IL TERZO SGUARDO n.13: Leggere dei libri, visitare delle città, maturare nel tempo. Francesco M. Cataluccio, “Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo”

Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Leggere dei libri, visitare delle città, maturare nel tempo. Francesco M. Cataluccio, Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo, Palermo, Sellerio, 2010


So benissimo che non bisognerebbe mai scriverlo e al massimo si potrebbe dirlo parlandone  agli amici in privato. Il rischio è che Marcel Proust se la prenda e che si rischi un paragone improvvido con il suo avversato bersaglio polemico d’un tempo, Charles Augustin de Sainte-Beuve (al quale l’estensore di queste note assomiglia pure), la cui modalità di funzionamento critico basata sulla conoscenza personale degli autori recensiti e analizzati viene stigmatizzata in un celebre testo (postumo). Per farla breve, anch’io ho conosciuto Francesco M. Cataluccio (la M. centrale è d’obbligo per non confonderlo con suo padre, apprezzato storico contemporaneo che ha insegnato vent’anni a Genova). Presentammo insieme un testo narrativo di Kazimierz Brandys, Lettere alla signora Z., che alla sua pubblicazione in italiano era talmente piaciuto a Sciascia da inserirne un giudizio lusinghiero (“E’ un libro molto bello”) nel bel mezzo della narrazione-investigazione poliziesca di A ciascuno il suo. Quel testo di Brandys costituiva il primo titolo di una ideale “Biblioteca della Noce” pubblicata dall’editore La Vita Felice di Milano per conto e a spese dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia e che io avevo curato in maniera anonima.

Alla presentazione del libro che avvenne a Milano, presso la Libreria Feltrinelli situata al numero 12 di via Alessandro Manzoni, c’eravamo Cataluccio e io. Alla fine della presentazione ricordo che mi chiese un po’ stupito, lui fiorentino DOC, come mai avessi preferito vivere a Prato piuttosto che a Pisa dove insegnavo (“A Pisa ci sono tante biblioteche dove si può studiare” – mi disse) e io gli risposi che talvolta ci sono nella vita cose che sono più importanti delle biblioteche. Allora non usavo ancora la posta elettronica e quello che avrebbe potuto essere uno scambio proficuo ed editorialmente produttivo finì per colpa di questo mio handicap comunicativo.

Leggendo ora il magnifico testo autobiografico di Cataluccio mi sorprendo a pensare a quante cose abbiamo avuto in comune (e non soltanto l’età anagrafica – siamo entrambi della “classe di ferro” del 1955 anche se nessuno di noi due non ha fatto il militare).

Ci sono le città di cui l’autore parla con fervore e passione: Firenze prima di tutto, Praga, Budapest, Parigi, Venezia, New York e soprattutto Dublino.

Ci sono gli autori che ha studiato con altrettanto interesse e altrettanta passione – da Witold Gombrowicz, uno scrittore strano ne magnetico che, nonostante di sforzi di Cataluccio, tuttavia, non ha mai avuto una grande fortuna italiana (nonostante, anzi forse proprio per l’interesse che gli dimostrò Pasolini) al grande teorico del teatro Jan Kott (troppo presto dimenticato nonostante il successo del suo straordinario Shakespeare nostro contemporaneo), da Vaclav Havel, uomo del “teatro dell’assurdo” prestato alla politica “vera” a Gustaw Herling-Grudziński, uno scrittore polacco vissuto a Napoli dove aveva sposato Lidia Croce e che fu l’autore di Un mondo a parte, libro sui gulag staliniani passato inosservato quando uscì presso Laterza nel 1958 (ma non tanto se mio padre che era sì un attento lettore ma non un intellettuale à la page lo comprò e lo conservò nella biblioteca di famiglia).

Ci sono le situazioni in cui Cataluccio si è trovato e la sua ricerca di luoghi e situazioni letterariamente rilevanti che lo hanno spinto a viaggiare e a ritrovarsi in situazioni spesso lontane dal puro profilo della letteratura in sé e per sé. Il viaggio in Armenia avvenuto sulle orme del poeta Osip Mandel’stam, vittima della persecuzione staliniana alla fine degli anni Trenta e propiziato dagli stimoli del grande linguista fiorentino (anche se era nato a Ostini) Giovanni Semerano (che anch’io ho conosciuto a suo tempo) ne è un esempio molto significativo. Così come il rapporto con Iosip Brodskij:

«Brodskij ci ha lasciato delle bellissime poesie russe, degli straordinari saggi in inglese, ma soprattutto una grande lezione sul valore salvifico della letteratura: “Poiché non sono molte le cose in cui riporre le nostre speranze di un mondo migliore, poiché tutto il resto sembra condannato a fallire in un modo o nell’altro, dobbiamo pur sempre ritenere che la letteratura sia l’unica forma di assicurazione morale di cui una società può disporre; che essa sia l’antidoto permanente alla legge della giungla…”. Certo, queste parole possono suonare stonate in un mondo in cui l’unica letteratura ormai riconosciuta è quella che sbaraglia le classifiche e distrae i lettori e la poesia è spesso un bla bla narcisistico. Ma Brodskij sentiva di appartenere ad una comunità di scrittori che dialogano senza confini col passato, che sentono il dovere di confrontarsi con le “questioni supreme”: “Mi piacciono gli autori che godono di un forte appetito metafisico: Donne, Marvell, Miłosz, Kavafis…”. Nel Discorso di accettazione per il Premio Nobel (1987) disse candidamente: “Un uomo che legge poesia si fa sconfiggere meno facilmente di uno che non la legge”» (pp. 238-239).

E’ quello che pensa, in fondo, anche Cataluccio – che la poesia sia la forma più autorevole e più forte di resistenza contro il Potere sia esso politico e sociale che metafisico.

Lo dimostra raccontando i suoi rapporti con poeti di straordinaria capacità di resistenza contro l’oppressione e l’angoscia quali furono Zbiegniew Herbert, l’autore polacco di Rapporto dalla città assediata o Bohumil Hrabal, il grande scrittore (e bevitore di birra) cecoslovacco.

Essi sono un simbolo di ciò che Cataluccio definisce un “Giusto” a partire da una consolidata leggenda ebraico-hassidica che gli fu nota fin dalla prima adolescenza (e che è al centro di uno straordinario romanzo, oggi totalmente dimenticato dai critici, L’ultimo dei Giusti, di André Schwarz-Bart). E’ la storia, in fondo in fondo, di come il mondo regga ancora nonostante il male, la sofferenza, la morte e il dolore degli uomini. Il racconto è opera di nonna Rachele Rapaport, amatissima dal nipote Gabriele che è un compagno di scuola di Cataluccio alla “Scuola-Città Pestalozzi” di piazza Santa Croce a Firenze che entrambi frequentavano:

«Fu nonna Rachele che allora ci raccontò la vera storia dei Giusti: nascosti individui che sono il fondamento del mondo, lo sostengono e lo salvano. Una sorta di “agenti in sonno” di Dio. In ciascuna generazione esisterebbero un certo numero di Giusti pari per dignità ad Abramo, Isacco e Giacobbe. I Giusti spesso sono inconsapevoli di esserlo, oppure se ne stanno nascosti, mascherandosi in tutti i modi (a costo di comportarsi esattamente al contrario di come dovrebbe fare un Giusto: se uno agisce in modo molto malvagio, paradossalmente, potrebbe essere proprio lui il Giusto!). Del resto, un Giusto nascosto muore nel momento in cui viene scoperto. […] Rachele Rapaport era ovviamente convinta che il Messia si sarebbe rivelato soltanto se il nostro mondo si fosse dimostrato degno di lui. Ma le sentii anche spesso dire, e la cosa mi dava i brividi: “la verità è che la morte è il Messia” (lo stesso concetto lo lessi molti anni dopo nel finale de La famiglia Moskat di Isaac Bashevis Singer, che fu pubblicato nel 1950). Yehoshua’ ben Lewi aveva detto che “se Israele ne fosse stato degno, diciotto Giusti sarebbero vissuti in Terra d’Israele e dodici fuori”.. Anche per nonna Rachele, contrariamente a quanto sostiene la Tradizione, i Giusti erano soltanto 30: una quindicina attorno a Gerusalemme e l’altra nel resto del mondo. Ma, forse per comodità, continuava a chiamarli “Lamedwownik”, termine che ha a che fare col numero 36» (pp. 14-15).

Forse questi Giusti sono proprio i poeti… Sono quelli che come Herbert o Opsip Mandel’stam o Erofeev o Havel o Stanislaw Jerzy Lec o Bruno Schulz o Brodskij (che ricordo anch’io con commozione quale lucido interlocutore a Firenze sulle sorti della poesia) hanno tenuto in piedi la creazione terrena e gli hanno permesso di resistere ai guasti provocati dagli uomini stessi. Sono loro che tengono testa al male e al dolore grazie alla loro scrittura e alla loro capacità creativa di contrapporsi ad essi. Nel suo andare di là a vedere, allora, Cataluccio ha cercato dove poteva e dove riusciva la presenza dei Giusti trovandoli nei luoghi più strani e meno adatti a contenerli, nelle situazioni meno fortunate e felici, nei momenti più duri e forse più assurdi. Essi saranno stati come il dandy Gombrowicz che ostentava tanta sicurezza quanto, invece, era debole e “senza forma” (l’espressione è dello scrittore stesso), come il poeta Herbert, incerto tra la Polonia e l’Italia, sempre pronto a partire per un luogo che gli sembrasse più adatto a vivere, come l’oscillante romanziere Jerzy Kosinski, autore di un grande romanzo come Presenze (Being there) oggetto d’affezione dei media in vita e vittima del loro abbandono fino al suicidio dopo aver assaporato il trionfo americano, come il regista teatrale praghese Antonio Libera che ha dovuto lottare per mettere in scena L’ultimo nastro di Krapp di Beckett non solo contro la censura dei burocrati filorussi ma anche contro la cronica mancanza di banane in terra cecoslovacca, banane peraltro necessarie per la messinscena della pièce.

Cataluccio mette in scena questo mondo di Giusti spesso ilari, talvolta disperati, sempre consapevoli di essere necessari a tenere in piedi il grande spettacolo del mondo. La sua ricerca, iniziata quando era un ragazzino che viveva di qua d’Arno e si aggirava tra piazza Santa Croce e via di Porta Romana, si può dire conclusa felicemente con le pagine di questo libro.

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