LA SOLITUDINE DEL CRITICO. Considerazioni su alcuni libri recenti e il destino della poesia. Saggio di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

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«Ce grand malheur, de ne pouvoir être seul»

(La Bruyère)

1. Il patto autobiografico

Sembra evidente, anche ad un esame non eccessivamente approfondito, come l’evidenza e la suggestione autobiografica abbia affascinato un certo numero di critici letterari italiani desiderosi di trasformare il loro approccio (finora avvenuto dall’esterno) agli autori che hanno studiato in una proposta di lettura che passa attraverso la loro dimensione più intima e più personale.

Sembrerebbe dimostrarlo una serie di libri (nella maggior parte piuttosto smilzi e umili anche nella veste grafica) i cui autori si fanno forza delle loro esperienze di lettura in età giovanile per avanzare ipotesi più o meno catastrofistiche sul destino della poesia e della critica letteraria.

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Il carattere razionale dell’arte. Galvano della Volpe, “Critica del gusto”

di Francesco Sasso

Galvano della Volpe (1895-1968) con Critica del gusto formula una teoria organica della letteratura nell’ambito dell’estetica materialistica e marxista. Egli afferma il valore razionale, e non sentimentale, dell’opera artistica (a riguardo si veda il capitolo primo, «Critica dell’ ”immaginazione” poetica»). Il carattere razionale dell’arte, sostiene Della Volpe, è unità, coerenza, armonia. Per Della Volpe la forma è concetto, mentre il contenuto è materia molteplice del sensibile, dell’immaginazione.

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IL TERZO SGUARDO n.13: Leggere dei libri, visitare delle città, maturare nel tempo. Francesco M. Cataluccio, “Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Leggere dei libri, visitare delle città, maturare nel tempo. Francesco M. Cataluccio, Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo, Palermo, Sellerio, 2010


So benissimo che non bisognerebbe mai scriverlo e al massimo si potrebbe dirlo parlandone  agli amici in privato. Il rischio è che Marcel Proust se la prenda e che si rischi un paragone improvvido con il suo avversato bersaglio polemico d’un tempo, Charles Augustin de Sainte-Beuve (al quale l’estensore di queste note assomiglia pure), la cui modalità di funzionamento critico basata sulla conoscenza personale degli autori recensiti e analizzati viene stigmatizzata in un celebre testo (postumo). Per farla breve, anch’io ho conosciuto Francesco M. Cataluccio (la M. centrale è d’obbligo per non confonderlo con suo padre, apprezzato storico contemporaneo che ha insegnato vent’anni a Genova). Presentammo insieme un testo narrativo di Kazimierz Brandys, Lettere alla signora Z., che alla sua pubblicazione in italiano era talmente piaciuto a Sciascia da inserirne un giudizio lusinghiero (“E’ un libro molto bello”) nel bel mezzo della narrazione-investigazione poliziesca di A ciascuno il suo. Quel testo di Brandys costituiva il primo titolo di una ideale “Biblioteca della Noce” pubblicata dall’editore La Vita Felice di Milano per conto e a spese dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia e che io avevo curato in maniera anonima.

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STORIA CONTEMPORANEA n.55: La fantascienza italiana e la politica come oggetto d’affezione. Aa. Vv. “Ambigue utopie. 19 racconti di fantascienza”, a cura di Gianfilippo Pizzo e Walter Catalano

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

La fantascienza italiana e la politica come oggetto d’affezione. Aa. Vv. Ambigue utopie. 19 racconti di fantascienza, a cura di Gianfilippo Pizzo e Walter Catalano, Milano, Bietti, 2010


Periodicamente viene annunciata la “morte della fantascienza” (colpevole di tale delitto sarebbe la realtà presente e la storia contemporanea in quanto avrebbero “realizzato” le meraviglie o gli orrori, più spesso questi ultimi però, preconizzati e descritti nei romanzi di anticipazione). Altrettanto periodicamente viene descritta la “morte” (o il “tramonto”) delle ideologie insieme alla necessità di accantonate le nozioni ormai sociologicamente e politologicamente vecchie di destra e di sinistra dal punto di vista delle posizioni da assumere sia in Parlamento che nella lotta politica.

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AITER: Archivio Italiano Tradizione Epistolare in Rete

Il progetto AITER (Archivio Italiano Tradizione Epistolare in Rete), che coinvolge cinque unità di ricerca (Università degli Studi di Pavia; Università per Stranieri di Siena; Università degli Studi di Roma “La Sapienza”; Università degli Studi di Cassino; Università degli Studi di Milano), si propone di avviare la creazione di un modello di banca dati di corpora epistolografici dal Medioevo al Novecento, basato su un’interfaccia web per la lettura dei testi, consultabile attraverso un motore di ricerca.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.51: L’anomalia del verso. Duccia Camiciotti, “Ultima onda anomala”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

L’anomalia del verso. Duccia Camiciotti, Ultima onda anomala, Firenze, L’Autore Libri, 2009

Scrive Anna Balsamo, con intelligenza e forte simpateticità con l’autrice di cui analizza le prospettive liriche e umane, nella sua Prefazione (La vita sta in una manciata di stelle: tra memorie e parole di denuncia e profezia) a questo ultimo (ma non certo l’ultimo!) libro di poesie di Duccia Camiciotti:

«Abituati alla espressa drammaticità degli avvenimenti privilegiata dalla poetica di Duccia Camiciotti in tutte le precedenti opere, abbiamo immaginato, causa il titolo di questa raccolta Ultima onda anomala, di trovare magari un poemetto lungo e dettagliato dell’avvenuta sciagura asiatica. Ebbene no, il titolo è invece una sorta di riferimento proprio a quest’opera: sono queste pagine e il riferimento epocale, l’ultima onda anomala; dove “ultima onda” sta a significare anche impressione ed espressione poetica più di recente meditata. Di seguito le “cartoline crudeli”: non esternano catastrofi, ma interiorizzano con dolore gli estraneamenti: “Qui si muovono dentro l’oro antico / oscurato di luce morente, / lemuri artistici; / sguardo abissale, gambe svettanti / e vanno e vanno / e non sanno perché” (Zombies del 2000); “La tua povera casa / che ancora non conosce / ferraglie aggiogate alle stelle” (Villino travolto dai grattacieli) » (p. 9).

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IL TERZO SGUARDO n.12: Attraverso lo specchio del fantastico. Giovanni Agnoloni, “Nuova letteratura fantasy”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Attraverso lo specchio del fantastico. Giovanni Agnoloni, Nuova letteratura fantasy, Broni (Pavia), Eumeswil Edizioni, 2010*


Questo libro colma un vuoto e pone le basi per una nuova possibile ripartenza negli studi in questo settore provandosi a rispondere ad alcune domande sulla natura dei generi legati al fantastico che finora sono rimaste inesitate, scarsamente sviluppate sotto il profilo della teoria della letteratura rimaste pressoché senza risposta.

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Le impronte vuote del dolore. Marina Pizzi, “Il solicello del basto”

di Francesco Sasso

Nuova raccolta di Marina Pizzi dal titolo Il solicello del basto (Fermenti 2010). La poesia di Marina Pizzi è polimorfa. Ai nostri occhi, essa si presenta come fitto, intricato reticolo di percorsi che si sviluppano secondo linee talora divergenti e talaltra convergenti. Basta leggere, oltre a quest’ultima raccolta, il pur recente L’inchino del predone (2009). D’altronde constatiamo anche l’inevitabile parzialità e approssimazione di ogni tentativo di ricostruire l’Opera della Pizzi, work in progress disperso in libri e e-book vari. Sembra intanto plausibile riconoscere nell’esperienza poetica della Pizzi la fede nel privilegio etico-conoscitivo e nel carattere di totalità dell’esperienza poetica. La parola poetica di Pizzi si fa atto e rivelazione del disordine invisibile della vita, simbolo del Nulla. Eppure sembra che la parola poetica di Marina Pizzi non riesca a colmare l’abisso che separa la fragilità, la limitatezza della condizione umana dalla Morte. La parola poetica della Pizzi è perdita irreparabile perché di ciò che è stato trattiene unicamente le impronte vuote del dolore.

f.s.

[Marina Pizzi, Il solicello del basto, Fermenti, 2010, pp.51, € 12,00]

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[Leggi tutti gli articoli di Francesco Sasso pubblicati su RETROGUARDIA 2.0]

STORIA CONTEMPORANEA n.54: Lettere dal passato. Antonio Tabucchi, “Il tempo invecchia in fretta”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Lettere dal passato. Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, Milano, Feltrinelli, 2009

Il Tempo sembra essere il vero nemico da sconfiggere per Antonio Tabucchi  in questa fase della sua storia letteraria. Tutte le sue opere dell’ultimo periodo si accaniscono nel ritrovare e nel descrivere il percorso che conduce al tempo reale della vita mediante il ricorso a una dimensione memoriale faticosamente percepita e raggiunta. La memoria vince il tempo e lo ritrova, alla fine.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.50: Vincere la saudade. “Poesia meridiana speciale Portogallo”, a cura di Regina Célia Pereira da Silva

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Vincere la saudade. Poesia meridiana speciale Portogallo, a cura di Regina Célia Pereira da Silva, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010

La poesia portoghese non si scrive soltanto in Portogallo – in soldini, ecco il senso dell’operazione coordinata dalla professoressa Regina Célia Pereira da Silva, docente di Lingua, Cultura e Traduzione Portoghese dell’Istituto Camões presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e fortemente voluto da Giuseppe Iuliano e Paolo Saggese, i due ispiratori del Centro di documentazione sulla poesia del Sud. E al Sud del mondo certamente il mondo culturale portoghese e lusitanofono certamente appartiene – per ispirazione, per tradizione, per appartenenza etica e storica, per destino epocale e individuale.

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Vincenzo Latronico, “Ginnastica e Rivoluzione”: la rabbia della gioventù e la palingenesi impossibile

di Giovanni Inzerillo

Sento molti dire di aver fatto la rivoluzione. Si ingannano.

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In una Parigi metropolitana e urbana, depauperata del fascino da cartolina e della raffinatezza dei costumi che le si addice, si intrecciano storie di giovani assai diversi tra loro per provenienze e ideali, alcuni animati da un desiderio di riscatto sociale, altri ancora arresisi alla passività di una esistenza ancorata al ricordo e alla satura mediocrità. Ciò che li avvicina è lo stesso tetto della palazzina in cui vivono insieme e sotto cui trascorrono le giornate da emigrati, talvolta banditi ricercati dalla legge.

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IL TERZO SGUARDO n.11: “Draquila – L’ Italia che trema” di Sabina Guzzanti ovvero il “bon sens” per immagini

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Draquila – L’ Italia che trema di Sabina Guzzanti ovvero il bon sens per immagini


«Come si è potuti riuscire a persuadere esseri ragionevoli che la cosa più incomprensibile era per essi la più essenziale?»
(Paul-Henry Thiry barone d’ Holbach, Il buon senso)

La speranza si affaccia sullo schermo sotto forma del volto sorridente di Raffaele Colapietra, anziano professore di Storia Moderna assai noto a livello locale, che racconta come abbia insistito a rimanere nella sua vecchia casa lesionata nonostante le ingiunzioni e le valutazioni terroristiche ricevute sullo stato dell’edificio. La casa tiene ancora e le riparazioni, sia pure costose, gli hanno permesso di salvaguardare mobili e ricordi, soprattutto l’ampia e amata biblioteca. Ma non tutti sono stati così fortunati nell’Aquila distrutta dal micidiale terremoto del 6 aprile del 2009. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.53: “Trittico per Camilleri”. Come si costruisce un’antologia. Andrea Camilleri, “Pagine scelte di Luigi Pirandello”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Trittico per Camilleri. Come si costruisce un’antologia. Andrea Camilleri, Pagine scelte di Luigi Pirandello, Milano, Rizzoli BUR, 2007

Quello che mi ha stupito di più di questa antologia è che rechi il nome del suo realizzatore al posto dello scrittore antologizzato (sarebbe stato più corretto, forse, scrivere Luigi Pirandello, Pagine scelte, a cura di Andrea Camilleri – in fondo, il “vero autore”di quelle pagine è proprio lui, Pirandello, ma tant’è…). E’ vero che un’antologia è il prodotto della scelta e dei gusti personali di chi la realizza e la costruisce ma non bisognerebbe esagerare. Comunque va detto che Camilleri dichiara fin da subito che il “suo” Pirandello è quello suo e basta e che non ha aspirazioni “scientifiche” né didattiche.

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Marco Scalabrino, “La casa viola”

di Francesco Sasso

Nella raccolta La casa viola di Marco Scalabrino (n.1952, Trapani) cogliamo una sensibilità modernista, all’interno dell’eredità della poesia dialettale, che si esprime in immagini espressionistiche e persino in visioni di inequivoca matrice paradosso-farsesco.

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.49: Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, “Nella prigione azzurra del sonetto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, Nella prigione azzurra del sonetto, Faloppio (CO), Lieto Colle, 2009


Questa raccolta di centoventidue sonetti racchiude al suo interno non solo la storia della vicenda personale del suo autore ma circonda con le sue circonvoluzioni verbali una sorta di piccola storia del mondo. Cultore avvertito e solerte della forma chiusa del verso, Martino sa che potrà usarla compiutamente solo se essa sarà sempre aperta a tutte le suggestioni possibili, a tutte le dimensioni e proposte letterarie che sarà in grado di far riverberare e precipitare, quasi soluzione satura, su di essa. Il sonetto, in sostanza, è uno strumento a doppio taglio che va utilizzato bene, con cura – se si sbaglia, il rischio è quello di precipitare in un vacuo accademismo di maniera dove la forma chiusa resta barricata in se stessa.

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IL TERZO SGUARDO n.10: Lo sguardo di Ipazia. John Toland, “Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero” e “AGORA”, regia di Alejandro Amenábar

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella


Lo sguardo di Ipazia. John Toland, Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero, trad. it. e cura di Federica Turriziani Colonna, Firenze, Clinamen, 20103; AGORA, regia di Alejandro Amenábar, sceneggiatura di Alejandro Amenábar e Mateo Gil, 2009

Scrive John Toland all’inizio del suo breve rapporto su vita e morte di Ipazia, filosofa vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il 370 e il marzo del 415 dopo Cristo, una delle figure più straordinarie della cultura ellenistica e donna di rara intelligenza e bellezza:

«Quello che vi narro è un racconto breve ma ricco, come i libri degli antichi, sulla vita e sulla morte di Ipazia; e la mia narrazione canterà per sempre la gloria del suo sesso, e la miseria del nostro: perché le donne non hanno certo pochi motivi per stimare se stesse, e ciò perché è esistita una donna così poliedrica e senza il minimo difetto (e forse l’unica mancanza alle sue innumerevoli perfezioni fu proprio il non avere alcun difetto), che gli uomini devono vergognarsi; se ne possono trovare infatti alcuni, tra di loro, di un’inclinazione così brutale e selvaggia che, lungi dall’applaudire con ammirazione tanta bellezza, tanta innocenza e tanta conoscenza, macchiano con le proprie barbare mani del sangue di una donna di tal fatta, segnando in modo indelebile le proprie empie anime con assassinii dal sapore di sacrilegio. Ad escogitare una morte così terribile fu un vescovo, un patriarca, anzi un santo; ad eseguire la sua implacabile furia, il clero. Nella storia che vado ricostruendo non tralascio di considerare che, tra gli autori, ci furono anche tutti i suoi contemporanei e l’intero panorama culturale della sua epoca (non voglio infatti omettere nulla di ciò che so). Tra questi, un suo collega, e anche un suo allievo. Ma quel che c’è di più odioso e scellerato è legato agli storici ecclesiastici considerati ortodossi nella loro epoca, così come accade, il più delle volte, nella nostra»(1).

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«L’errore è nello sguardo»: Marco Giovenale, “Storia dei minuti”

di Francesco Sasso

Uno dei più originali, quello che meglio d’ogni altro è riuscito a connettere vari linguaggi artistici (immagine e parola in primis), sembra a me Marco Giovenale. Presente in rete con slowforward, redattore della rivista sperimentale Gammm, autore de La casa esposta (Le lettere, 2007), la cui formazione culturale e letteraria si svolge in misura pressoché esclusiva nel confronto con le più significative esperienze della poesia europea e americana contemporanea.

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