STORIA CONTEMPORANEA n.56: Viaggio al termine dell’oblio. Marina Alberghini, “Louis-Ferdinand Céline gatto randagio”

Viaggio al termine dell’oblio. Marina Alberghini, Louis-Ferdinand Céline gatto randagio, Milano, Mursia, 2009

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di Giuseppe Panella*

Le biografie del dottor Destouches-Céline sono di solito, et pour cause, molto voluminose (ne fa fede la vita in tre grossi volumi pubblicata dalla casa editrice Mercure de France con il semplice titolo di Céline e redatta da François Gibault, l’avvocato ammiratore dello scrittore francese che l’ha raccontata dettagliatamente). D’altronde, sull’autore del Voyage au bout de la nuit c’è ancora, sempre, comunque, molto da dire. La sua vita e la sua opera sono temi sterminati e difficili da riassumere.

Non è facile provarsi, allora, a sintetizzare un libro colossale come questo di Marina Alberghini. Forte delle sue millecentocinquantacinque pagine, esso non percorre soltanto la vita complessa e ricchissima di avvenimenti anche spettacolari di Louis-Ferdinand Destouches meglio noto con lo pseudonimo di Céline (dal nome della sua amatissima nonna paterna) ma ricapitola le vicende storiche di un mondo, quello che segue alla fine della Belle Époque europea per attraversare sanguinosamente le due grandi guerre mondiali del secolo e una parte dell’affannoso dopoguerra che seguirà sotto il segno della Cold War variamente combattuta tra gli Stati Uniti d’America e l’URSS allora comunista.

Di conseguenza, i diversi capitoli collegati tra di loro che si occupano delle vicende biografiche dello scrittore di Courbevoie non trattano (e d’altronde come potrebbero?) soltanto delle sue vicende personali, anche se ad esse è dedicato gran parte dello spazio di questo libro.

Su Céline, in vita e in morte, è stato detto tutto e il contrario di tutto. La pubblicazione del Voyage, epopea tragica tra le trincee della Prima Guerra Mondiale, l’inferno colonialista del Congo, l’America delle office Ford e dei “tempi moderni” e la Parigi delle banlieues più feroce e disperata,

aveva fatto pensare ai suoi  lettori che presto l’autore sarebbe transitato nel campo socialista (se lo augurava anche Claude Lévi-Strauss che lo aveva recensito entusiasticamente in un articolo apparso proprio nel 1933, nel numero 8 di L’Étudiant socialiste (anno 4, alle pp. 13-14 – forse il suo primo testo a stampa in ambito francese). Dall’entusiasmo per il Céline possibile socialista e feroce critico della società borghese si passerà, tuttavia, ben presto, in particolare dopo la pubblicazione dello scritto antisemita Bagatelles pour un massacre del 1937 (che Marina Alberghini preferisce definire “poema” sulla scia di una dichiarazione al riguardo dello stesso Céline) alla messa al bando e all’ostracismo più totale nei confronti dello scrittore. Tra il Voyage, in realtà, e il pamphlet contro la finanza ebraica accusata di voler condurre la Francia ad una nuova catastrofe bellica, c’era stato l’episodio del “ritorno dall’Urss” del dottor Destouches. In Mea culpa del 1937, un breve scritto violentissimo ed esuberante contro Stalin e le pessime condizioni di vita del proletariato sovietico, Céline aveva affermato con decisione mista a indignazione e rabbia straziata:

«Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. E’ questo lo schifo del sistema. Ah! L’hanno sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue stronzate, le sue furbizie, tutte le sue puttanate pubblicitarie! La sanno vender bene la loro robaccia! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio! … Guardateli, i nuovi apostoli… Tutti pancia e spocchia!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero bottino! Era tutta qui, dunque, la gran contesa! Dietro le quinte hanno preparato nuove scene… Neo-capoccia, neo-Cremlino, neo-sgualdrine, neo-lenin, neo-gesù! All’inizio eran sinceri! … Adesso, hanno capito tutti quanti! (Quelli che non capiscono: al muro). Non sono mica cattivi, ma sottomessi! … Non fossero loro, sarebbero degli altri… L’esperienza gli è servita… Stanno sulle difensive come non mai… L’anima, adesso, è la “tessera”… Perduta! Volatilizzata!… Le conoscono bene, loro, tutte le manie, tutte le debolezze del perfido Prolò… Che si sfianchi! Che sfili! Che soffra!  Che faccia il duro! … la spia!… E’ la sua natura!… Non può farci niente!… Il proletario? In cella! Leggi il mio giornale! Leggi i miei sproloqui, precisamente quelli! Quelli e non altri! Ficca i denti nell’osso dei miei discorsi! E soprattutto non t’allontanare d’un passo, carogna! O ti taglio la testa! Non merita che questo, niente di diverso!… La gabbia!… Se uno va a chiamare i poliziotti, sa bene cosa l’aspetta!» (Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa – La bella rogna, trad. itt. di Giovanni Raboni e Daniele Gorret, con un saggio, Nausea di Céline, di Jean-Pierre Richard, Milano, Guanda, 1982, p. 33).

Non si sarebbe potuti essere più netti di così, nella furia della polemica (la somiglianza con quelle che saranno le profezie di Orwell contenute in 1984 non potrebbero essere più inquietanti). Ma è fino allo scoppio della guerra che i più autorevoli esponenti della cultura letteraria gauchiste in Francia non perdono le speranze. Jean-Paul Sartre apporrà come epigrafe al suo romanzo certamente più famoso, La Nausée, proprio una frase tratta dal Voyage: “E’ un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo” inscrivendo il suo Antoine Roquentin nell’albo dei seguaci rabbiosi ed esasperati del Bardamu céliniano. D’altronde, nel corso delle successive stesure di quest’opera che in un primo tempo doveva intitolarsi Melancholia dal titolo della celebre serie di gravures di Dürer, l’impatto della lettura del Voyage era stato enorme fino a prefigurare quasi una sorta di mimesi letteraria poi rimossa dal testo per effetto delle critiche dei lettori di Gallimard che la pubblicò nel 1938 nella versione definitiva (sulla storia delle filiazioni letterari del romanzo sartiano e dell’ammirazione del primo Sartre per Céline, cfr. Sandra Teroni, L’idea e la forma. L’approdo di Sartre alla scrittura letteraria, Venezia, Marsilio, 1988).

Il rifiuto di Céline di prendere posizione a sinistra come peraltro a destra (e lo dimostrano alcuni passi contro Hitler e la Germania nazista presenti in L’École des cadavres del 1938 e in Les Beaux Draps, La bella rogna, del 1941) comporterà per lui mettersi in una posizione difficile e sempre più tale nel corso della guerra. Nonostante non lo fosse, il “collaborazionismo” dello scrittore diventerà una delle “leggende nere” più difficili da smantellare del dopoguerra letterario-politico europeo.

Se in Italia sia il Voyage che le stesse Bagatelles erano state tradotte immediatamente (sia pure in una versione, quella di Alex Alexis, pseudonimo del dannunziano Luigi Alessio di Caramagna di Cuneo, edulcorata e priva dei termini sessualmente più crudi e escatologici presenti nell’originale), nel dopoguerra di Céline si perderanno le tracce fino alle benemerite traduzioni di Giorgio Caproni per Morte a credito (Milano, Garzanti, 1964), di Ginevra Bompiani per Rigodon (Milano, Bompiani, 1970) e di Gianni Celati (e Lino Gabellone) per i Colloqui con il professor Y e Guignol’s Band II ribattezzato malamente Il Ponte di Londra (Torino, Einaudi, 1971). Solo molto più avanti nel tempo gli altri due volumi della Trilogia (D’un chateau à l’autre, Nord), Guignol’s Band e le due Féerie pour une autre fois vedranno la luce nella traduzione di Giuseppe Guglielmi (alle quali certo si potranno rimproverare molte inesattezze e spesso arbitrî linguistici ma che hanno avuto il merito di proporsi come prima introduzione alla complessità della scrittura céliniana a chi, come me, vi si accostava negli anni Settanta e Ottanta).

Ma l’interesse di questa biografia di Marina Alberghino non è certamente solo nella ricostruzione di un clima e delle sue polemiche infuocate e pericolose per chi vi si lanciava.

La storia di Louis-Ferdinand Céline è, nell’insieme, unica e irripetibile, nel bene e nel male. Eppure come lui, alcuni altri pochi intellettuali di quell’epoca cercarono una soluzione possibile alla necessità di farsi assorbire dagli schieramenti in lotta e cercare una via propria lungo il cammino comune della Storia in delirio. Come Céline, il norvegese Knut Hamsun, nietzscheano e aristocratico populista, patirà la prigione per essere stato un collaborazionista legato all’ideologia razzista dei nazisti hitleriani (tanto ne era convinto da andarsi a sedere clamorosamente su una panchina riservata ai “soli ebrei” e farvisi polemicamente fotografare). Come Céline che, però, non lo amava non essendone riamato, Ernst Jünger scriverà opere antihitleriane come Sulle sciogliere di marmo e successivamente l’utopia di Eumeswil, rischiando la pelle all’epoca della congiura dei militari del 1944 culminata nell’ Unternehmen Walküre e l’attentato di von Stauffenberg al Nido dell’Aquila dove risiedeva il Führer. Allo stesso modo, il più fatuo Curzio Malaparte, fascista della prima ora, si vedrà bandito dalla corte di Mussolini e mandato al confino a Lipari nel 1934 per effetto della sua amicizia con Piero Gobetti e la redazione di un romanzo à clef, Don Camaleo & Co, violentemente satirico nei confronti del Fascio). Di questi scrittori impossibili da classificare con le etichette tradizionali di progressisti e reazionari, si suole dire che furono degli “anarchici conservatori”. Forse la definizione non si attaglia del tutto a Céline che fu sempre contro tutto e tutti, con una furia iconoclastica che, alla fine, finiva per rivolgersi contro lui stesso. Ma tra gli anarchici si può dire che fu certamente anche se non condivideva certo la fiducia spesso un po’ balbettante e cieca di questi ultimi nella bontà umana. Per lo scrittore di Courbevoie la “malattia chiamata uomo” era la causa di tutto quello che di male avveniva sulla Terra. Il suo radicale disprezzo per le ipocrisie e le meschinità umane era radicale, totale, inesorabile. Allo stesso modo, il suo amore per gli animali che gli furono compagni di odissea nelle sue vicissitudini umane, in primis, l’amato gatto Bébert che viaggiò con lui e la moglie Lucette Almanzor attraverso l’orrore e le tempeste di fuoco della fase finale del secondo conflitto mondiale.

Questo libro(ne), che però si legge come un romanzo (e, in realtà, lo è) parla molto a lungo di questo – degli animali (i cani, i gatti, il pappagallino Toto, la coppia di ricci di Meudon) che furono interlocutori privilegiati di Céline, dei suoi rapporti tempestosi e spesso cinici e brutali con le molte donne della sua vita fino all’approdo finale del terzo matrimonio con la ballerina Lucette, della sua divorante volontà di scrivere e di continuare a farlo, anche nell’esilio tedesco a Sigmaringen, nella prigione danese di Copenaghen, nell’ hortus conclusus di Meudon dopo l’amnistia del 1951.

Descrive con chiarezza e pathos le contraddizioni di un uomo che è stato uno dei protagonisti assoluti della scena letteraria del Novecento e non indietreggia di fronte al racconto dei suoi errori, delle sue rabbie, delle sue scelte di vita talvolta infelici (come nel caso dell’amicizia fraterna, poi non certo ricambiata, del pittore Gen Paul).

In sostanza, un libro ricco d’amore e di comprensione per il suo protagonista che, però, nonostante questa sua entusiastica adesione, non tradisce l’omaggio alla verità (per quanto questo sia possibile ancora oggi) e schizza nelle sue pagine un “ritratto in piedi” di uno dei grandi protagonisti del Novecento non solo letterario.

Con questo libro, Cèline conclude finalmente il suo viaggio al termine dell’oblio.

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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