Vincenzo Latronico, “Ginnastica e Rivoluzione”: la rabbia della gioventù e la palingenesi impossibile

di Giovanni Inzerillo

Sento molti dire di aver fatto la rivoluzione. Si ingannano.

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In una Parigi metropolitana e urbana, depauperata del fascino da cartolina e della raffinatezza dei costumi che le si addice, si intrecciano storie di giovani assai diversi tra loro per provenienze e ideali, alcuni animati da un desiderio di riscatto sociale, altri ancora arresisi alla passività di una esistenza ancorata al ricordo e alla satura mediocrità. Ciò che li avvicina è lo stesso tetto della palazzina in cui vivono insieme e sotto cui trascorrono le giornate da emigrati, talvolta banditi ricercati dalla legge.

Sebbene ciascuno porti alle spalle la propria storia, essi insieme costituiscono una “famiglia” vera e propria, un nucleo consolidatosi col tramite di una volontaria, anche se non sempre possibile, solidarietà di azioni e di intenzioni:

«A quei tempi lo stato era debole; la famiglia era forte. Non la famiglia biologica, non la cellula fondamentale del tessuto sociale, non l’unità primaria forse proposta nella natura e perennemente sancita dalla parola di Dio (in quest’ordine); la nostra famiglia (noi) era il complesso dei punti di riferimento che erano sedimentati sino a farsi chiamare scelte, di raccordi emotivi, di amici; la nostra famiglia (noi) quella che ci eravamo costruiti finendo tutti, per caso, a Parigi, era un filtro nei confronti della complessità e dei tempi […]. La famiglia, questo senso di famiglia (noi) era per tutta una generazione di individualisti l’unità minima, compatta, di azione nel mondo. La famiglia eravamo io, Cas, Charles e SS. E (certo) Julie, almeno prima che se ne andasse dando inizio a quest’ultima danza, a questo crollo».

Non è un caso, quindi, che il “crollo” che fa da pretesto alla narrazione degli eventi sia subito motivato dalla privazione di uno degli elementi costitutivi di questa moderna “famiglia”, dalla volontaria -come si scoprirà in seguito- scomparsa di Julie.

E’ una “catastrofe” in verità subito preannunciata e che sembra anche estendersi, al di là del fallimento a cui i protagonisti del romanzo andranno incontro, alle vicende, drammaticamente reali e ancor vive nella memoria specie dei giovani, di quel luglio del 2001 in occasione del G8 a Genova. Il fallimento nel romanzo si traduce infatti come la coatta mancata partecipazione alla grande manifestazione genovese a cui i giovani, durante l’intera settimana in cui cronologicamente si sviluppa la storia e ciascuno a proprio modo, affidano motivi di  rivalsa e di rinnovamento, nell’attesa di una “palingenesi” più volte sospirata ma mai fino in fondo raggiunta.

Già è il “prima”, come accennato, a riportare le tracce, con uno sguardo a posteriori, di una rivoluzione impossibile:

«Eravamo a Parigi già da qualche mese e certo della nostra situazione non saremmo stati in grado di scorgere l’arrivo della catastrofe, quella vera, terribile e ricca di grancassa, il cui esito simbolico per tutti noi sarebbe andato ben oltre il semplice fallimento. No, non potevamo vederla arrivare, ma già da alcuni giorni c’era la chiara sensazione che qualcosa non andava, c’era (appunto) quel fortissimo senso di bizzarro che (ora possiamo dirlo) precede la caduta e lo schianto. Proprio quello.»

D’altronde sembra essere proprio il nuovo millennio, in quanto appena sorto e per questo non ancora contaminato dai fatti della storia, ad infondere nei giovani protagonisti prospettive e speranze di un possibile riscatto, lontano da logiche conformistiche o istituzionalizzate come quelle create dalle famiglie borghesi o dalle moderne Università capaci solo di plasmare, e non stimolare come dovrebbero, menti già rese deboli dalla pigrizia del benessere e dell’assuefazione. Latronico crea magistralmente -esito ancora più apprezzabile data la sua giovane età-  un lucido ritratto dei tempi e delle generazioni a lui più vicine. Eccone alcuni significativi esempi:

«Era il primo anno di un secolo e di un millennio nuovi nuovi, venuti subito dopo il piombo e il conformismo degli scelleratissimi anni novanta: un anno e un millennio che ancora non avevano avuto la possibilità di compromettersi come il precedente con orrori come i campi di concentramento e le logiche non bivalenti, la Confindustria e la svastica, ma forse proprio per questo ci eravamo aspettati grandi cose, e vedendo che non arrivavano non abbiamo fatto altro che spostare il decorrere del millennio un po’ più in là, come con le profezie continuamente riviste per assicurarsi che la fine del mondo venga davvero.»

Ed ancora a proposito delle Università:

«Ci eravamo iscritti per trovare finalmente una sanzione istituzionale o collettiva al nostro bisogno di risposte e alla nostra rabbia, certi che la letteratura fosse il luogo deputato a quelle prospettive e a quegli scassi, solo per ritrovarci in un sistema tanto compromesso con quell’altro, di sistema, da essere ormai incapace di dire ciò che avrebbe dovuto sulle elegie del mercato e del potere economico, e cioè che sono fandonie, o sulla politica, e cioè che è questo ed è anche il resto ed è noi, o sull’amore e sul suo meraviglioso disordine […]. Ci eravamo iscritti a Lettere convinti di impersonare con la nostra decisione il rifiuto dell’ossessione borghese per i titoli di studio, per il signor ingegnere, per l’MBA, e ci siamo trovati di fronte all’ossessione altrettanto borghese (e probabilmente meno affascinante) per il signor filologo, per l’eroe dello stemma codicum, per la vetustà, restando per di più circondati da persone le cui ottime intenzioni erano state intrappolate (come le nostre) in quella stessa dissociazione, e che erano incapaci (come noi) di alzare una flebile vocina di dissenso contro tutto quello che ci circondava perché andava bene a tutti, perché alternative non c’erano e perché, in ultima analisi, ce l’eravamo voluta noi.»

In uno scenario dove aleggia sempre in penombra lo spettro di una rivolta civile, emergono così i lucidi ritratti dei giovani protagonisti. Figli tutti della stessa generazione di disagiati incompresi ma così fortemente antitetici tra loro per tradizioni e stili di vita, riescono a fare di un medesimo ideale il loro punto di forza. Maturano insieme la “rabbia” per il loro tempo, per i poteri non più dispotici ma ipnotici, per i meccanismi di massa capaci di annullare ogni singola volontà:

«E’ una rabbia senza generazione e senza voce, sospinta nelle manifestazioni dalla speranza, a volte poca, di cambiare qualcosa, rincarata dalle frustrazioni di un mondo che non ci restituisce più la nostra immagine, un’immagine di persone; una rabbia sopita, semmai affiancata, ogni tanto, dalla domanda di cosa resta, di tutti i tentativi passati di arginarla, di trovarle un rimedio, uno sbocco. Cosa ne resta? Niente, neppure una reminescenza […]. E a noi non resta altro da fare che vezzeggiarla, la rabbia, nascondendola nella ripetizione e trovandole mille nuovi perché, affogandola in discorsi forse idealistici ma mai irreali, e così ad alta voce speriamo e nei corridoi sotterranei coltiviamo lo sdegno e l’inquietudine, il sommovimento, e in tutto questo aperto sperare e fantasticare se aguzziamo bene lo sguardo vediamo che si avvicina un banco di prova, un riepilogo, una dimostrazione di forza, il preludio, forse, di una cosa che quella sì sarà imprevedibile e barocca, piena di giustizia di piazza e di inutili effetti speciali.»

Ma come più spesso accade nella vita reale i fatti però non aiutano le intenzioni seppur nobili. Forze maggiori, come la legge o un presunto pretesto di giustizia, impediscono tale palingenesi. La “famiglia” va così via via frantumandosi e i giovani, per ragioni più o meno dipendenti dalla loro volontà, si separano con la necessità di percorrere, per scelta o per destino avverso, le loro rispettive strade.

Proprio quando le circostanze si complicano irreversibilmente la voce di SS, di colui in apparenza indifferente a se stesso e al mondo, echeggia con maggiore clamore il suo aspro rimprovero a continuare una rivoluzione necessaria ma T. sarà l’unico a proseguire il suo viaggio da solo e ad agire “senza ragione”.

Romanzo giovanile e di formazione, non c’è dubbio, in cui Latronico ha saputo creare, tramite una scrittura matura e efficacemente polifonica, un brillante ritratto dei paradossi del nostro tempo e degli umori dei giovani che lo vivono attivamente.

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