Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo” (4/4): L’Antigruppo siciliano. Saggio di Antonino Contiliano

[Wilfredo Lam, La giungla (1943)]

di Antonino Contiliano

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L’Antigruppo siciliano*

In Sicilia e nel Meridione d’Italia, il progetto era quello che si articolava entro il tessuto e i testi della poesia civile che coniugavano contemporaneamente i motivi delle radici, dell’amore e della pace nel mondo, dell’emigrazione-immigrazione, della nostalgia, della contestazione all’establishment e di tutti gli altri temi che la nuova civiltà moderna e postmoderna ha messo sul tappeto, non escluso il tema del rapporto con la nuova civiltà tecnologica e telematica contemporanea. Non è stato ignorato, nell’ambito dell’importanza dei linguaggi nella società contemporanea, neanche il tema dello sperimentalismo e il dibattito su letteratura, poesia e linguaggio.

Personalmente, però, vorrei toccare, solamente il tema della pace, l’argomento che appassionò, forse più d’ogni altro, i poeti dell’Antigruppo e, in modo particolare, l’ala trapanese.

Il tema, se si pensa ai conflitti armati e alle guerre che si accendono un po’ dovunque e surriscaldano l’ambiente – docet l’ex Jugoslavia che brucia – peraltro è di scottante attualità.

In più esempi – dice Domenico Cara – “(e sembianze) dell’estremo percorso (la fine millennio, gli avanzi di un secolo di molta valida poesia, la quotidianità che assiste alla traccia della poetibilità degli argomenti (…), gli smarrimenti che sono dovuti al vario ed esteso deserto in cui si riesplorano la vita, il nominare il possibile inganno, la libertà deviata), i livelli del dire e del disdire la poesia sono molteplici, incrociano il Male (e il Bene sempre più rarefatto), la morte vista in più dune (…)”, ognuno fa parlare la poesia di se stessi come in un (corsivo nostro) ripartire da sé per raggiungere la realtà in più segni e il centro interiore che, comunque, incontra un processo d’identità individuale”(65).

L’Antigruppo, contraddittoriamente, è un gruppo ANTI perché del gruppo non condivide la struttura fredda che organizza ruoli e funzioni a scapito della parità dei componenti e della libera creatività di ciascuno. Tutte le componenti però trovano una straordinaria unione e unanimità di vedute quando si tratta delle battaglie per i valori degli uomini concreti e della società autenticamente democratica. L’Antigruppo è stato e voleva essere, come diceva Sartre, permanentemente un “gruppo in fusione” e di contatto vivo e permanente con le masse per un progetto di condivisione politica democratica. Nel pluralismo delle forme, riteneva il nesso   politica-cultura indispensabile e conducente. Secondo uno dei suoi fondatori, il poeta Rolando Certa, l’Antigruppo aveva due grosse componenti: una linea populista e impegnata, libertaria e gramsciana (Scammacca, Calì, Cane, Diecidue, Certa, ecc.), e l’altra neosperimentale (Ignazio Apolloni e Pietro Terminelli). “Per noi il rapporto con le masse è considerato vitale e indispensabile. Per questa ragione abbiamo sperimentato tutte le vie possibili per dialogare con i lavoratori, gli studenti e gli intellettuali: dai recitals, alle conferenze, ai dibattiti, alle rappresentazioni teatrali, alla partecipazione ai convegni letterari”(66).

Movimento impegnato, l’Antigruppo trovò nel clima del ’68 le sue radici, e tra i suoi meriti ci fu “quello di avere portato, attraverso i suoi recitals, la poesia per le strade, nelle piazze e nei cortili periferici, fuori della polvere e della muffa del «salotto buono», a contatto con le scolaresche alle quali si offrivano (era tempo!) poeti vivi che urlavano la loro stessa rabbia a proposito del Vietnam, dell’atomica o della fame nel mondo.

Altro merito, quello di avere vivacizzato, a volte a dismisura, la stagnante vita letteraria della provincia siciliana, attorno alla quale ad un certo momento si polarizzò l’attenzione (e a volte la preoccupazione) di noti operatori culturali che con l’Antigruppo cercarono un rapporto (Zavattini, Roversi, ecc.) “(67).

In quegli anni, del resto gli autori siciliani, rispetto ai poeti della soggettività lacerata e decentrata, avevano altre urgenze. La territorialità psicoanalitica dell’io, dell’orfismo o della poesia innamorata, che dilagavano dietro le pieghe del riflusso della contestazione politica, non erano tra i loro temi. Se dopo il ’68 la società italiana, nonostante le forze della sinistra socialista fossero al potere, si era ripiegata e le forze conservatrici e reazionarie prendevano il sopravvento con il “ritorno all’ordine”, l’Antigruppo non aveva smesso di portare avanti la sua linea di poesia impegnata. Sentivano e sentivamo ancora, invece, a torto o a ragione è difficile dirlo, con grande responsabilità il peso politico della cultura, della letteratura e della poesia. Si sentiva la necessità di parlare d’opposizione politica, di progettualità, cercando al contempo di conservare la tipicità del dire poetico.

La Sicilia, più che in qualsiasi altro periodo della sua storia, aveva intrapreso una lotta consapevole e di massa contro la mafia, le connivenze e le protezioni che il sistema borghese capitalistico utilizzava per immobilizzare le forze vive e trainanti. Reagiva contro il sottosviluppo, il lavoro nero, lo sfruttamento organizzato, gli investimenti assistiti e clientelari mafiosi, lo scempio della speculazione, le false promesse di liberazione, ecc.. Una lotta che ancora oggi, a livello della gente e delle forze culturali e politiche più avvedute, batte il martello a Trapani come a Catania, Siracusa, Ragusa, Palermo, ecc..

Il poeta siciliano, ricordando Rafael Alberti, in un momento come questo, era e si sentiva “obbligato ad essere la coscienza del suo popolo”. E a questo grido d’allarme e d’impegno i poeti siciliani hanno dato e continuano a dare voce a una poesia che si fa coscienza in situazione e sogno come progetto di un mondo nuovo.

Tra amore per la propria terra, rabbia gridata e una pungente ironia (siamo negli anni Settanta), con un verseggiare tra dialogico e discorsivo, il poeta mazarese Rolando Certa, uno dei fondatori dell’Antigruppo siciliano, seguito da altre voci, così scriveva:

Sulla riva del Mediterraneo / a quest’ora il mare urla / (credetemi non si lamenta) / spezzato dalle raffiche di vento. /…/ Credetemi, da tempo non ci lamentiamo più. /Molti sono partiti. / Molti sono rassegnati. / Altri sono stanchi, invecchiati. /L’alternativa / si dibatte nella lotta / per strappare a un partito, / ad una corrente un posto di sottogoverno. / Ma i duemilamiliardi della Regione Siciliana / sono serrati nei forzieri delle banche. / L’articolo 38 è come un fantasma: / a mezzanotte appare davanti al cancello / del cimitero, bianco in tanto nero, /…/ Questo è il paese di Bengodi/…/ vieni a trovarci /…/ Troverai un’estate deliziosa. / Vedrai le nostre catapecchie arabe /…/Ma un po’ più in là ci sono i lager / e un po’ più in là anche la lupara / Ringraziamo Iddio: abbiamo la nostra bella Autonomia, / la nostra Regione Siciliana /…/ “ (68) (Rapporto da una Cittá sul mare di Rolando Certa).

Tra metonimia e icastica ironia e un’espressione poetica più lavorata e aggiornata, negli anni Novanta, il catanese Mario Grasso, coniugando chiare allusioni e spostamenti sintattici e semantici di scarto, continua a suonare l’allarme contro la mafia che ancora violenta la nostra terra e avvelena il dibattito politico-giuridico sul nuovo fenomeno del pentitismo:

“Ecco, i giornali ora come allora / strillano sangue ipotesi non danno/tregua alla mafia in Sicilia / e sono infatti lucidi fendenti/ruminando accenti / nel suono fessi e subito / stirati sulle fitte colonne / – o pio Cambronne – / si potrebbe smocciarli con le doghe / delle botti stracolme di pentiti” [69] (MAFIA IN CRONACHE di Mario Grasso).

Le operazioni, naturalmente, si giocavano dentro i nessi del linguaggio-ideologia, l’osservatorio-laboratorio privilegiato che accomunava i poeti del sud e quelli del nord contro i significati e i sensi della comunicazione standardizzata e mercificata che il potere, grazie anche ai grossi gruppi editoriali del centro-nord, faceva circolare nella riserva e nelle serre degli indiani dell’isola e del meridione d’Italia. L’era del villaggio globale in via di consolidamento, del resto, agevolava le operazioni strumentali. Il vecchio sistema borghese-capitalistico, ormai, nell’era del possesso senza proprietà della società dell’informazione e della conoscenza, infatti, aveva capito che dominare il linguaggio, l’informazione e l’editoria classica o moderna della TV e dell’elettronica significava disporre di una potente forza dissuasiva e persuasiva per diffondere la colonizzazione di nuovo tipo, deculturalizzare centro e periferia, esercitare e consolidare più agevolmente il potere sulle coscienze e sulle intelligenze.

I poeti che lavorarono in questa direzione della ribellione e della demistificazione, pur nella variegata realtà dei modelli e degli stili, e senza misconoscere i nodi della crisi del soggetto e del linguaggio come luogo di estraniamento o come rete di significanti, sono stati antologizzati in Febbre Furore e Fiele (70); altri si sono raccolti (in versione non meridionale) attorno alla “Poesia italiana della contraddizione” (71), o alla rivista “Colletivo R” di Firenze, diretta da Luca Rosi (che mantiene rapporti anche con la giovane poesia latino-americana), e, in Sicilia, all’Antigruppo siciliano.

Questo Antigruppo siciliano, nella parte occidentale (provincia di Trapani), come già ricordato, si riconobbe nelle linee della rivista “Impegno 70” prima e “Impegno 80“, pubblicata a Mazara del Vallo e diretta da Rolando Certa, poi. Disponeva anche della terza pagina, diretta dal poeta Nat Scammacca, del settimanale Trapani Nuova che si pubblicava a Trapani.

L’Antigruppo siciliano, sin dalla sua nascita, ha presenze a Palermo (Crescenzio Cane, Pietro Terminelli, Ignazio Apolloni e altri), a Catania (Santo Calì e altri), a Trapani (Nat Scammacca e altri), Castelvetrano (Gianni Diecidue e altri), Mazara del Vallo (Rolando Certa e altri). I marsalesi Antonino Contiliano e Giovanni Lombardo ne entrarono a fare parte verso la fine degli anni settanta.

Sono tutti poeti che, individualmente o come coscienza rivoluzionaria di gruppo-antigruppo, pensano e scrivono poesie che sposano sentimento e ragione, senso d’appartenenza e dinamica dei processi storici, ragione civile e politica, realtà e idealità, rappresentazione e configurazione linguisticamente composite. I loro testi intrecciano realtà e ironia, scrittura (anche) sperimentale e attenzione agli avvenimenti focalizzando la libertà e la liberazione della loro terra e degli uomini, ove praticabile, dalla logica dell’oppressione e dalla mistificazione dell’ideologia dominante del monstrum della società produci-consuma e taci.

Il poeta Domenico Cara, che con l’Antigruppo condivise le scelte antisistema e collaborò, scrisse chiaramente che, mentre si cercava il “Dove spostare l’uomo per salvarlo dalla macchina dell’ovvietà quotidiana” ed evitare che l’alienazione fosse solo un “idillio di molecole speculative”, occorreva non dimenticare l’organizzazione reticolare del “MONSTRUM”: “Cammina tra plastiche, oggetti d’uso, omogenee forme estreme, / il mostro, ritorna alla caverna di sera, in parte sfregiato, / e chissà con quante vittime sul rancore dell’unghia, grumi / di carne, minacce (e spasmi) nell’insaziabile < marsupio> ipotetico” (72).

I problemi della fame nel mondo, della miseria, degli stenti, della violenza e dei morti della guerra sono quelli che, a volte, meglio degli altri li fanno entrare in sintonia con la gente che incontrano ovunque con i loro recitals itineranti.

Anche la terra e il paesaggio che le appartiene giocano il ruolo della “personificazione” e fungono da forza trainante anziché da sottofondo, mentre la tipica solarità mediterranea e i toni della cultura polifonica, elaborata nella matrice plurale e multietnica tipica siciliana, continuano a svolgere il ruolo di medium comunicativo plurivoco e critico tra poeti e destinatari.

Leonardo Mancino, presentando i due volumi dell’antologia poetica Oltre Eboli (1945-78), nell’introduzione, così scrive: “Dalla Liberazione ad oggi i poeti hanno accolto sulle spalle e nella coscienza critica tutti i motivi e le ragioni delle incertezze, tutto il tragico delle speranze coltivate nell’amaro della vita e poi tradite, tutto il peso di un rilevante carico di mortificazioni proprie dell’acuirsi della gravità dei problemi irrisolti mentre il divario nord-sud cresceva e i confini del continente <meridione> si allargavano ed i solchi si approfondivano nonostante la plebe meridionale (la cosiddetta razza cafona) fosse diventata per l’esercizio della democrazia popolo impegnato nella battaglia delle idee e nelle idee (…). Certo è che oggi come ieri, tra affrancamento rimasto difficile ed a fasi irrisolte e riscatto ancora tutto possibile, i poeti della lirica civile meridionale continuano a narrare con accanimento il tormentato itinerario di chi tenta di dare corpo autentico al proprio sogno di liberazione con l’uso sapiente della ragione oltre che con l’uso appassionato della parola (…). Vi sono tutti i presupposti per definire oggi il poeta più poeta perché più soggetto politico in una condizione che esso stesso s’è creata negandosi come mediatore di consensi e slanci di rivoluzione, negandosi come terminale di una vocazione inesistente nella realtà, però discriminante concreto tra passato e presente” (73).

Il dissenso e il rifiuto di farsi mediatore di consensi attorno all’esistente, nei poeti di “Oltre Eboli”, non si è fermato però agli anni settanta. In Irpinia (siamo negli anni novanta), i testi del poeta Pasquale Martiniello risuonano ancora chiari e severi giudizi etico-civili sui responsabili dello sfruttamento dei poveri e dei contadini del Sud. Questa volta la sanguisuga dei “cristi analfabeti” è il “cardinale”, il rappresentante del potere ufficiale della chiesa, la cui ideologia ormai ben si amalgama con quella borghese dello sfruttamento calcolato. La posizione di denuncia etico-politica di Martiniello, come scrive Armando Saveriano nella prefazione a MEMORIA E TEMPO del poeta, si snoda poeticamente “tra lingua parlata e scritta, tra pensiero emotivo e parola, tra gemma dialettale ed italiano”. Il simbolo storico-culturale dell’antropologia religiosa del Cristo contadino e sofferente, simbolo dei poveri e degli emarginati, rappresenta invece il mediatore comunicativo della tradizione folklorica e culturale che il poeta utilizza per entrare in sintonia con gli oppressi e gli sfruttati della sua terra. “Non baciai l’anello del cardinale / che ci scemava il grano poco / per le cattive annate / Le viscere avevo cariche di fiele / per un’antica ipoteca che nido/ aveva in cielo /…/ Non era come il mio Cristo scorticato /…/ Stavo a tirare invano le spine dei censi / dalle gole dei miei cristi analfabeti / signori di poche “pettole” di terra / spennati da santi avvoltoi cibati da un notaio / che calcolava le spighe da un librone / Poi venne la rivolta e la gatta la madia / lascia ai fioriti  silenzi degli olivi / e alle vampe di candeline di papaveri” (74).

Nonostante le differenti modalità espressive, i molti poeti siciliani, quelli della Sicilia occidentale dell’Antigruppo trapanese in particolare, hanno tenuto rapporti e contatti con le realtà vicine o lontane che presentavano lo stesso bisogno di lotta, di liberazione e di utopia. Queste realtà sono quelle geografico-tematiche e linguistiche del resto dell’Italia meridionale (Calabria, Puglia, ecc.), e della rivista underground Collettivo R di Firenze e degli scrittori e poeti dell’Europa occidentale e orientale che portavano avanti lo stesso discorso e si trovavano legati da un comune senso da dare alla scrittura letteraria, oltre l’esistenziale, di opposizione, critica e rifiuto dell’ordine esistente.

Nell’antologia Oltre Eboli di Mancino sono così raccolti anche diversi poeti dell’Antigruppo siciliano; sono quegli autori di tendenza che fanno interagire la poesia con la cultura, la storia presente e passata per strapparle il vento del futuro.

“Le proposte artistiche dei poeti siciliani sono molteplici, ricche di una varietà di motivi e temi ideologici, che si fa fermento ed azione, indirizzata al rinnovamento sociale e culturale della Sicilia e del Mezzogiorno.

L’operazione degli autori dell’Antigruppo è polemica e il più della volte provocatoria; si contesta la società capitalistica nella sua complessità e nelle forme sociali e organizzative di potere: dall’etica, alla scuola, all’editoria, al modo di produzione e alla prassi del lavoro. (…) i poeti realizzano varie iniziative con le quali si fanno (corsivo nostro) <operatori>, oltre che <creatori> di cultura (…) Vengono portati avanti diversi progetti di poetica, in cui è possibile distinguere una componente underground (…) una linea d’ispirazione realista-concettuale (N. Scammacca e G. Diecidue) (…) una realista-dialettale (Certa, Cane e Calì), i cui contributi concordano con uno sperimentalismo che non si fa manipolazione-intervento sulla entità strutturale della parola, ma sul dinamismo del testo in sé, organizzato con nuovi termini e codici linguistici, rispetto a quelli usuali del realismo e della poesia dialettale; una tendenza legata a forme di sperimentazione <pura> rappresentata da I. Apolloni e P. Terminelli” (75).

Il legame con il gruppo fiorentino di Collettivo R ha le stesse ragioni radicali e finali: l’impegno civile e politico del poeta oltre la cronaca e il rispecchiamento, nella condizione plurale e utopica degli uomini che riconoscono l’ingiustizia e la combattono sul terreno pratico della storia. ” La condizione del poeta esiste soltanto quando egli non è al di sopra delle parti.  Il poeta è tale nel condizionamento fra gli uomini in lotta contro l’emarginazione e l’oscuramento dei sentimenti per liberarli dai comandamenti di Dio e dei Computers. Del resto, basta vedere come la storia della poesia ha la sua ragione d’essere nelle condizioni dei poeti, che si posero dentro l’afflizione e l’ingiustizia della storia degli uomini subalterni”(76).

Calì, Cane, Certa, i poeti dell’Antigruppo siciliano, trovano riferimento e consonanza quindi anche nel gruppo di Collettivo R. I poeti di Collettivo R, che nel contesto storico degli anni Sessanta e Settanta continuarono la linea di Pavese, Pasolini, Scotellaro, Fortini, ecc., si rivolsero all’Antigruppo come a dei compagni di strada, che guardavano all’utopia (diversamente dal marxismo ortodosso) anche come forza di un progetto politico. Progetto che doveva formare l’uomo nuovo della società senza classi del marxismo e abolire i rapporti di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e per cui Che Guevara e la teologia della liberazione avevano dato inizio alla stessa lotta di liberazione. ” In questi ultimi venti anni abbiamo assistito al dispiegarsi di una poesia in funzione dell’utopia e viceversa: utopia intesa, ovviamente, come sublimazione di un progetto politico. Dai primi fenomeni di letteratura underground la costante < semantica > della < coscienza utopica> è stata rilevante; quasi nello stesso momento in cui le ideologie si bloccavano nell’ingranaggio della crisi delle certezze e delle verità. L’utopia è certamente stata una delle componenti ideologiche più forti degli anni ’60 e ’70, sia che ci si riferisca alle Descrizioni in atto di Roversi, pubblicate nel maggio del ’70, che al lavoro politico e culturale svolto dall’Antigruppo siciliano con poeti come Certa, Calì, Cane, Diecidue, ecc., la costante <utopica> marxista è fondamentale. (…) Lo stesso nucleo di “Collettivo R” esprime una forte carica di <ideologia utopica> (Manescalchi, Rosi, Guarducci sono da esempio) ” (77).

I contatti e la linea di comunicazione dei poeti siciliani, appartenenti all’ex Antigruppo, con Collettivo R non sono venuti meno neanche negli anni Novanta, epoca che, con la globalizzazione e la sospensione delle ideologie, sembra aver messo in soffitta sia l’utopia sia la visione orrifica della società di cui già, sin dagli anni Sessanta, aveva parlato Pasolini. I poeti di queste due aree, infatti, continuano a scrivere nella convinzione che la poesia debba essere tensione e trascendenza rispetto alla realtà data. Essi si trovano, come direbbe Garcìa Lorca, sulla linea della coscienza altra: “Io non sono un uomo, io non sono un poeta; io sono un polso ferito che tocca le cose dall’altro lato”.

Collettivo R n. 55, Gennaio-Aprile 1991, fra i testi di altri poeti, pubblicava anche poesie di Antonino Contiliano e Giovanni Lombardo che, oltre la registrazione di cronaca, toccavano i temi di questo triste tempo: i fatti di Tian An Men o gli scienziati che lavorano per la guerra. L’ORDINE DEL GIORNO, firmato da Luca Rosi, focalizzava la Guerra del Golfo. Il tema per altri diventava motivo poetico:

Accartocciato il dolore traccia il tempo / sull’iride schermo della guerra sonar / dalle geostazioni orbitanti morte ultrasensore /…/ Non più Norimberga: c’è solo la mafia bianca multinazionale / il quinto il sesto…impunito potere di sempre onnipotente / che sterilizza obiettivi ribelli al tavolo operatorio! / Il conto: numero di voli, quantità distrutte, megatoni sparati /…/ Inutile, che dirti, scriverti, sussurrarti amore / raccontarti dei figli Sud Nord Ovest Est uguali /…/ se violenza infinita massa disorbita le coscienze /…/ Che dirti, scriverti, sussurrarti inquieto…ostaggio / arabo di una guerra per la pace contro la pace” (78) (Guerra nel Golfo’91 di Antonino Contiliano).

Collettivo R n. 58-60, Gennaio-Dicembre 1992, pubblica due testi di Giovanni Lombardo, e ciò a testimoniare ancora negli anni Novanta una continuità ideale e storica tra poeti che rapportano la poesia alla società e al tempo secondo una linea di progetto che non trova ragioni per essere abbandonata, anzi. I testi sono TELECAMERE D’OTTOBRE e LETTERA AGLI “AMICI DEL TERZO MONDO” DI MARSALA:

Nell’orbita nera, alto sull’America verde dell’Amazzonia / grigia del sertão, sporca delle metropoli, / il satellite è lì, conficcato, immobile come la terra. / A cinquecento anni del suo arrivo famelico l’Europa / si osserva. / La folla dei bambini straccia il cielo pulito / con le bandierine. /…/ Cinquemila bambini offerti al Papa del Mondo / Vestitini puliti, occhi grandi luminosi, facce serie /…/” (79);

” Mi avete coinvolto nel ricordo di Abya Yala / e del nostro Cristóbal Colombo. / Perché lo avete fatto? / Stavo scavandomi una nicchia nel nostro grasso terreno capitalista / cercando un modo per convivere con i veri ricchi / e con i tiepidi / che Dio ci vomita. / Ritornano i tempi in cui Bertolt urlò / – non abbiamo potuto essere gentili- “/…/” (80).

Nell’editoriale – ORDINE DEL GIORNO – dello stesso n. 58-60, Gennaio-Dicembre 1992, di Collettivo R, che accoglie i testi di Gianfranco Ciabatti, di Giovanni Lombardo e altri, Luca Rosi (poeta e direttore della rivista, oggi, diventata però organo ufficiale dell’associazione culturale < Atahualpa> per la conoscenza e diffusione delle problematiche culturali, sociali, economiche e politiche delle popolazioni e delle Nazioni originarie Amerindiane), così scrive: “Come sempre, cioè da quando esiste, il capitalismo ci uccide. Anche se può sembrare un giudizio troppo radicale, è proprio così, a Ovest e a Est, a Nord e a Sud, sebbene con modalità diverse. Credo che possa essere questa una sintetica, indiscutibile conclusione alla quale, ancora una volta, si debba giungere, adesso che stiamo attraversando il terribile guado degli anni Novanta, dopo aver attraversato il non meno disastroso decennio degli Ottanta. (…). Per chi si illuse nell’ormai lontano 1989 che, caduto il Muro di Berlino e sfaldatisi in pochi mesi i regimi a cosiddetto socialismo reale, il mondo avrebbe finalmente intrapreso la Via della Pace, della Distensione e della tranquillità, non resta oggi che fare i conti con quanto molti pensatori e opinionisti di sinistra dicevano allora a note più o meno chiare. (…). Sta di fatto – e non è una novità – che alla contrapposizione Est-Ovest ossia, eufemisticamente, tra capitalismo e <socialismo>, e allo scontro Nord-Sud, e qui, non eufemisticamente, tra ricchezza e povertà, è subentrata una <Pace Fredda> sempre più intrisa di violenze di ogni genere e di conflitti sempre più cruenti e spietati.. E tutto ciò sotto l’antico <ombrello> dell’unica superpotenza militare sopravvissuta: l’impero USA e i suoi alleati-complici, non ultime le Nazioni Unite. E qui basterebbe ricordare la politica dei due pesi e delle misure adottate nelle varie crisi, da quella irakena a quella della ex Jugoslavia, dal perenne conflitto-massacro israeliano-palestinese alle atrocità della guerra per bande dei Signori della Guerra in Somalia, ecc. E se questo è il Nuovo Ordine Mondiale (…) c’è di che rimpiangere, anche se a collo storto, il Vecchio Ordine del bipolarismo e della Guerra Fredda.  È tutto dire!”(81).

L’Antigruppo trapanese ha un’anima piuttosto variegata al proprio interno – libertari, anarchici, comunisti, liberi pensatori, penne sperimentali e classiche -, poeti che comunicano mediante forme espressive e sintattiche differenziate, poeti che si riconoscono in estetiche particolari o elaborano possibili poetiche gruppo-antigruppo che invitano al caos, al gesto, alla libera espressione di tutti e alla lotta contro l’establishment. È il caso dei ventun punti di Una possibile poetica per un Antigruppo di Nat Scammacca, il poeta siculo-americano che per anni diresse la terza pagina del settimanale Trapani Nuova e che fu l’altro punto di riferimento per le polemiche, spesso forti e acri, e le battaglie dell’Antigruppo trapanese. Tutti però sono protesi, in ogni modo, verso un contatto dialogico con gli altri e l’esterno, perché tutti accomunati da un diffuso malessere che turba ogni persona sana di mente e libera, e tutti egualmente intenzionati a compattarsi attorno all’esistenziale umano concreto e storico, come scrive lo stesso Scammacca nel ventunesimo punto di Una possibile poetica per un Antigruppo: “Che la poesia sia principalmente una ricerca dell’esistenza e dell’uomo nella esistenza, con l’intento di scoprire una strada pragmatica cioè le migliori possibilità per la sopravvivenza dell’uomo per la creazione di scopi valevoli per continuare l’esistenza. Che l’uomo trovi eventualmente la sua eternità nella stessa esistenza e non annulli se stesso nella incomunicabilità, nel nulla, nel silenzio”(82).

La poesia dei poeti dell’Antigruppo esprime una negatività ANTI netta e chiara nei confronti di ciò che sta intorno o che è salito a galla con tutto il bruciore e la rabbia di chi non sopporta più neanche l’artificiale armonizzazione spersonalizzante del GRUPPO. L’oppressione e l’occultamento, siano questi esercitati dalle istituzioni e dai suoi rappresentanti o dai gruppi di potere clientelari e mafiosi, sono oggetto di comune riflessione e materia di rielaborazione poetica. La negatività ANTI condiziona le scelte tematiche e linguistiche differenziate (non aliene dal sarcasmo e dall’osceno desublimante) dei poeti antigruppo, e tuttavia li tiene uniti in un’identica ma plurale visione impegnata della vita di uomini legati all’esistenza e ai suoi problemi. La negatività ANTI dell’Antigruppo è IMPEGNO. Noi pensiamo, scrivevano i poeti dell’Antigruppo, di proporre un’arte “anti che sia soprattutto liberazione della poesia e dell’arte in genere da strutture corporative e da fenomeni di poteri industriali e capitalistici. In fondo per noi arte resta come impegno, non di una astratta lotta al sistema dei poteri, che crea inevitabili equivoci e compromessi, ma di una lotta ancorata ad una sofferta ed autentica visione dell’uomo, che vediamo costretto nel congegno dei poteri. In fondo l’arte, nella quale crediamo sostanzialmente, si diversifica da una massificazione, perché un’arte massificata perde la sua forza di penetrazione e la sua capacità rivoluzionaria di interpretare, capire la realtà sociale nuova esistente e di promuovere modificazioni per una realtà sociale nuova i cui contenuti riflettano la dignità e la libertà umana. Si diversifica, altresì, da un’arte aristocratica, che, nella sua finalità di evasione, manifesta il suo disimpegno (…). Il nostro impegno d’arte vuole in sostanza essere un colloquio diretto con tutte le latitudini. Per la poesia che noi proponiamo è essenziale perciò il fatto comunicativo (…). Per questa ragione l'<anti> respinge la strutturazione meccanicistica, sperimentalistica, specialistica dell’arte di gruppo, perché essa resta incapace di fare un colloquio, impossibilitata a tradurre in immagini concrete qualunque tipo di discorso. (…). Pertanto la fantasia rimane come elemento che sa cogliere il reale nella sua essenzialità per universalizzarlo nei suoi valori umani e sociali”(83).

Negatività e impegno dell’Antigruppo, perciò, come vedremo dalle citazioni poetiche riportate, si esercitano nei confronti di una realtà locale/globale antidemocratica e massificante, corrotta e clientelare, mafiosa e dispensatrice di una razionalità di pace, ordine, libertà, amore, progresso solo strumentali, formali e non sostanziali.

Qui ho incontrato / chi si alimenta di rabbia antiamericana / e sogna la fine dei fascismo /…/ Nascerà un Manifesto in Sicilia o a Creta, / Un giorno ci ritroveremo tutti /… / Un giorno travalicheremo ogni barriera, navigatori verso nuovi mari e isole; / ci incontreremo dove la rosa dei venti sboccia per accendere l’alba /” [84] (La casa di Febo di Rolando Certa);

“Ma tu sai pure, svelta pantera nera, /  che esistere è resistenza, è impegno per tutti /…/ Sì, tu sai tutto questo e per questo non ti possono uccidere / né ora, né mai, / mia bella pantera nera” [85] (Mia bella pantera nera di Nat Scammacca);

se ci sarà una generazione non sconfitta / che abbia armata di remi la coscienza / cesseremo di allineare tombe sui paralleli / dell’est e dell’ovest. / Quelli che ci amarono e gli altri / gli altri che non conoscemmo / in pace li troveremo vicino a casa” [86] (Quando verrà una generazione nuova di Gianni Diecidue);

il capitalismo multinazionale suscita carnefici /… / Compañeros del Cile – compagni dei Vietnam / Compagni palestinesi – compagni del Frelimo, CABRAL ALLENDE – recenti vittime / I potenti chiamano anno della Distensione / Questo ’73 di sangue, di grandi manovre / Sugli infelici popoli / … / Poder popular non muore / Un vento scuote su tutta la terra il suo insegnamento di giustizia / ” [87] (Il nome del traditore di Giovanni Lombardo);

Giù per i sentieri del disamore l’inferno / il sapore dell’utopia nella notte del secolo /…/ killer dei sogni e della sciara odorosa / ancora bruciano i campi e le città /…/ perché dalle cime del tempo ancora e/ancora scudi stellari e laser-x per la luce/e cascate chiome d’aceri al vento /   / shalom alle tue nuove promesse coniugate / con l’acqua degli spirituals nella chiesa di Laura /…/ agire è dunque obbligo ora per ora e attimi /…/ “ [88] (Shalom di Antonino Contiliano);

La diversità dell’avanguardia Antigruppo è dunque nell’impegno militante e politico-culturale della sua poesia che, senza sciogliersi nella politica o farsi politica essa stessa, conduce un discorso di demistificazione e di proponimento; è nella lotta continua e costante che costituisce l’humus del perché del suo libero e liberatorio scrivere poesia. Le immagini-concetto poetiche non vogliono essere né riposo né offuscamento della ragione. Vogliono essere invece linfa vitale e stimolo di riflessione e conoscenza consapevole per una azione di trasformazione razionale-umana e politica della realtà dominante con la quale interagiscono e che, quasi sempre, subiscono.  Un’azione che neghi cittadinanza a tutti i “barbari” interni ed esterni di questo mondo governato dalla logica e con la logica della falsa libertà e della democrazia solo formale.

Questi poeti scrivono perché c’è una maggioranza che in un modo o nell’altro è oppressa da una minoranza, perché la chiarezza dell’avanguardia militante si trasformi in consapevolezza e azione di massa, e il loro isolamento, la loro emarginazione, la loro rabbia e lotta siano il collante di tutti gli emarginati. S’incontrano e scrivono perché l’angoscia epico-primordiale dei poveri di cui parlava Pasolini trovi la propria causa nella storia, e nella storia realizzi il riscatto; perché tutti i “sud” d’Europa e del mondo, compreso il nostro Mediterraneo, che sotto il tallone di una minoranza senza scrupoli, oggi più che mai, sente minacciata la sua stessa esistenza geografica, facciano della pace, della libertà la loro “ratio cognoscendi et essendi“, piuttosto che metafore di guerra, di privilegio, di oppressione, di morte e distruzione completa d’interi popoli e civiltà.

Non manca però, nell’isola, chi come Lucio Zinna, che a Palermo dirige la rivista Arenaria, si fa voce poetica ironico-critica e scrive Preghiera per i liberatori:

” (…) Libera nos Domine / dai liberatori / tradiscono se stessi / e i liberati / odiano i conquistatori / e li sostituiscono. / Lascia o Signore / che trovi ciascuno / il necessario impulso / ad ogni liberazione. /Che ciascuno posa liberarsi / (da solo o in compagnia) / liberamente” (89).

Ma la Sicilia contemporanea, fermi i poeti richiamati con citazioni ad hoc – Lucio Zinna, Elio Giunta, Crescenzio Cane, Pietro Terminelli, Ignazio Apolloni, Edoardo Cacciatore, Mario Grasso, Bartolo Cattafi, Rolando Certa, Gianni Decidue, Nat Scammacca, ecc. -, ha tante altre voci poetiche che hanno deciso di rimanere o no nell’Isola. Senza far torto alle altre, ne ricordo alcune: Giuseppe Zagarrio, Stefano Lanuzza, Giuseppe Addamo, Enzo Leopardi, Rino Giacone, Giovanni Torres La Torre, Jolanda Insana, Fiore Torrisi, Antonino Cremona, Carmelo Maria Cortese, Emilio Paolo Taormina, Aldo Gerbino, Angelo Maria Ripellino, Armando Patti, Giorgia Stecher, Irene Marusso, Federico Hoefer, Mario Gori, Mario Farinella, Alfio Fiorentino, Mimmo Morina, Alfonso Zaccaria, Stefano D’Arrigo e Antonio Pizzuto, ecc. Qui, tra gli altri, e perché vicini all’esperienza poetica dell’Antigruppo, come è stato Cesare Zavattini, voglio ricordare la presenza di Gino Crescimone, regista e poeta siciliano che vive a Roma e scrive in lingua italiana e autore di testi critici e linguisticamente impastati, e Salvatore Ingrassia (Mazara del Vallo) che scrive in lingua siciliana e nello stile mordace della satira erotico-corposa dissacrante ed esplosiva con prove in versi e teatro. Tra i giovanissimi, la nuova promessa Francesco Vinci  (Marsala) con il taglio della sua leggera ma graffiante ironia del vissuto che, egualmente, fa prove di laboratorio in poesia e teatro, e Giacomo Bonagiuso e Rino Marino (Castelvetrano) scavatori poetici l’uno nella deriva e nello spappolamento ironico della cultura  filosofico-letteraria della tradizione e una costruzione linguistica controcorrente e antiliricizzante, e l’altro nel magma delle pulsioni vitali ed esistenziali che si versano nei versi con l’impasto delle logiche plurali della contemporaneità.

Era, ed è ancora, il bisogno di parola e di azioni consapevoli e responsabili, inserito nel più vasto ambiente nazionale ed europeo. Non mancavano naturalmente gli ostracismi del potere che lanciava accuse e insinuazioni di vittimismo e populismo di facile consumo. Ma che le accuse fossero pretestuose era tanto più chiaro quanto più ci si era accorti che la lotta alla mafia, e per il rinnovamento socio-politico, passava attraverso il perseguimento autentico della pace, della libertà e della democrazia veramente e realmente partecipate.

In quegli anni, in Sicilia, come nel resto del mondo, si vedevano, infatti, le manifestazioni delle marce per lo smantellamento delle basi missilistiche di Comiso. Ma questo è stato anche il territorio dove la mafia aveva trovato nuovo terreno di dominio e di sporchi traffici e conniventi intrallazzi. Qui il mercato della droga e le alleanze nazionali e internazionali, con le “famiglie” dislocate nei posti strategici degli snodi del contrabbando commerciale, nonché la complicità degli apparati pubblici e politici deviati, hanno purtroppo trovato fertile terreno di attecchimento, crescita e diffusione a macchia d’olio.

I problemi della pace, della lotta alla mafia, della libertà e della solidarietà, in Sicilia, a Mazara del Vallo, in quegli anni, diventavano anche oggetto di pubblico dibattito nei convegni degli scrittori e dei poeti provenienti da diverse nazionalità.

Nel documento finale del convegno fra i popoli del Mediterraneo del ’84, approvato dagli scrittori dell’Algeria, Argentina, Bulgaria, Egitto, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Jugoslavia, Malta, Romania, Spagna, Tunisia, Turchia, Ungheria, Italia, “Rappresentanza della Lega Araba” a Roma, infatti, si sottolineava che le finalità degli incontri si dovevano tradurre nei seguenti irrinunciabili obiettivi: “pace nel mondo, che oggi vede inscindibilmente uniti sia la ricerca della giustizia sia il deciso rifiuto delle armi atomiche e chimiche (…) della tecnologia militare convenzionale; condanna, quindi, di ogni forma di violenza in ogni area del mondo, ivi compresa la mafia che affligge da lunghi anni la Sicilia (…) appello rivolto per la liberazione di intellettuali e poeti che, in alcuni paesi, subiscono violenza e si trovano in prigione (…) piena solidarietà ai popoli oppressi, impegnati nelle lotte di liberazione (…) e contro la fame nel mondo (…) in funzione degli uomini e della irrinunciabile eguaglianza”(90). Queste, infatti, erano mete essenziali per la vita della cultura e la civiltà delle nazioni, e richiedevano una imprescindibile collaborazione tra tutti i popoli. I testi poetici ne elaboravano il senso nel linguaggio tipico della poesia e nella forma particolare di ciascuno.

Pantera silenziosa è la notte / e nessuno l’ha sentita venire / né la sposa che sogna un figlio / né il ragazzo che sogna il mare. / (…) / Tu avevi un ventaglio di sorrisi nascosti, più fragile / di un’ala di farfalla / più ampio del tramonto, e tutto fu travolto / in un sonno di calce / (…) / Il letto è vuoto / e vorrei farmi ramo di mimosa, / nasconderti ai cani / che percorrono inquieti le stanze; / nasconderti al tuo stesso ricordo / alle parole di zolfo fuso / agli specchi che ti conoscono / (…) /”(91) (Guernica di Carmelo Pirrera).

Questo bisogno di cambiamento e di azione si concretizzava anche in una fitta rete di iniziative che facevano nascere l’editoria povera e underground (gestita in proprio, in cooperativa o in gruppo), i ciclostilati, la poesia volantino o manifesto o murales portata nelle strade, nelle fabbriche e nei posti dove la gente viveva il proprio quotidiano vivere, e i recitals in piazza e le pubblicazioni antologiche ad hoc.

È come se i poeti siciliani, che portano nel loro codice genetico mediterraneo l’iscrizione della lexis greca legata alla praxis dell’agorà, contro il tempo e gli eventi del mercato che hanno segnato la crisi della storicità progressista o rivoluzionaria, dell’utopia, della razionalità e dei soggetti della storia, volessero mantenere salda e attiva la funzione pubblica della parola e della parola poetica in particolare. Del resto la parola, scritta o orale, ha funzione comunicativa solo all’interno dello spazio comunitario-politico in cui le soggettività interagiscono con opinioni, concezioni e azioni di scontro-incontro, qualunque sia il tasso della loro coesione o lo stato del conflitto.

Se il destinatario è presente o assente, poi, è altro livello di analisi.

Nascono le poesie politiche o i testi che si caricano di messaggi politici perdendo, a volte, però, è anche vero, lo spessore dell’aseità poetica. Si rivelano, infatti, autentica scrittura patetica o declamatoria. Ma, nella stragrande maggioranza della produzione, l’essere poesia di questi testi è mantenuto e presentato secondo le ragioni di un linguaggio rinnovato e contestualizzato.

Dell’esperienza europea, maturata attraverso gli Incontri fra i popoli del Mediterraneo (svoltisi a Mazara del Vallo negli anni Settanta e Ottanta, organizzati dal poeta Rolando Certa, prematuramente scomparso), cui nel 1982 ha partecipato la Spagna con Rafael Alberti, e a testimonianza di una produzione poetica impegnata nel civile e nel politico, oltre che nell’esistenziale e nel soggettivo, sono rimaste indicative pubblicazioni antologiche che registrano testi di accurata tessitura poetica, come l’antologia Poeti per la Pace (92). Questa, nata nel 1982, a Mazara del Vallo, al II Incontro dei popoli del Mediterraneo, raccoglie ben cinquantasette poeti di regioni e nazionalità diverse attorno alla tematica politica e culturale della pace. Fra i poeti, il libro registra anche la presenza del poeta Rafael Alberti.

Leggendo i testi di questa antologia, da Rafael Alberti ai siciliani, si può vedere quanto le scelte linguistiche e retoriche dei poeti raccolti parlino una lingua poetica e quanto il nesso sintattico, costruttivo e logico del verso, sebbene nella libertà linguistica e stilistica di ciascuno autore, armonizzi simultaneamente la tipicità poetica e il messaggio “pubblico”:

Apro il giornale. Che angoscia senza fine! / Che dolore guardare tranquillamente i campi, / il cielo innocentissimo di azzurri angelicali, /…/ Oh, quante angosce, che rimorso / vivere anche solo un minuto/ senza far niente per fermare la morte, / la morte immune, libera / di uccidere, con le armi in mano!” (Oh, quante angosce, che rimorso…di Rafael Alberti);

“(…) / Piangiamo e scriviamo / (…) / guardiamo malinconici / il volto dei bambini / (…) perché una voce ineffabile ci dice / (…) /che molte aurore sorgeranno ancora / e molte primavere brilleranno / e che gli uomini non sono nati nemici / ma possono essere amici e fratelli / se tu ed io ed altri ancora / ci stringiamo la mano e ci scriviamo: / se tu all’Est ed io all’Ovest / parliamo di pace/come si parla dell’amata / o dei figli, degli amici, / della bellezza che rinasce dopo il temporale” [93] ( Se tu ed io ed altri ancora di Rolando Certa).

I giovani venivano dalle strade / non rami di ulivo e palme / grido portano e volontà di pace /…/ si baciano quelli che si conoscono / amici quelli che non si conoscono /…/ i giovani sono anni di cassia e puledro / in mezzo alle guerre d’un pianeta / strampalato torture stragi a Mosca / o in America fanno testate / nucleari sono uguali come morte /…/ del giorno e della notte a noi artiglia / con la logica la rogna del potere e odio / per fare a pezzi gli uomini la pace” (Il cammino della pace di Gianni Diecidue);

Durante lo spettacolo io aspetto alla finestra, / le lezioni di tiro non si sa quanto esatte, / la simmetria piuttosto archetipica nell’ampiezza / della media costruzione di un certo tempo arcaico // Il piccolo oro (della pace) è anch’esso ineccepibile / al sogno del cadavere, perfettamente sincero fino / ai suoi dettagli, e il canguro incerto – nel suo viaggio / vincolante e naturale – semina inganni sulla via aperta” ( Vox clamans in deserto di Domenico Cara);

“Resteranno i grattacieli dagli occhi spalancati / televisori a trasmettere ronzii le radio accese / le fabbriche a moto perpetuo conti a metà semafori /…/ e milioni di cadaveri abbracciati nella nuova Pompei / una montagna di parole e di retorica sull’ultima guerra /…/ per una memoria collettiva per continuare la rivolta” [94] (Bomba N di Emanuele Schembari);

NUCLEAR WAR NUCLEAR WAR NUCLEAR WAR / NUCLEAR WAR NUCLEAR WAR NUCLEAR WAR /…/ Pronta a decomporti dunque / carne di queste mie braccia / ben pasciuta / di europeo occidentale / ipocrita europeo occidentale / carne cristiana / pronta a bruciare in un istante /…/ ti ricordi i disegni di Goya / povero Goya angosciato inascoltato / e Guernica rovente di Pablo /…/ NUCLEAR WAR NUCLEAR WAR NUCLEAR WAR / NUCLEAR WAR NUCLEAR WAR NUCLEAR WAR/coloro che si credono i padroni / i padroni del mondo / non hanno amici, non hanno alleati / siamo soltanto ostaggi / ostaggio la Polonia, ostaggio la Sicilia  / ostaggi / ostaggi /…/” (Nuclear war di Giovanni Lombardo);

“Ciò che io dico è la Pace. / Ciò che quel bravo LEADER dice è la guerra.  /Il mio modo      il suo modo. / Solo che egli ha il mondo per la coda: / Deve subire lui/i massa-media / la guerra. /…/” (Mass-media di Nat Scammacca).

La poesia degli autori siciliani contemporanei, pur non ignorando né gli indirizzi della poetica moderna né quella del decentramento del soggetto della “nuova poesia” né i vari neoismi di ritorno dell’ultimo Novecento italiano, ha mantenuto ferma la leggibilità e la specifica comunicabilità poetica dei propri testi. La libertà di costruzione del verso, lì dove non si è accentuata troppo l’esasperazione linguistico-formale, è stata coniugata con il bisogno di mantenere poeticamente il nesso sintassi-enunciati-semantica, verità e realtà-ideologia, significati e sensi.

Le pratiche dell’estraniamento sintattico e linguistico, nella maggioranza dei casi, vanno inserite nel contesto di una poesia che vuole scardinare il messaggio borghese e neutralizzarlo nelle sue forme espressive codificate. Era necessario sconnettere l’assetto percettivo cristallizzato delle persone che si erano assuefatte al solito linguaggio d’ordine. La contraddizione, la paradossalità e il lavorio sul linguaggio, sebbene il Novecento sia il secolo del linguaggio estraniato e dissacrante, non hanno, tuttavia, gli esiti estremistici di molti autori dell’Italia settentrionale.

Oggi, forse, è molto difficile, quasi impossibile, parlare di una scuola di tendenza ideologica omogenea che si rifaccia ad una dottrina sistematica e di gruppo. Questo può avvenire solo all’interno dell’hybris dell’ironia che interroga e s’interroga, e  attraverso le tematiche trasversali e il linguaggio plurale e articolato dei nostri tempi. Linguaggio sempre più spettacolare, scintillante ma teso a stordire più che a fare pensare, più a condannare il dissenso e ad elogiare e premiare l’adesione alle verità d’ordine. Penso, così, allora, che oggi l’ironia, anche quella che sostanzia e circola nei testi di poesia, debba, analogicamente, esercitare quella hybris di cui Prometeo fu accusato da Giove o Giobbe da Dio. La “tracotanza” così è la ribellione alla verità e al linguaggio dell’ordine costituito e la demistificazione che si rivela attraverso la destrutturazione e il rimpasto dei livelli della stessa comunicazione linguistico-poetica. Penso però, altresì ed egualmente, che, in un contesto storico come il nostro (il mondo pianificato e a una dimensione, quello del mercato globale), ogni singolo, in ogni modo, è anche messo in condizione (e perciò deve sfruttarne l’occasione) di rapportarsi – con strumenti di analisi e composizione gestibili in prima persona – alla realtà e agli altri che non riconoscono più l’omogeneità ideologica totalizzante e rifiutano l’orrore del presente e pensano ancora a una qualità della vita come diritto di tutti. Bisogna però saperne cogliere anche il pericolo isolante e non rinunciare, quindi, all’esercizio di una pratica ravvicinata, quasi gomito a gomito, dell’intersoggettività reale come momento per costruire comuni impegni di analisi e di lotta, pur passando attraverso lo scambio delle diverse opinioni e dei conflitti.

“Che c’è ancora il CHE …è per sventagliare / àncora la speranza dietro la coda delle comete / e i poveri del potere dove è carica di cieli / e la solitudine delle città delle antenne / prima di nascere l’alba del nuovo giorno / con le promesse nel pugno della memoria /…/ il punto è chi dura ora la vita, il grido / del silenzio dei sogni che non amano dedica / funeraria / e tronca la miccia ancora accesa del massacro / e il pianto ammaina sulle macerie delle rovine / ora che una sola lingua parla l’agorà elettronica / e univoca moneta mercantile batte l’opposizione” [95] (Opposizione di Antonino Contiliano).

Eppure, in mancanza o nella crisi delle dottrine e delle visioni aggreganti forti, negli scritti e nel pensiero dei poeti siciliani è possibile individuare punti di riferimento comuni: dalle tematiche della crisi e del rapporto con l’ideologia del postmoderno, ai motivi delle contraddizioni e della  contra-dizione, al linguaggio e alla comunicazione, alla critica e alle alternative, alla realtà che li àncora sia nel passato-presente sia nel futuro; un futuro certamente, ormai, non più assolutamente profetico ed escatologico, ma sicuramente carico d’aspettative positive.

Del postmoderno, se si prendono in considerazione le motivazioni della crisi dei sistemi, non si accetta però la riduzione della conoscenza ai segni. La conoscenza non si riduce ai significanti né tanto meno alla contaminazione kitsch dei linguaggi, il cui gioco si consuma come spettacolo anche per le vie della comunicazione mediatica più sofisticata. Non si lasciano per strada il contatto con la realtà e il rapporto con la politica. Il contatto si stabilisce nel nesso linguaggio-ideologia e si traduce nell’opposizione al dato con un linguaggio che lascia aperto l’antagonismo e demistifica quello familiare, quotidiano e di tipo orwelliano. I poeti siciliani contemporanei cercano il contatto comunicativo con gli altri, e anche in ciò è ancora visibile il loro impegno etico-politico, attraverso un linguaggio sì estraniato ma sicuramente relazionato a dei referenti semantici che vanno oltre la sola eversione linguistica degli sperimentalismi prettamente formali. Non mancano nel loro linguaggio poetico forme basse e parlate, contaminazione di registri, forme sintattiche e scelte lessicali idiolettiche e gergali “espressionistiche” come a voler stabilire, quasi imitando l’oralità secondaria dell’era elettronica, un contatto più immediato con il pubblico dei lettori o degli ascoltatori, per trasmettere o elaborare insieme conoscenze e valori che facciano uscire dall’appiattimento mediatico. Se lo stupore non stupisce più, perché anch’esso mercificato come mezzo di scambio, l’estraniamento va cercato per altre vie (complicando per esempio la forma) e magari riscoprendo e rivitalizzando espedienti già usati, ma impedendo l’adesione immediata al messaggio. Occorre imporre il sospetto e la distanza riflettente per far discutere sulle percezioni e esercitare il pensiero tra un intervallo temporale reale e un altro, riflettendo e rielaborando, possibilmente, le cose da altre vedute ermeneutiche ed euristiche.

Per dirla con l’effetto “V” (estraniamento) di Brecht, con l’extralocalità (referenti fuori del testo) e l’interdialogicità (la relazione inter-soggettività) di Bachtin, con le tre “voci” (il monologo dell’io lirico, il tu dialogico, l’egli o la terza persona-personaggio creato/a dal poeta per pensare decentrandosi in un altro alter ego o in un ego altro che non sia il proprio) di Eliot o con la teoria del “poeta cieco” rivisitata da Hannah Arendt, i contatti con il pubblico e il sapore del ritrovamento del “realismo” sono cercati anche dai poeti siciliani contemporanei che, come altrove, rifiutano la seduzione e l’incanto acritico. Il riferimento, il contesto storico e sociale, la tensione e la trascendenza non debbono essere perduti pur praticando l’effetto “V”, ricorda Brecht parlando del teatro e del ruolo dell’attore. Il pubblico, l’altro, il lettore, “Lo spettatore non viene completamente <<incantato>>, non viene livellato psicologicamente, né viene indotto ad assumere un atteggiamento fatalistico nei confronti del destino che viene presentato. (…). Gli avvenimenti vengono storicizzati e ambientati socialmente” (96).

La poesia siciliana contemporanea ha coniugato esistenza e lotta, protesta e sentimento, emozioni ed immaginazione partendo dalla realtà che, come asseriva Brecht, non ha una sola faccia. Essa può essere vista e scritta in molti modi. La storia accetta e ricusa modelli e ne ripesca altri. La realtà, sempre oggettiva-soggettiva, relativa, sebbene trasfigurata, è però fonte di poesia, allorquando lo scrittore sa far sì che l’avvenimento storico o biografico, vissuto o assunto, si alzi dal piano dell’esistenza reale e concreta, con il carico di tutte le variabili che la contestualizzano e la intertestualizzano, per iscriversi su quello delle finzioni letterarie e poetiche. La poiesis deve far sì che l’avvenimento storico diventi anche avvenimento letterario senza perdere la valenza della comunicazione politica e la capacità di visione e giudizio contemporaneamente appassionati e distaccati, alla maniera di uno “spettatore imparziale”, come, per esempio, ha fatto in Francia lo storico, marxista non pentito, Eric Hobsbawm nella sua opera storica – Il secolo breve – di sintesi del Novecento.

In questa direzione, indicazioni propizie – senza pregiudicare, a nostro avviso, né scelte politiche e praxis di dissenso e alternativa né una visione materialistica critica, progettante e processuale della storia e della realtà – potrebbero venire dalla rinnovata teoria del “poeta cieco”, veggente/pre-veggente ma non vate, proposta da Hannah Arendt. Anzi, in un ambiente che tende ad affermare acriticamente il “reale” di derivazione simulata-virtuale e mediatica, alienante e che gioca volutamente per l’annullamento della memoria, schiacciandola sul presente videotelematico, come succede nell’era delle strade elettroniche e della globalizzazione, questa teoria imporrebbe una consapevole e critica riflessione. Una riflessione  accompagnata da prese di giudizi di valore critico sui processi che avanzano tra concretezza e complessità, presunta linearità e sperimentata contraddittorietà, mentre ci si vuol fare intendere, mistificando senza pudore e pietà, che tutto è lineare e va, inevitabilmente, a gonfie vele e per il meglio.

“ Come Omero, <<il poeta cieco>> che narra il passato e quindi <<siede in giudizio sopra di esso>>, o come l’angelo di Benjamin che <<sosta  nel giudizio>>, lo spettatore partecipe crea quella distanza (che è anche temporale) tra sé e gli eventi che gli permette di <eternizzarli>, immortalandoli con il proprio giudizio. (…). L’opposizione allo stile conoscitivo che si esprime nelle concezioni volte a rielaborare teleologicamente la storia nasce dall’esigenza di proteggere lo spazio dell’azione e del giudizio quale luogo di relazioni autenticamente umane, esonerate dal fatalismo (…) e fedeli invece al primato della esemplarità, dell’apparenza e del dialogo. (…). Il giudizio è pertanto la facoltà che impedisce di ricadere nelle manifestazioni di  un determinismo a impronta naturalistica. Esso infatti genera quella distanza rispetto al corso degli eventi che decentra lo spettatore e lo pone nella condizione di osservatore partecipe: recuperando eventi dimenticati e frammenti di verità coperti dall’oblio, <egli> contribuisce a contrastare la fatalità dei processi. Lo spettatore imparziale che si sofferma a raccontare il passato  è una sorta di rinnovata personificazione del mitico “poeta cieco” che, assiso nella posizione del giudice, ristabilisce la verità dell’evento e la dignità di ciò che altrimenti sarebbe dimenticato” (97).

E noi, oggi, crediamo che il poeta debba raccontare il passato e il presente giudicandoli da “spettatore partecipe”, specie se le guerre di sterminio e di dominio degli anni Novanta, come ieri quelle dei nazisti, di Hiroshima e Nagasaki o del Vietnam, occultano le contraddizioni e la verità degli oppressi e delle vittime con il linguaggio del controllo totale, esercitato dai padroni dei mezzi d’informazione. Questi, infatti, formano l’opinione pubblica decidendo quale versione delle cose deve circolare con il montaggio delle falsità e distribuendola come verità dei fatti. Per cui “lottare per la pace è in realtà fare la guerra (…); mettere fine alla guerra significa esattamente ciò che il governo belligerante sta facendo, anche se può essere in realtà il suo contrario, e cioè intensificare il massacro (…); la libertà è esattamente ciò che il popolo ha sotto l’Amministrazione, anche se può essere in realtà tutto il contrario; gas lacrimogeni, defolianti – oggi le bombe intelligenti e antisterminio (il corsivo è nostro) – sono <legittimi e umani> contro i vietnamiti perché provocano <minori sofferenze> al popolo (…)”[98]. La parola del potere, pur non potendo impedire alla gente di prendere coscienza delle contraddizioni, è infatti in condizione, quasi magicamente, facendo circolare parole d’ordine – sicurezza nazionale, nemici della democrazia e della libertà, pericoli dell’umanità, ecc. – di convincere le persone della verità delle loro falsità e di farsi sostenere nell’operatività, stimolando i comportamenti desiderati e funzionali al mantenimento e al rafforzamento dell’ordine costituito e della volontà di potenza.

Bosnia/Sbornia [99]

Un cielo senza stelle il viso

un viso senza primavera il cuore

un cuore senza suoni la mente

una mente senza rughe il giorno

un giorno senza sorrisi la via

una via senza fanciullezza il gioco

un gioco di guerra per il cecchino

un tiro incrociato per tante croci

SBORNIA

per colazione un bicchiere di ferite

per pranzo un piatto di nude schegge

per cena un banchetto fiorito di pianto

per il sonno notti di isole e di sale:

rimasti impietriti senza radici di cielo

finiti

lì con l’ ombra ad accarezzare i morti

cataste di vita per volumi di fuoco

gelido massacro i piani dell’ Europa

profitti e perdite la pace capitale

per i bambini danza ancora un arcobaleno

Il poeta siciliano contemporaneo e di fine millennio, di certo, non è un soggetto neutrale e disponibile a farsi trascinare dalla corrente dell’acquiescenza o dal fatalismo dei fatti storici. Scommette, fedele all’immaginario della poesia come costruzione di mondi possibili, che è possibile modificare le cose così come si cambiano e innovano i significati e i sensi della lingua, intervenendo sulla sua struttura, anche se i risultati non sono sicuramente prevedibili con certezza. Il mondo, come la poesia e la scienza, è una realtà complessa, e la complessità – diceva il poeta Paul Valéry – è “l’imprevedibilità essenziale” che può trovare però dicibilità poetica, narrazione letteraria, discorso scientifico e storico, ecc., previsione, progettazione possibile e quindi anche comunicazione sebbene non univoca. L’arte, la poesia e la scienza, il cui momento inventivo non ha netti confini di separazione, come dice P. Feyerabend in Scienza come arte, anche loro hanno, infatti, una complessità propria.

È una complessità, infatti, che, distendendosi e riversandosi attraverso i ritmi continui e discontinui del linguaggio simbolico, dei segni e dei gesti convenzionali, può avere campi semantici solo probabili e sempre aperti, e perciò capace di comunicare la propria testualità temporale, ancora, solamente in termini d’imprevedibilità. Le credenze ideologiche fanno il resto. In quanto intreccio simulato di logica combinatoria e creatività/inventività, di scoperta causale e invenzione studiata, di riferimenti ai luoghi retorici della memoria collettiva e creatività dipendente dal soggetto, di razionalità classica e procedimenti aleatori (ma per questo più creativi), di logica classica, abduttiva e logiche non classiche, essa è, inoltre, configurazione; è una configurazione, non sempre rappresentativa e/o mimetica, di processi e procedimenti logico-linguistici-sintattici significanti e di senso/nonsenso altamente destabilizzanti. Il suo linguaggio, infatti, rompe l’ordine accreditato del sistema, che pretende di rispecchiare la biunivocità lingua-mondo, e si presenta per frammenti e nuove ipotesi organizzative. Queste, trascinandosi, dietro e dentro, anche l’irruenza della vita e della storia con i loro “rumori” non decifrabili, non si chiudono in una catena di significati perfetti e reificati; nello stesso tempo, si ripromettono per nuove progettazioni e risemantizzazioni nel campo della pratica testuale e significante. “Nel panorama possibile dell’inventiva artistica contemporanea si può procedere soltanto per ipotesi frammentarie: il valore della ricontestualizzazione dell’astratto, la relatività delle forme stilistiche, disancorate da ogni riferimento univoco alla realtà, lo sperimentalismo dei codici linguistici. Sembra mancare la possibilità stessa di sondare la vertigine della creazione artistica. Ma rimane sempre più certo che le distinzioni nette tra scienza e poesia non sono più accettabili; lo dimostra anche l’attività del poeta-filosofo siciliano Antonino Contiliano. (…) con Gli albedi del sole, Ila-Palma, Sãn Paolo – Palermo 1988, opera che racchiude un sapere in forma di poesia, un sapere nel quale prevale l’idea di una nuova alleanza tra uomini e natura, motivata da una scienza non più cartesiana, che procede secondo una logica dell’inclusione e della pienezza, in persistente attenzione alle pieghe del mondo reale.”(100)

L’imprevedibilità che governa il mondo contemporaneo non impedisce di criticare l’esistente, mostrarne il negativo e il rovescio e prospettarne possibili analisi e scelte. Il soggetto e i soggetti, se non hanno più le sicurezze di una volta, non per questo sono scomparsi. Lì dove ci sono processi di significazione e di senso per la vita individuale e collettiva, lì ci sono dei soggetti, dei campi d’interazione e della materia/energia su cui lavorare con minore o maggiore antagonismo dialettico problematico. Anche qui, dunque, la poesia, cui è peculiare la ricerca e la produzione di senso, pur attraverso le contraddizioni, i paradossi, i conflitti del quotidiano, della storia, dei vissuti e dei modelli, può e deve misurare le sue possibilità linguistiche, di conoscenza, di denuncia, di immaginazione, di proposizione. La questione, pur non volendo ignorare che nella storia ancora si giocano i conflitti di classe, seppur in termini diversi da quelli di ieri, non è d’interesse di una sola classe o parte.

L’opposizione e la proposizione sono un obiettivo che prevalentemente accomuna tutti gli uomini che concretamente vivono e agiscono nell’ontologia dell’essere sociale. Che ciò possa essere veicolato attraverso il linguaggio e gli strumenti della poesia, non ultimo il sogno, è una scommessa che ancora crediamo praticabile. Una cosa da ricordare: non deve lasciarsi dietro, come un residuo fuori tempo, il suo significato di permanente tensione politica.

Il bisogno è forte. L’alienazione borghese e neocapitalistica di fine Millennio fluttua le masse sul pianeta della globalità con i flussi e i flutti densi e vischiosi delle onde e delle autostrade elettroniche, che giornalmente scaricano massicce dosi di droga per far annegare e morire, strumentalizzando anche cinicamente il richiamo ai valori, il pensiero critico nel collasso per overdose: gratificazioni immediate, superficialità, pruriti epidermici, denaro, spettacoli che erotizzano, violentano, estetizzano qualsiasi momento pubblico e privato delle persone, montando la varia fenomenologia della vita e della storia.

(FINE)

[leggi la puntata precedente Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo” (3/4): Nord poesia, le scelte dei poeti]

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NOTE

(65) Domenico Cara, La conservazione dell’oggetto poetico, op. cit., p. 12 e 13.

(66) Rolando Certa, Le due anime dell’Antigruppo, in  Impegno 70, (19-20), 1975-1977, p. 42.

(67) Anna Barbera e Carmelo Pirrera, Gli Eredi del sole, Il Vertice, Palermo 1987.

(68) Rolando Certa, Sicilia pecora sgozzata, Impegno 70, op. cit.

(69) AA.VV., Arrivederci a Sortino, a cura di Sebastiano Terranova, Prova d’Autore, Catania 1997.

(70) Giuseppe Zagarrio, Febbre, furore e fiele, op. cit.

(71) Franco Cavallo – Mario Lunetta (a cura di), Poesia italiana della contraddizione, op. cit.

(72) Domenico Cara, Organizzazione (e reticolo) del monstrum, in Oltre Eboli…, op. cit., p.912.

(73) Antonio Motta e Carlo A. Augeri, Oltre Eboli…, op. cit.

(74) Pasquale Martiniello, MEMORIA E TEMPO, Ferraro, Napoli 1998.

(75) Antonio Motta – Carlo A. Augeri, Oltre Eboli…, op. cit.

(76) Silvano Guarducci, La condizione del poeta, in Collettivo R, (58-60), 1994, p. 54.

(77) Massimo Migliarino, Appunti per alcune riflessioni sulla poesia, in  Collettivo R, (34-35), 1984, p. 47.

(78) Antonino Contiliano, L’Utopia di Hannah Arendt,  Laboratorio delle Arti, Milano 1991.

(79) Giovanni Lombardo, Telecamere d’ottobre, in Collettivo R, (58-60), 1992.

(80) Giovanni Lombardo, Lettera agli “Amici del terzo mondo di Marsala”, in Collettivo R, (58-60), 1992.

(81) Luca Rosi, Il Capitalismo ci uccide, in Collettivo R, (58-60), 1992.

(82) Nat Scammacca, Una possibile poetica per un Antigruppo, Celebes Editore, Trapani 1970, p. 47.

(83) L’Antigruppo come impegno, in Un tulipano rosso, a cura di Santo Calì, Edigraf, Catania 1971, pp.99-100.

(84) Rolando Certa, Poeta ad Atene, Atene 1981.

(85) Cfr. Antigruppo’73, Vol. 2 (antologia), Coop. Operatori Grafici Di Maria, Catania 1973, p. 268.

(86) Gianni Diecidue, Antinomie, Mazzotta, Castelvetrano 1981.

(87) Giovanni Lombardo, Il giardino di Marianna, Coop. Popolare di cultura, Brescia 1977.

(88) Antonino Contiliano, La Contingenza. Lo Stupore del tempo, Laboratorio delle Arti, Milano 1995.

(89) Sergio Collura ( a cura di), Poeti Italiani per la Pace, Editrice Tifeo, Catania 1987.

(90) AA. VV., Documento conclusivo del III Incontro fra i Popoli del Mediterraneo, in Impegno80, (16-20), 1984-1985, p. 22.

(91) Sergio Collura – Salvatore Rossi ( a cura di), Poeti Siciliani per la Pace, Editrice Tifeo, Catania 1987.

(92) Rolando Certa (a cura di), Poeti per la pace, Impegno 80, Mazara del Vallo 1982.

(93) Rolando Certa, Se tu ed io ed altri ancora, Impegno 80, Mazara del Vallo 1982

(94) Emanuele Schembari, Poeti contemporanei della provincia di Ragusa, Utopia, Ragusa 1987

(95) Antonino Contiliano, Kairós desdichado, Promopress, Palermo 1998.

(96) Marianna Marrucci, I poeti sperimentali negli anni dell’antisperimentalismo, in Allegoria, (29-30), 1998, p. 163.

(97) Edoardo Grebo, Il poeta cieco. Hannah Arendt e il giudizio, in Aut Aut, (239-240), 1990, pp. 125, 126.

(98) Herbert Marcuse,  Arte e Rivoluzione, in Comunità, (167), 1972, p. 295.

(99) Antonino Contiliano, Bosnia/Sbornia, in La conservazione dell’oggetto poetico, a cura di Domenico Cara, vol.2, Laboratorio delle arti, Milano 1996, pp. 12-13.

(100) Gaspare Polizzi, Il linguaggio dell’invenzione: scienza o poesia?, in Spiragli (Suppl. n°. 4), 1989, pp. 27-28.

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* Antonino Contiliano, La soglia dell’esilio, Catania, Prova d’Autore, 2000, pp.147-174

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