QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.49: Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, “Nella prigione azzurra del sonetto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

_____________________________

di Giuseppe Panella

Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, Nella prigione azzurra del sonetto, Faloppio (CO), Lieto Colle, 2009


Questa raccolta di centoventidue sonetti racchiude al suo interno non solo la storia della vicenda personale del suo autore ma circonda con le sue circonvoluzioni verbali una sorta di piccola storia del mondo. Cultore avvertito e solerte della forma chiusa del verso, Martino sa che potrà usarla compiutamente solo se essa sarà sempre aperta a tutte le suggestioni possibili, a tutte le dimensioni e proposte letterarie che sarà in grado di far riverberare e precipitare, quasi soluzione satura, su di essa. Il sonetto, in sostanza, è uno strumento a doppio taglio che va utilizzato bene, con cura – se si sbaglia, il rischio è quello di precipitare in un vacuo accademismo di maniera dove la forma chiusa resta barricata in se stessa.

Per capacità (e dono delle Muse), Martino non corre questo rischio: il suo ritmo poetico è deciso, la sua maturità di scrittore molto ben consolidata, la sua volontà di canto prorompente.

Come scrive il suo simpatetico prefatore Donato Di Stasi:

«Salvatore Martino pensa a una scrittura spiccatamente realistica, nata da un prepotente individualismo, associato a un’analisi acuta, drammatica e inquietante delle ombre collettive che pesano su ciascuno, così ricompone la frattura fra corpo e spirito e attribuisce alle lacerazioni della sessualità le residue possibilità di liberarsi dalle miserie esistenziali, dalla vita irrigidita nella precettistica del più soffocante consumismo (“Se il mio corpo raggela nell’attesa / il letto si appiattisce per schiacciarmi / e intorno si aggrovigliano fantasmi / e il pensiero abbandona la contesa // […] Il vento annichilisce la caduta / mi disegna ubriaco in una festa / tra le mani una cabala annerita”). Alieno da idealità di comodo, l’Autore tende a scompaginare il Reale, a descriverlo quale esso è  con il suo carico di malcelata contingenza, mai rasserenata e mai ovvia: scava dentro l’esperienza quotidiana e fissa con occhio spietato, animato da una profonda disposizione a comunicare. Luogo centrale e irradiante del poema si configura lo sceltissimo lessico, organizzato per tetradi verbali (inchiodare, scardinare, annichilire, naufragare), cromatiche (il bianco-Moby Dick, il rosso del delirio, il nero lirico spagnolo, il giallastro eliotiano / poundiano), sostantivali (il vuoto mistico, l’Oltre silenziosissimo, l’incanto della materia, il labirinto borgesiano), semantiche (fughe, trappole, inganni, tradimenti), senza dimenticare che l’Autore stesso nel Prologo, ancora la sua versificazione a quattro capisaldi indiscussi (Cavalcanti, Petrarca, Shakespeare, Borges) » (pp. 10-11).

Nella prigione azzurra del sonetto è divisa in sei parti. La prima, Meditatio mortis, è assorta e potente, intesa a verificare il rapporto proprio con la morte e con il mondo, tentata dall’accettazione della scomparsa definitiva ma capace poi di respingerla come la lusinga finale che vuole far coincidere l’apocalisse personale con quella di tutti e che il mondo aspetta, teme, accarezza e, alla fine, sospira. Confrontarsi con la fine e riuscire poi a ricacciarla in un Oltre di cui non si conoscono regole e confini risulta il compito della scrittura che, nel tracciare le proprie righe di comprensione della natura del tutto, riesce anche a comprendere compiutamente come la morte, similmente alla vita, non conclude l’esplorazione dei possibili futuri ma ne è soltanto una delle opzioni più crudeli.

La seconda parte, L’officina della guarigione. Il viaggio, si connette al tema orfico della conoscenza del mistero appresa attraverso l’autoconsapevolezza del Sé. Nelle situazioni più difficili e atroci, l’idea della propria realtà e della propria capacità di forza vitale si ancora alla necessità di continuare il proprio percorso: il viaggio continua sempre, anche quando apparentemente sembra finito. Nella densità del fluito prossimo della forma poetica, si addensano speranze illusioni e sogni – che fanno però la vita degna di essere vissuta e la parola detta a futura memoria per sé e per gli altri. In tal modo, ciò che è si congiunge a ciò che è stato e a ciò che (forse) sarà. Nella terza sezione, Politeismi del dio unico, la ricerca si sposta dal mistero della morte eventuale verso quello dell’Oltre che deve essere considerata come la dimensione successiva al presente. Nel confronto con un Qualcosa (che può essere il Trascendente) ma che può rappresentare, laicamente, il senso più alto della vita, il cammino si fa irto e difficile, compreso com’è della necessità di conciliare gli opposti estremi della disperazione e dell’affidamento cieco ad un senso possibile ma indimostrabile dell’esistenza e delle sue potenzialità, siano esse state espresse o meno. La scelta di agganciare il proprio essere uomo al Trascendente o al Divino si rivela, in tal modo, una scelta e un azzardo che non si saprà mai se sarà coronato da successo.

Così la parte quarta, Locus amoenus, che contiene alcune tra le liriche più ispirate del volume, si concede alla bellezza e alla sua potenza simbolica, facendo di essa la cifra consapevole dell’abbandono al mondo e alla sua se-duzione senza fine. Le parole estratte da un rapporto lancinante e straziato con la forza estetica della natura (gli animali che ritornano nei versi di questo gruppo di liriche quali simboli espressivi di libertà e di in-finitezza raggiunti con la propria naturale capacità di manifestarsi viventi) si concedono alla visione di un mondo in cui la chiusura finale non esclude l’ampiezza di una configurazione del futuro senza la pressione dell’angoscia o la stretta rattrappita della paura di vivere e di amare. Momento di respiro dall’ansia dell’esistenza quotidiana, in questi versi Martino è capace di comunicare una non consueta joie de vivre. Sarà, però, solo una parentesi in un mondo plumbeo di violenza immanente e repentina? Forse ma di certo incalzante, prospettica e ricca di un’intenzionalità riconosciuta salvifica.

Nella quinta parte, Nel tuo aggrovigliato labirinto, l’oscurità del divenire domani si ritrova in un’accorata difesa dell’oggi e dei suoi significati reconditi. L’enigma che essi costituiscono appare racchiuso in un’im-pazienza di vivere che vorrebbe bruciare le tappe e comprendere ciò che un giorno sarà costretto a lasciare, da cui necessariamente dovrà allontanarsi. L’elogio dell’avventura e della ricerca, faustianamente, si congiunge alla volontà singolare di non arrendersi, di non valicare impietosamente le porte della notte senza aver gustato, a sorsi vivi, pieni, incessanti, i cieli azzurri ed esuberanti della vita. Dopo la meditazione sulla morte, di conseguenza, la vita e i suoi ilari drammi sembrano il luogo deputato per la ricerca del significato del Tutto attraverso la poesia.

E, infine, nella Meditatio erotiké che chiude la raccolta, si stringe il nodo fondamentale e inevitabile che contraddistingue i rapporti umani: l’amore, il giovane-vecchio Eros irsuto e inarrivabile, fatto di mancanza e di illusione del pieno, della ricerca di sé attraverso gli oggetti dell’amore e del sesso compreso e goduto che permette di fare da sponda alla comprensione degli altri. La raccolta si chiude su questo passo di marcia inarrestabile – ciò che permette al mondo di essere senza sfiorire e illanguidire senza pietà, ciò che dà a ogni uomo e/o donna il “sogno di una cosa” che forse non si realizzerà mai ma che deve essere sognato accettato inseguito raggiunto sia pure nel delirio dei corpi o nell’eccitazione delle menti…

«Tornate a visitarmi nel mio letto / miei turbamenti della giovinezza / violentemente accesi da una brezza / sarete accolti senza alcun sospetto // La vecchiaia è quel giogo maledetto / che brucia in un’assurda concretezza / il corpo non ha più la sua vaghezza / un racconto soltanto il suo diletto. // Possiamo il nostro specchio lacerare / inseguire quel numero perduto / l’animale accucciato in una selva / possiamo addormentare quella belva / riconquistare un abbandono muto / ma è vietato il ritorno a delirare» (p. 151).

Forse è proprio l’”abbandono muto” che contraddistingue la pur verbalmente ricchissima apostrophé di Salvatore Martino: la sua aspirazione al silenzio si fa strada, si incarna solo mediante il suono delle parole perdute nel deserto del mondo.

“Addormentare la belva” che strappa e tormenta i corpi significa trasformarla in un ospite o in una compagna per la vita delle anime – non è possibile ritrovare la giovinezza attraverso uno scatto superbo della volontà (non è possibile neppure ad Aschenbach in La morte a Venezia se non appunto a prezzo della vita) o l’aspirazione ideale ad un sogno di armonia definitiva, ma si può attingere ad una maturità sofferta e contrastata. Avrà forse “generato… silenzio e clamore” o declinato “sconfitte… ad una ad una” (p. 152) ma è quello che resta di meglio. Men must endure. Ripeness is all (Atto V, scena II) – dice Edgar a Gloucester quando sta per consumarsi lo sbocco tragico della vita di Re Lear. E’ quel che rimane poi, “ogni passione spenta” (Milton),

___________________________

[Quel che resta del verso n.48] [Quel che resta del verso n.50]

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

Annunci