarlo in questo contesto, perché il pensato e rielaborato non è mai contemporaneo al vissuto, seguirà, almeno nell’intento, la concezione testuale e semiotica nel rapportarsi ai testi della produzione poetica in generale. E ciò perché il testo e la sua semiotica sono più prossimi a una concezione materiale e dinamica della storia e della realtà e fanno rilevare meglio come la produzione di una poesia implichi varie dimensioni: da quella antropologica a quella sociologica, politica, psicologica, linguistica, semantica, fonologica, ecc.; perché presentano la poesia come una produzione di senso che distrugge continuamente la dicotomia significante/significato e la strutturazione/riorganizzazione della sintassi del discorso poetico, il quale vuole evitare, insieme con la valenza ambiguo-polisemica che gli è propria, anche la cristallizzazione della natura contraddittoria dei processi materiali eterogenei della realtà materiale e storica, e con ciò riproporre anche  la sua funzione eversiva, sovversiva e di conoscenza. “La saturazione della ragione sintattica, le particolarità dei testi moderni, sembrano indicare che un ricorso alla dialettica è necessario per pensare il funzionamento del senso (con il suo soggetto) e del suo rapporto con ciò che porta la contraddizione per costituirlo. (…). La poesia che opera sulla dicotomia significante/significato e che tende a cancellarla, sarebbe invece il grido anarchico contro la posizione tetica e socializzante della lingua sintattica: disperde ogni comunità, la distrugge o si identifica con il momento della sua sovversione”(2). Una concezione della poesia come testo, inoltre, mantiene ferma la relazione del linguaggio e del soggetto con l’oggetto e la conoscenza, sebbene quest’ultima possa oscillare tra una versione rappresentativa del segno e una produttiva e configurativa o anche una simbolica e una allegorica o anche legata agli stili percettivi di ognuno, con il rischio persino di ripescare il mito o di riproporre una nuova ontologia astorica (noi preferiamo l’ontologia del testo come miscela sempre materiale e temporale)  della poesia. In ogni modo, comunque, il bisogno di antropologia e di storia della poesia, sebbene la sua inattualità e inutilità (non risolve la scissione del mondo ma la sposta sul piano estetico e la pone come tensione permanente; non è una merce, ed è qui la sua inutilità) rimangano sempre attuali nel mondo piatto e grigio della società dei mass media e della realtà mediatica, è un fatto ineludibile. Dice, infatti, Roberto Deidier, “Se pensiamo all’opera poetica in termini di ontologia, nel senso della sua modalità di esistenza, del suo statuto, invocandone la dinamica biologica di fondo, e con essa la sua natura conoscitiva, siamo tentati di concludere che la poesia non appartiene alla storia, ma paradossalmente produce storia. (…). Nella poesia, più che altrove, si riflette il nostro costante bisogno di storia”(3).

In ogni modo, in questo quadro generale di premessa e in questa fase di transizione della storia, una cosa è certa. La poesia siciliana contemporanea conosce e sfrutta i paradossi e le contraddizioni, ma non è più quella del lamento esistenziale-metafisico o della regressione in una mitica terra edenica dove i poveri, i diseredati, gli esclusi, gli sfruttati e gli emarginati, pasolinianamente, sono i buoni ingiustamente perseguitati e forzatamente sottratti alla loro mitica età dell’oro. La storia e il sostrato dei suoi processi materiali, culturali e storici, seppure da più visioni e vissuti, contraddittori o meno, sono sempre stati, e rimasti, un suo orizzonte permanente di riferimento.

La coscienza dei poeti siciliani contemporanei, come in un filo di corrispondenza sintonizzata e d’omologia strutturale con la consapevolezza storica della gente siciliana, rifiuta il fatalismo e la condizione metafisico-esistenziale del suo essere nella sofferenza e nell’emarginazione destinata. Se la storia e la cultura sono dei processi strutturali e infrastrutturali interagenti, che in qualche modo rispondono a delle ipotesi di divenire non cieco, e se la significazione e il messaggio poetico sono anche l’intreccio della significanza – visione e modelli soggettivi che s’annodano nella produzione poetica dei siciliani – è anche vero allora che nei poeti siciliani contemporanei c’è la responsabilità del fare poetico. Questo, infatti, interagisce con le mutate condizioni storiche della Sicilia d’oggi e con la consapevolezza dello stesso poeta che si vede anche soggetto politico, perché si fa carico del cambiamento esprimendolo nella crisi-abbandono  del neorealismo e del realismo estetizzante di tipo pasoliniano e nella/con la scrittura disalienata. In questa direzione, citare i nomi di Edoardo Cacciatore, Stefano D’Arrigo e Antonio Pizzuto è d’obbligo. Non c’è solo Gadda, che rivoluziona il linguaggio letterario e poetico, o i Novissimi per denunciare l’alienazione imperante, l’acquiescenza e la schizofrenia  che allarga sempre più il divario tra società, linguaggio e produzione letteraria, e contemporaneamente tentarne un rapporto critico. Anche in Sicilia c’è una “mimesi”, un pensiero poetico in azione che critica e si oppone. Edoardo Cacciatore – dice Stefano Lanuzza -, sebbene sia un virtuoso della forma e per pochi lettori, con l’attenzione anche al significante, prefigura infatti una posizione avanguardistica. “In realtà, c’è già in Cacciatore, con la moderna tradizione italiana del <pensiero poetante> valorizzata da Leopardi e con la funzione poetica come mimesi critica dello stato delle cose, il neoavanguardistico culto del significante, ossia della parola strumentata in tutta la sua pienezza, al di là del significato ormai consunto dell’alienazione della vita quotidiana e delle ideologie”(4).

La poesia siciliana contemporanea è dunque profondamente coinvolta nello svolgimento di quest’intreccio strutturale storico-materiale e infrastrutturale ideologico, antropologico e sociologico. La poesia per i nuovi poeti siciliani non è un elemento dell’ideologia, seppure rivoluzionaria, completamente determinata dalla struttura, secondo certo marxismo ortodosso, e senza alcun ritorno modificante sulla stessa. Non evita quindi di farsi carico né del rapporto con la società né con l’ideologia, specie se l’ideologia, cui bisogna rapportarsi in termini di contestazione, è quella mistificante della civiltà capitalistica o neocapitalistica. Né per questo i testi poetici di un gruppo d’artisti che si riconosce in una linea di tendenza, che compone e organizza in chiave poetica le tematiche sociali e le opposizioni politiche secondo una prospettiva ideologica oppositiva e alternativa, necessariamente, di per sé istituiscono una propaganda in versi, come ha asserito Giovanni Occhipinti (5) in un recente convegno di studi sulla poesia siciliana del secondo Novecento. Il riferimento è alla poesia dei testi dei poeti dell’Antigruppo siciliano. Il giudizio di Occhipinti è però riduttivo e semplicistico. È riduttivo, perché, se è vero che ci siano stati testi ottativo-celebrativi che soddisfacevano l’emozione e i gusti ideologici di certa moda politico-protestataria, non tutta la poesia del movimento poetico si trovava e si riconosceva in questo versante. È semplicistico perché dimentica che comunque il linguaggio di un testo poetico non può essere letto al di fuori della sua struttura antisistema e antifunzione, vale a dire contro la norma garantista e l’uso mediatore di consensi mistificanti. Un testo poetico, specie se appartiene a un movimento d’avanguardia, non può essere equiparato alla comunicazione dello scambio d’uso dei significati e dei valori attesi dai consumatori e dal pubblico, e il suo linguaggio dunque non può essere strumentale. Questo è un atteggiamento tipico, invece, dell’industria culturale, della propaganda e della pubblicità (di mercato) che giocano sulle attese emotive e non di conoscenza della gente. I lettori-compratori-ascoltatori sono spinti all’adesione e al consumo acritico dei prodotti/valori forniti dal mercato che mediano l’acquiescenza al sistema costituito. Ma se i prodotti sono testi letterari o poetici che veicolano processi di senso, anziché significati naturalizzati come evidenze e sostanze comunicative, che gratificano e tranquillizzano il lettore-pubblico, né propaganda né populismo hanno ragione di motivare la poesia. Non è un caso, infatti, che questa non ha un mercato e un pubblico di consumatori come avviene per le telenovele, i film di guerra e violenza, le varie trasmissioni d’intrattenimento dell’industria dello spettacolo.

La poesia della Sicilia contemporanea, che trova, per esempio, un momento di vera rivoluzione culturale nell’Antigruppo siciliano, non solo non può essere tacciata di propaganda piazzista, ma è anche “diversa da quella quasimodianamente mistico-struggente o da quella neorealisticamente patetico-folklorica o ancora da quella sciascianamente amaro-tragica dell’immobilità. È una poesia, infatti, che mostra di voler prendere coscienza (…) dei suoi reali problemi e di volerli affrontare (…) alle radici”(6). È una voce corale che mostra come la poesia non è incompatibile né con una presa di coscienza ideologica (filtrata poeticamente) né con un altrettanto cosciente impegno etico-politico d’opposizione, lotta, rivolta e ironia nei confronti del sistema borghese capitalistico; è una voce corale, plurale e multiforme, che orienta la poesia ben oltre le linee del lamento e dell’indignazione, le coordinate classiche entro cui si era mosso il mondo poetico siciliano fino agli anni della grande contestazione del 1968. La rivoluzione e la rivolta sono culturali e, in quanto tali, appunto si muovono sul piano ideologico di un movimento sociale che non ha però, come si sa, un equivalente né nelle strutture economiche né in quelle politiche e sociali. Il rinnovamento e la ribellione culturale, lì dove si intravedono e fanno qualche passo, sono soprattutto in qualche infrastruttura – i sindacati dei lavoratori, per esempio – e nella consapevolezza intellettuale delle forze avanzate che fa difficoltà a diventare effettiva prassi politica. L’aspetto politico della poesia siciliana, allora, che a volte si esprime desublimando la cultura classica dell’armonia e della bellezza e lo stesso linguaggio ai vari livelli del suo uso mediatore, denuncia ciò che Marcuse, già, lucidamente aveva rivelato criticamente: “prima di tutto l’esigenza di una effettiva comunicazione dell’atto di accusa alla realtà costituita e degli obiettivi di liberazione. (…). La sua desublimazione significa: ritorno a un’arte <immediata> che risponda non solo all’intelletto e a una sensibilità raffinata, <distillata>, ristretta – e li attivi – ma anche, e principalmente, a un’esperienza <naturale> dei sensi, liberata dalle richieste di una società sfruttatrice obsolescente”(7).

Armonia, ordine, e la stessa sublimazione mistificante del dualismo mondo materiale e spirituale, d’altronde, non hanno più forza aggregante e funzionalità per il nuovo capitalismo della mondializzazione dell’economia di mercato e della comunicazione mass-mediale orwelliana. Passando dalle varie fasi – concorrenziale, monopolistica, imperialistica, multinazionale – all’economia globale, ha, infatti, bisogno di tutto ingurgitare per restituirlo sotto forma di prodotti di consumo gratificanti tutti. Tutti devono sentirsi sicuri: tutti troveranno realizzazione “secondo le proprie possibilità e i propri bisogni”. Nel nuovo assetto globale e informatico elettronico della società borghese-capitalistica, valori e culture, e prassi che non siano quelli della mediazione e del consenso acritico del consumare (siano i prodotti materiali o ideologici o di altro genere ) e tacere, sono osteggiati e combattute come nemici da abbattere. Così se ne tentano anche le versioni mercificanti – le culture minoritarie tradotte in moda e spettacoli – o si và allo scontro diretto, non escluso il ricorso alla critica delle armi.

Si ricercano così forme d’arte e poesia che, demistificando la logica dell’intero sistema capitalistico, anche nelle sue stesse nuove forme, comunichino sia la demistificazione che il bisogno di liberazione attraverso l’intreccio di atti dirompenti e alternativi che intersechino e miscelino po(i)esis e praxis, comunicazione individuale e intersoggettiva.

Certo non mancano né soluzioni crepuscolari né deviazioni retorico-parenetiche; ma questa non è di sicuro la linea comune alla scrittura dell’Antigruppo siciliano, del quale si parlerà più avanti. L’Antigruppo, che visse tra la grande contestazione e gli anni ottanta, ruotò attorno alla rivista Impegno70 prima e Impegno 80 poi, edita a Mazara del Vallo dal poeta Rolando Certa, e alla terza pagina (diretta dal poeta Nat Scammacca) del settimanale Trapani Nuova che si pubblicava a Trapani.

Tra la metà e la fine degli anni sessanta, quando i bollori del boom economico avevano spento gli entusiasmi e acceso i riflettori sul benessere diseguale, e le forze della sinistra socialista e comunista si affacciavano al governo del paese, e i fermenti della contestazione giovanile mettevano in discussione il quadro degli assetti in tutta Europa per poi finire nelle maglie dello scacco, del riflusso o del terrorismo, le reazioni degli scrittori e dei poeti italiani e siciliani sono state molto differenziate.

Credo che lo sviluppo economico e sociale imposto dal capitalismo, molto diseguale tra le regioni d’Italia, e il diverso contesto socio-politico, culturale e ideologico regionale, abbia avuto un ruolo trainante, non deterministico tuttavia, nelle scelte tematiche degli autori siciliani e dei loro stili espressivi. Questi, infatti, sono combattivi, di rivolta e lotta e si agganciano anche al terreno sociologico e alle prospettive ideologiche, mentre, negli anni Sessanta –1966-, in Italia, la Mondadori pubblicava il Manuale di poesia sperimentale di Guido Guglielmi ed Elio Pagliarani. Questa insistenza certo non esclude l’esistenza d’autori e d’opere, come, per esempio, Edoardo Cacciatore, che, come abbiamo visto, si dedicano alla sperimentazione o si rifanno ancora alle scelte del classico lirismo esistenziale o al vecchio realismo. “In Sicilia la stessa presa di coscienza del nuovo corso delle inclinazioni, maturato al Nord, lascia indifferenti le sensibilità più accese. Il neorealismo prolungherà la sua stagione meridionale continuando a manifestarsi nelle scritture con rese di problemi che nell’Isola sembravano (e sembrano) eterni: emigrazione, miseria, disparità sociali, mafia, traumi del passaggio della guerra, che dopo vent’anni premevano ancora attuali sulla rabbia e la rassegnazione di chi si riteneva tradito, truffato dai nuovi assetti democratici seguiti al ventennio fascista”(8).

Le personali posizioni poetiche, infatti, e il comune engagement poetico rispetto al sistema borghese o al modo del tradizionale neorealismo, considerate le generali condizioni di sviluppo (comunque bloccato, vuoi per scelte politiche nazionali di grande respiro vuoi per remore di classe e mafiose clientelari), rifuggono sia dai tagli dell’eccesso sperimentale e formale, com’era avvenuto per il Gruppo 63 (Come punto di riferimento facciamo qualche nome: Antonio Porta, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, ecc.), sia da una soffocante dipendenza poesia ideologia/politica o da un eccesso di realismo estetizzante che esalti le laceranti contraddizioni di un io troppo liricamente narcisistico. Il sistema borghese, infatti, non si mette in crisi rendendo il linguaggio assolutamente incomunicabile e privandolo dei referenti tematici che bruciano sulla pelle degli oppressi. Le condizioni di sottosviluppo pilotato, emarginante e distorto, hanno bisogno d’altre consapevolezze e d’azioni consequenziali. Con il Gruppo 63, gli autori dell’avanguardia siciliana – l’Antigruppo – condividono tuttavia la generale presa di coscienza e di lotta contro il cosiddetto sviluppo borghese-capitalistico dei consumi e della massificazione che aveva generato forti diseguaglianze sia al Nord sia al Sud anche sul piano della qualità della vita.

Credo altresì che insieme allo sviluppo economico e sociale del sistema borghese-capitalistico, molto diseguale in Italia come nel resto degli altri paesi (basta ricordare il terzo mondo, l’Africa, l’Asia, l’America latina, i Paesi arabi, ecc.), si debbano tenere presenti anche gli altri dati dello scacchiere europeo e internazionale. Sono il neocolonialismo, il razzismo, la subalternità culturale delle zone del sottosviluppo che, sottoposte alle rapine e allo strapotere dei paesi forti, perdono le ricchezze materiali e la stessa identità linguistico-culturale indigena.

In Italia si dibattono pure le questioni inerenti l’urbanesimo, l’industrializzazione vecchia e nuova, le battaglie dell’emancipazione, le condizioni dei soggetti deboli e le conseguenze dell’inquinamento ecologico. Sono i punti caldi dei nuovi assetti del paese che accentuano le vecchie divisioni o ne fanno nascere delle nuove. Non secondaria, in questa fase del riassetto del dominio borghese, è la scolarizzazione di massa e la campagna della diffusione dell’italiano popolare che, nelle diverse regioni, coincide anche con l’espropriazione della lingua indigena, mentre il dibattito politico e il tessuto sociale è avvelenato dal rigurgito della destra fascista, dai falliti golpe, dalla strategia della tensione e dalla crisi dei partiti e della prima Repubblica.

Non vanno dimenticati ancora la guerra in Vietnam e in Afganistan, la logica dei blocchi, l’equilibrio del terrore, i morti delle varie guerre mai dichiarate (comprese quelle delle nazionalità) e della fame nel mondo, la qualità della vita, i movimenti e le marce per la pace e il disarmo atomico e chimico, la crisi dei paesi dell’est e il crollo del muro di Berlino e il rilancio nei paesi dell’est dell’economia neocapitalistica e liberista (sbandierata come la via maestra della democrazia) che affollano la scena mondiale e inducono a scetticismi vari sui destini di sopravvivenza e vivibilità dello stesso pianeta terra.

In questo scenario, poi, vanno conteggiate anche le conseguenze, sul piano interno e internazionale, degli effetti devastanti della globalizzazione del mercato e della nuova economia telematica dell’informazione che, avvalendosi della potenza delle reti elettroniche per spostare immediatamente capitali da un punto all’altro del pianeta, mette in crisi governi, Stati e assetti sociali. È ancora la logica del dominio e dello sfruttamento che s’impone e governa. Non c’è più neanche l’opposizione dei blocchi. Il mondo, i rapporti tra gli Stati – ormai inesistenti come vere entità autonome – e gli uomini, sempre più in balia della fluidità sfuggente delle dinamiche storiche, appaiono sempre più governati dalla dicotomia controllori e controllati, ricchi e poveri, e i poveri sempre più poveri anche perché deprivati dei nuovi linguaggi, rispetto ai quali giocano solo il ruolo di passivi ricettori e spettatori.

C’è una nuova lotta per il potere che si scatena in ogni parte del mondo attorno al possesso e all’utilizzo del nuovo tipo di proprietà: le ricchezze immateriali della società della conoscenza e dell’informazione che decidono lo spartiacque tra i nuovi ricchi e i nuovi poveri, i nuovi controllori e i nuovi controllati.

Contemporaneamente si assiste, quasi impotenti e sbigottiti, al tentativo di realizzare una società/villaggio globale, totalmente amministrata attraverso la pianificazione della trasmissione dei messaggi e il controllo della comunicazione, la cui ridondanza estetizzante produce un’alienazione più sofisticata rispetto a quella grigia e monolitica monomediale della vecchia società industriale, a suo tempo condotta nelle parrocchie o in circoscritti luoghi d’appartenenza di classe. E la nuova tecnologia computerizzata e videotelematica, grazie alle sue capacità multimediali e di creatività simulata, favorisce questi processi degenerativi dissociando completamente la percezione e i rapporti col mondo reale e storico e gli altri, fino a far perdere il discrimine tra l’artificio e il concreto con i suoi processi temporali. Realtà virtuale e cyberspazio, come la fittizia relazione sociale del nuovo argonauta che viaggia in INTERNET, sono due degli aspetti più preoccupanti di questo tempo, il quale si appiattisce sempre più sulla dimensione simultanea dello spazio e del presente, perdendone la memoria. I rapporti col mondo, le percezioni e la visione del mondo non sono più quelli della vecchia società industriale; tuttavia però permangono sempre i dominatori e i dominati, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, mentre la crescita dei Sud rispetto al Nord, che si restringe fra le dita di una mano di un governo sempre più potente e difficilmente controllabile, avanza con la velocità della desertificazione del pianeta.

Nel villaggio capitalistico e globale dei recenti media elettronici e dell’economia dell’informazione, seppure l’assetto culturale non possa più contare sull’uniformità dell’apparato ideologico, c’è, però, ancora, una colonizzazione linguistico-culturale di nuovo tipo che avanza e aggredisce l’articolazione delle forme tradizionali. La compattezza ideologica di un tempo, comune sia ai borghesi che agli operai o ai soggetti di classi diverse, infatti, è frantumata dalla presenza, nel circuito comunicativo, di modelli appartenenti a culture altre che incidono anche sul modo d’essere delle persone. L’alfabetizzazione e la comunicazione culturale sono, infatti, guidate da un’ulteriore politica di rinnovata acculturazione alienante di massa. I nuovi processi perdono i caratteri della massificazione standardizzata e unificata di una volta e acquistano invece i connotati plurali e decontestualizzati degli stili show e alienanti di tipo americano. Questi input si riflettono profondamente anche sulla lingua, la cultura e i comportamenti dei siciliani. Per l’effetto pervasivo della diffusione in tempo reale dei messaggi videotelematici, siano d’intrattenimento o di altro tipo, comunque molto estetizzanti e ridondanti (come è tipico dell’economia pubblicitaria), il modo d’essere in genere delle persone, infatti, ne ricalca acriticamente i moduli.

Nella società planetaria ad unico regime economico-sociale borghese-capitalistico, lo sviluppo dunque non solo non è uniforme, ma si trasforma mantenendosi ancora difforme e diseguale per perpetuare rapporti di divisione di potere e di “classe”. La logica della divisione e del dominio, sebbene gli aumenti, la rapidità e la fluidità delle transazioni delle merci e degli uomini da un posto ad un altro, contraddittoriamente, rendano più densi, vischiosi e lenti i controlli e più ristretta la qualità della vita e dello sviluppo possibile, continua a governare il mondo.

Era ed è come se lo sviluppo richiedesse come sua variabile dipendente il sottosviluppo e la degradazione della qualità della vita. La degradazione non investe più, però, solo i soggetti poveri e deboli, ma indistintamente tutti. Le contraddizioni del sistema si rivoltano, infatti, contro gli stessi soggetti che le hanno provocate e alimentate. Il feedback negativo dell’inquinamento e delle accelerazioni del cosiddetto sviluppo illimitato, come la perdita di intelligenza critica e coscienza politica, per esempio, ne sono una testimonianza più che convincente. L’effetto serra e il buco dell’ozono, l’aumento della disoccupazione e i fenomeni migratori, la desertificazione, le piogge radioattive e l’aumento delle malattie e della mortalità infantile, l’incremento e il dilatarsi dei “SUD” nel mondo sia di tipo economico-sociale sia culturale, ecc., sono gli altri aspetti di questo sviluppo così irrazionale e di parte.

Sul piano poetico, le scelte tematiche e il linguaggio riflettono, filtrandola, questa realtà così variegata e intrecciata, ma che i siciliani sentono e vivono come fortemente negativa.

Le condizioni e le relazioni storiche che strutturano la contemporaneità poetica siciliana sono, dunque, molto complesse e, come si può intuire, neppure decodificabili univocamente. Le scelte dei punti di vista conservano, quindi, tutta la loro parzialità e anche le inevitabili esclusioni.

La consapevolezza di questo fatto, perciò, induce, senza la pretesa di giudizi critici assoluti, a scelte, correlazioni e tagli particolari.

La contemporaneità poetica siciliana, in ogni modo, è legata al presente di questo Novecento che in Sicilia, come altrove, oltre che essere attraversato dalle stesse grosse questioni degli altri popoli, ha assistito anche ai crolli dei miti forti e alla nascita di una razionalità materiale più critica e non dogmatica, e di una lingua che si è saputa rinnovare in maniera dinamica nel contesto della crescita dell’importanza dei linguaggi.

La contemporaneità siciliana è legata alla criticità dei punti di riferimento, alle resistenze, all’ancoraggio della memoria delle speranze dei siciliani e alla loro scrittura poetica d’avanguardia e/o sperimentale. La poesia siciliana, pur attraversata dai processi della produzione di senso e dal peculiare impegno dei molti poeti siciliani che scrivono e operano come soggetti storici in situazione, non estraniati, ha punti di contatto, pur nella diversità, con altre esperienze sia interne che esterne. La poesia siciliana in lingua nazionale e dialetto, seppure in termini diversi, condivide modalità comuni per esprimere, per esempio, la rabbia, l’ironia, la rivolta, la critica e il rifiuto di credere a un destino sovrastorico e inevitabile che perpetua i vecchi legami di dominio e di classe e blocca la crescita del paese. E sono le esperienze degli incontri nelle scuole con gli studenti, delle letture pubbliche e corali nelle piazze o nei posti dove un particolare tipo di ricorrenza civile o religiosa raduna la gente delle contrade come momento di condivisione sociale e culturale, che attestano questo nuovo modo d’essere.

Esemplari sono i casi dei poeti siciliani dell’Antigruppo e non che scrivono e leggono in lingua nazionale o siciliana, come il caso di Santo Calì, Crescenzio Cane e di Ignazio Buttitta, quest’ultimo vicino all’Antigruppo ma non parte attiva.

E tu ce n’hai coraggio, papa Paolo? / io ti presento Cristo, un Cristo nudo, / lordo di sputi, battuto, e alle tempia/ corona irta d’aculei di parastro, / sopra tronco di croce…/ Sràdicagli i chiodi / dai piedi e infilagli al dito / pesto di sangue anello di brillanti / e in testa la tua mitra ricamata / di pietre preziose…/ Te lo immagini / un Cristo infagottato come te? / un Cristo superbioso come te? / un Cristo ricco sfondato, con cento / leccapiedi di dietro, come te?” [9] (Un Cristo nudo… di Santo Calì).

Io non scrivo per voi, / borghesi paraculi, automi di plastica, / strafottuti nel sistema / – dove ruota contro ruota / ingrana macinando tronfio cespuglio / di rovo solitario sull’altura, / o avanzo di piuma d’aquila, / o tenero nitrito di giumenta; / e non scrivo nemmeno / per voialtri onorevoli, custodi / d’un’Italia puttana, ubriaca, / tromba d’ingordo monopolio, / onorevoli arruolati a tanto a mese, / a parte regalia quando l’intrigo / rende (gorgiera di brillanti / per donna Clara e pelliccia di volpe / perché il seno cascante non le geli); /…/ Scrivo per te, Tureddu Malasorte, / lisca di sarda magra, scarabeo / d’immondezzaio che passando sotto/ la mia terrazza colma di fiori / alzi il selvatico ciuffo della testa / e mi saluti: – Ciao, compagno Santo! – / E mi chiedi: – Quando la faremo / questa rivoluzione? Io sono pronto / anche adesso! – E sollevi il pugno chiuso / a frugare un angolo di cielo pulito / tra un cespo di garofano e un altro di dalie/ più rosse del tuo sangue, e dài fuoco al geranio, / ridendo…/ Ma non ride la parola!” [10] (Ridendo ma non ride la parola di Santo Calì).

Quantu strata, / quantu lacrimi / e quantu sangu ancora, cumpagnu. / La storia zappa a cintimitru / e l’omini hannu li pedi di chiummu. / Nun parra l’amarizza / chi mi cummogghia lu cori stanotti, / né lu scuru supra li muntagni, / ma lu silenziu / di seculi luntani. / È la puisia / chi tocca lu pusu di la storia: / la vuci risuscitata di Maiakovski, / lu ciantu di Hiroshima, / lu lamentu di García Lorca / fucilatu a lu muru. / Quannu ti pari c’arrivi, sí a l’accuminzagghia, cumpagnu; / nun t’avviliri di chissu, / seguita a scavari / puzzi di duluri, / àvutri razza / doppu di tia e di mia virrannu. / A l’ingiustizia c’ammunzedda neghi / e nverni freddi / supra li carni di la terra, / ciusciacci lu focu di lu to amuri. / Nun ti stancari di scippari spini, / di siminari a l’acqua e a lu ventu; / la storia nun meti a giugnu, / nun vinnigna a ottuviru, / havi na sula staciuni: / lu tempu. / Nun t’avviliri, cumpagnu, / si nun ti sacciu diri / quannu lu suli / finisci di sicari / li chiai di la terra.”[11] (Lu tempu e la storia di Ignazio Buttitta).

Le sperimentazioni che toccano la lingua e la composizione del verso, siano i poeti appartenenti o fuori dell’Antigruppo, suscitano dibattito e prese di posizioni a volte molto forti e polemiche. Ma ciò che era rifiutato, e tutti erano d’accordo, era solo lo sperimentalismo fine a se stesso. Tra le esperienze sperimentali più significative, ricordiamo quelle di Pietro Terminelli e Ignazio Apolloni.

Condivisa è anche la contestazione del sistema borghese capitalistico, della sua logica mercificante, delle sue ingiustizie e delle sue alienazioni coltivate per sopprimere la coscienza critica e impedire scelte alternative.

I grattacieli della rivolta, piani e maniglie, / vetri smerigliati, bussole, quadri e cristalli, argenterie nelle stoviglie da cucina, / ripiani di zuppe, taccuini d’assegni, squadre di calcio al calcolo di serie A, / il bastone tra le ruote, l’insucidia melensa classe borghese, / la provincia di Sicilia, il tradimento di legislatura in legislatura, / la Regione un organo dell’impiego, lo spreco, la padronanza, l’intrigo del Nord. / La copertura dell’impotenza in Sicilia, opposizione di vizi, lotta di manifesti, circoscritti, / confusi nel calendario elettorale. / L’emigrazione bracia da braccia, tronco deambulato su spazi ristretti da estremità / sottratte dalla terra, dal sole in fermento, il vomere un arnese da museo, / un tratto antico sanguinetiano, un modo di ferro lucido oleato nell’esposizione, /…/ L’esercito borbonico di Francischiello gli scrittori del sindacato borghese, / quarta dimensione ripudiata nel parlamento di Umberto Eco, / un piatto di cozze a Mondello, il premio, il diploma del sistema.”[12] (Antigruppo al sistema di Pietro Terminelli).

l’inizio e la fine [13]

“contro ogni legge che conosca

nell’esplosione della nuova devastazione

e le modelli

e le calchi

le particule amorfe, e le rinserri

che colga, pregni e saturi di sé

nell’altalena vagante d’una meta nello spazio

NEL TEMPO

ogni storia ha la sua morte, la sua vita, il suo inizio

l’inizio del tempo

la vita

morte

la”

(l’inizio e la fine, la poesia di Ignazio Apolloni, secondo la nota dello stesso autore che l’accompagna, “va letta dal basso”).

Condivise sono anche pratiche eterodosse di scrittura, pubblicazioni e circolazione di materiale ciclostilati. Sono tutte le esperienze letterarie e artistiche, oltre la classica forma lirico-letteraria, che la poesia siciliana contemporanea ha vissuto, sperimentato e condiviso con l’underground: la poesia manifesto, il ciclostilato, ecc.

Non siamo più gli ascari / i coloni mansueti dello stivale: / da anni squadre d’intellettuali / scrutano il nostro sangue giovane / masturbano il nostro tempo migliore / rubano la nostra prossima mèta./ Non siamo più la feccia della terra / torturati a morte dall’inquisitore: / da anni paghiamo di persona/ tutta la ricchezza di una classe / fino a definirci sottouomini / mostruosi eretici della croce. / Non siamo più un branco di pecore / come i nostri poveri antenati: / da anni la cultura del mondo / non è più l’arma esclusiva / dei potenti ma la bomba pratica / della nostra rivoluzione proletaria.”[14] (La bomba proletaria di Crescenzio Cane).

Anche delle esperienze più recenti – poesia visiva, concreta, collage e/o pastiche linguistico -, inoltre, c’è prova. Della poesia visiva però c’è stata un’esperienza solo fuggente.

Della poesia siciliana contemporanea si può dire – con Mario Lunetta -, senza volerne forzare l’inclusione e al di là degli sfondamenti che non hanno assimilato ed elaborato l’ideologia nella testualità poetica o dei ripiegamenti nella dimensione della chiusura lirica e della chiusura psico-soggettiva, che essa può generalmente essere ascritta nella “forma del pensiero in azione”, perché di questo vuole conservare la funzione sociale, di conoscenza e di creatività, e così opporsi al grigiore del dato e all’annesso lamento. La poesia così comunica “la propria presenza di fatto produttivo, di frutto di lavoro intellettuale, di costruzione/invenzione di un logos non appiattito sul senso comune. La tensione fantastica del discorso poetico si rivela così immediatamente (anche) tensione critica nei confronti dell’ovvietà linguistica, della chiacchera effimera, del codice corrente. La sua trasgressività è salutare.”(15) E tutto questo vuole dire che la poesia è uno scambio di corrente dialettico e agonistico che va e viene fra tutti i membri della polis e che scuote e mantiene viva la comunicazione tra i soggetti e la comunità perché, più che essere scambio di significati dati e alienati, è processo permanente di senso e di ristrutturazione significante continua, che obbliga a una interrogazione in-finita. Blanchot direbbe di “infinito intrattenimento”.

[Continua a leggere la seconda puntata Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo” (2/4): Punti di contatto e riferimenti]

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NOTE

(1) Giuseppe Zagarrio, Febbre, furore e fiele, Mursia, Milano 1983, p. 273.

(2) Jula Kristeva, Materia e senso, Einaudi, Torino 1980, p. 52 e p. 69.

(3) Roberto Deidier, Un’antropologia della poesia, in Stili della percezione, Marcos y Marcos, Milano 1998, pp. 25-26.

(4) Stefano Lanuzza, Lo Sparviero sul pugno Guida ai poeti italiani degli anni ottanta, Spirali, Milano 1987, p. 13.

(5)Giovanni Occhipinti, Il Gruppo’63 e L’Antigruppo’68, in AA. VV., Atti del Convegno di Studi su la poesia del secondo Novecento Siciliano, a cura di Emanuele Schembari, Libroitaliano, Ragusa 1998, p. 110.

(6) Giuseppe Zagarrio, Febre, furore e fiele, op. cit., p. 362.

(7) Herbert Marcuse, Arte e Rivoluzione, in Comunità, (167), 1972, pp. 273-274.

(8) Mario Grasso, La danza delle Gru. Audizioni e talenti in Sicilia, Prova d’Autore, Catania 1999, p. 61.

(9) Santo Calì, Ridendo ma non ride la parola, in Antigruppo 73, Vol. I, p. 121, Coop. Operatori Grafici – Giuseppe Di Maria Editore, Catania 1973, p. 121.

(10) Santo Calì, op. cit.,   pp. 127, 129.

(11) Ignazio Buttitta, La peddi nova, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 59-61.

(12) Pietro Terminelli, in Antigruppo 73, op. cit., Vol.II, p.344.

(13) Ignazio Apolloni, L’inizio e la fine, in Antigruppo 73, op. cit.,Vol.1, p.13.

(14) Crescenzio Cane, La bomba proletaria, in Antigruppo 73, Vol. II, p.295.

(15) Mario Lunetta, Et dona ferentes. Sindrome del moderno nella poesia italiana da Leopardi a Pagliarani, Edizione del Girasole, Ravenna 1996, p. 22.

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* Antonino Contiliano, La soglia dell’esilio, Catania, Prova d’Autore, 2000, pp.99-114

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