QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.52: Il respiro della poesia. James Cascaito, “Respite”

Il respiro della poesia. James Cascaito, Respite, trad. it., cura e un’ Introduzione (Pensiero poetico e pensiero d’amore. Un Canzoniere moderno) di Giuliana Lucchini, Roma, Lucchini Editore, 2009

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di Giuseppe Panella*

With usura line grows thick, scriveva Ezra Pound nel LXV dei suoi Cantos ed è questa thickness che emerge dal dettato lirico di questo sorprendente poeta italo-americano di Pittsburgh, presto trasmigrato a New York e poi vissuto a lungo a Roma, nella Suburra – come lui stesso scrive in una sua poesia finale. Il suo stile è discreto e raffinatamente pulito, mai enfatico, mai melodrammaticamente inteso a suscitare consensi comuni o a scandalizzare l’eventuale lettore troppo borghese. Sottovoce, con un forte senso dell’understatement, si direbbe, ma senza rinunciare a pensieri intuizioni sentimenti passioni forti. Scrive Giuliana Lucchini nella sua densa Introduzione:

«Incorniciato in tre sezioni ordinate, e descritto in economia di parola, a tutte lettere minuscole, il discorso, spoglio in se stesso senza parere, si articola nell’essenzialità. Veste dimessa della forma, tono franco, lingua diretta, aderente al reale, senza intralci di interpunzione, verità originaria, nessun ornamento, sono le prerogative di questa proposta di poesia. Come in un rito, il pensiero d’amore s’incurva in un filo d’incenso unificante, quasi un “continuum” sacrale a cadenza di poema, senza cedimenti sentimentali. Pure investendosi d’affetti e di passioni in prima persona, il poeta mantiene mente razionale chiara, verso controllato, cauto gestire. Ne consegue uno stile asciutto di scrittura, aspro e scontroso nel suo movimento lessicale, innovativo, nomina cadenze insolite, segnala l’approccio del “moderno”. Il mondo cambia e tutto è in tumulto, arte, espressione, giudizi, valori» (pp. 6-7).

La poesia di Cascaito è ridotta all’osso, certo, e scandita da una precisione lessicale che in massima parte aborrisce dalla retorica ma non rinuncia alla tradizione lirica di riferimento che ritiene congeniale al proprio progetto lirico. I suoi numi tutelari sono i grandi scrittori della tradizione toscana classica (Dante e Petrarca) e del Barocco (Torquato Tasso) e non disdegna neppure degli aperçus nella letteratura del primo Novecento con un esergo abbastanza misterioso che dà il titolo a un testo poetico posto a p. 22, disperato m’ udrai singhiozzar, tratto da Un’idea di Ermes Torranza, un poco noto racconto fantastico di Antonio Fogazzaro in cui viene esplorata la possibilità della sopravvivenza umana nel mondo degli spiriti nel corso di una straziante storia d’amore postuma.

Insieme alla triade Dante Petrarca e Tasso vanno considerati il poeta boemo Rainer Maria Rilke (al quale è dedicato un testo poetico a p. 32) e Fernando Pessoa che è il protagonista, invece, di un sogno dell’autore che è descritto in un’ altra lirica, a p. 64, che reca un esergo dal Tasso (l’arte che tutto fa nulla si scopre, verso quest’ultimo tratto dalla Gerusalemme liberata, canto XVI, ottetto 9).

Se a Rilke era destinato il compito di garantire la verità del mondo a chi potrebbe credere che esso sia solo sfuggente frangersi di colori e di suoni (“il rosso della rosa è vero ed è reale si pensa / con tempo per guardare – il tempo musicale”), Pessoa enuncia una sorta di dichiarazione di poetica che risulterà assai gradita all’autore di questi versi. Vale la pena riprodurla integralmente:

«cassone d’immondizia a lato del volto del mio amante / nella luce grigia della città davanti all’invadenza di tegola della / notte // mio fratello pessoa è venuto a trovarmi in sogno / e io non ero addormentato e gli ho rivolto parola da sveglio / abbiamo parlato del tempo / e dei luoghi dove andare prima di dormire / nel vecchio centro del cuore profondo // viaggia. mi ha detto. impara una nuova lingua / scopri qualsiasi cosa. diventa lirico / muori e ritorna» (p. 65).

Pessoa insegna a Cascaito uno dei progetti lirici del suo eteronimo Alberto Caeiro, il “disimparare a imparare” che permette di conoscere meglio il mondo nel momento in cui ci si toglie i paraocchi formati dalla cultura formale delle Accademie. Il “vecchio centro del cuore profondo” è fatto di semplici gesti e di malcelate volontà e desideri. Viaggiare, andare in nuovi paesi e conoscerli mediante la loro lingua, scrivere poesie che poi saranno abbandonate al loro “lirico” destino, morire come poeta accademico e formale per poi ritornare ad essere se stesso – progetto illune di Pessoa che Cascaito fa suo con l’avvertenza che si tratta di un “sogno da sveglio”.

Petrarca è omaggiato in un progetto di nuova poesia d’amore che ricapitoli il disegno generale della vita di ognuno sulle onde di versi che diano il senso di una possibile prospettiva e punto d’arrivo:

«variazione su un tema di petrarca. Non proprio le stesse le svanite / o-quasi membra di amore / grigie vestigia che ossessionano / alla fine di una strada in lenta ascesa / verso l’anima di un altro poeta / quello che su me pesa leggero / fardello portato-lieto nel cervello / la polpa del quale non sfuma in etere / di sognante sparizione / dal pedaggio del corpo» (p. 59).

La passione d’amore qui si fa poesia e si incarna nel ricordo-anima di un altro poeta (qui Petrarca). Da esso  emerge la capacità di scrivere poesia che non sia solo “etere”, astrazione non concreta,  che “sfuma” ma qualcosa di più concreto che si porta nel corpo. Dall’opera maggiore di Dante poi (in questo caso, Purgatorio, canto III, verso 37) Cascaito riporta un esergo che illumina sulle potenzialità di una poesia d’amore che non sia soltanto lamento per la fine o giubilo per un nuovo inizio:

«state contenti umana gente al quia. Passano gli amori e tornano e si amalgamano / nell’essere di nuovo e insieme si ripetono / così che quel che vediamo / ci aiuta a conoscere meglio il canto dell’occhio / ci rinvigorisce alla lotta tra noi stessi / ci dice chi fummo per un breve tempo soltanto / ma anche allora fortunati fummo, e eterni» (p. 36).

Il quia della vita è, quasi ovviamente, il saldo dell’amore. Ma tutti passano e nessuno resta o meglio tutti restano pur essendo passati e non più ripetuti allo stesso modo dei precedenti. Lo eye-song si consacra interprete dei rapporti tra il passato e il presente e il futuro che continuamente si allontanano e poi ritornano con la passione che non si acquieta ma anzi anela a nuovi amori. Ogni amore è eterno, confitto com’è tra vita e morte o tra ciò che sarà e quello che è stato. Nel momento in cui esso è vivente e dura nel tempo, è sogno presente e fortunata sovrapposizione di corpi e anime che si aggiungono le une alle altre in una continuità esistenziale che tutto riscatta e tutto consacra a se stesso.

L’idea dell’amore come progetto esistenziale costante e non eliminabile o coercibile è presente in tutto questo libro ultimo di Cascaito. Se non tutte le sue liriche sono poesie d’amore presente, tutto il testo si affaccia al mondo con l’intenzione estrema di cantare le possibilità dell’amore come stato eterno ed eternamente presente.

«quando io sono incline a ponderare l’arte laureata / a cantare a me stesso versi ripuliti e tagliati / al piacere della storia il mio capo s’abbassa / in segno di disperazione per malattia d’abilità // ma se la visione del motivo l’occhio dell’anima vede / tutto è meraviglia allora quest’è l’unica poesia / giace il mio valore nel pensiero di te» (p. 71).

Si tratta di una significativa dichiarazione di poetica, ricca e, nello stesso tempo, semplicemente declinata. Per Cascaito, l’ ars poetica non è solo dimostrazione di abilità (che ne è anzi la “malattia”) quanto disposizione profonda a vedere con “l’occhio dell’anima”. Il mondo, in quest’ottica, allora, si rivela e risulta fatto di meraviglie che l’arte troppo lambiccata o puramente formale dell’accademia lirica disconosce o impedisce. Scrivere è, in questa lucida prospettiva disperata, l’unico modo per poter manifestare se stesso e il proprio amore per il mondo. Come nel Walt Whitman di Song of myself o la Dickinson delle poesie più intime e, proprio per questo, più aperte al mondo della realtà, in Cascaito capacità di cantare e volontà di scrivere coincidono e si rastremano nell’aspirazione a una totalità d’amore. In questo modo, tradizione italiana (ed europea) e innovazione americana si ritrovano e si ricongiungono in una volontà inesausta di raccordarsi e di declinare la prospettiva non transitoria della poesia come forma di conoscenza e d’amore.

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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