Le impronte vuote del dolore. Marina Pizzi, “Il solicello del basto”

di Francesco Sasso

Nuova raccolta di Marina Pizzi dal titolo Il solicello del basto (Fermenti 2010). La poesia di Marina Pizzi è polimorfa. Ai nostri occhi, essa si presenta come fitto, intricato reticolo di percorsi che si sviluppano secondo linee talora divergenti e talaltra convergenti. Basta leggere, oltre a quest’ultima raccolta, il pur recente L’inchino del predone (2009). D’altronde constatiamo anche l’inevitabile parzialità e approssimazione di ogni tentativo di ricostruire l’Opera della Pizzi, work in progress disperso in libri e e-book vari. Sembra intanto plausibile riconoscere nell’esperienza poetica della Pizzi la fede nel privilegio etico-conoscitivo e nel carattere di totalità dell’esperienza poetica. La parola poetica di Pizzi si fa atto e rivelazione del disordine invisibile della vita, simbolo del Nulla. Eppure sembra che la parola poetica di Marina Pizzi non riesca a colmare l’abisso che separa la fragilità, la limitatezza della condizione umana dalla Morte. La parola poetica della Pizzi è perdita irreparabile perché di ciò che è stato trattiene unicamente le impronte vuote del dolore.

f.s.

[Marina Pizzi, Il solicello del basto, Fermenti, 2010, pp.51, € 12,00]

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