UN NOBEL PER TUTTE LE STAGIONI. Vargas Llosa e la passione per la scrittura

«Le seul moyen de supporter l’existence, c’èst de s’étourdir dans la littérature comme dans une orgie perpétuelle»

(Gustave Flaubert, lettera del 4 settembre 1858 a Mademoiselle Leroyer de Chantepie)

 

 

di Giuseppe Panella

_____________________________

1. La vocazione del narratore

In un piccolo libro del 1997 il cui titolo fa il verso a quello, certo più celebre, di Rainer  Maria Rilke, Lettere a un aspirante romanziere, Mario Vargas Llosa, oggi fresco Nobel per la Letteratura, si concedeva delle affermazioni abbastanza provocatorie e, nello stesso tempo, non prive di buon senso psicologico riguardo la natura della scrittura letteraria. Al suo interlocutore fittizio che gli chiedeva consigli su come scrivere buoni romanzi, lo scrittore di Arequipa rispondeva con una certa baldanza:

«Quale origine ha quella disposizione precoce a inventare esseri e storie che è il punto di partenza della vocazione di scrittore? Credo che la risposta sia: la ribellione. Sono convinto che chi si abbandona a elucubrare vite diverse da quella che vive nella realtà manifesta in questo modo indiretto il suo rifiuto e la sua critica della vita quale è, del mondo reale, e il suo desiderio di sostituirli con quelli che fabbrica con l’immaginazione e con i desideri. Perché mai dovrebbe dedicare il proprio tempo a qualcosa di così evanescente e chimerico – la creazione di realtà fittizie – una persona intimamente soddisfatta della realtà reale, della vita così come la vive? Ebbene: chi si ribella contro questa vita servendosi dell’espediente di creare un’altra vita e altre persone può farlo spinto da innumerevoli ragioni. Altruistiche o ignobili, generose o meschine, complesse o banali. L’indole di questa radicale messa in discussione della realtà reale che, secondo la mia opinione, si ritrova al fondo di ogni vocazione di scrittore di storie, non ha nessuna importanza. Quel che conta è che quel rifiuto sia tanto radicale da alimentare l’entusiasmo per quella operazione – donchisciottesca quanto scagliarsi lancia in resta all’assalto di mulini a vento – che consiste nel sostituire illusoriamente il mondo concreto e oggettivo della vita vissuta con quello sottile ed effimero della finzione uale origine ha quella disposizione precoce a inventare esseri e storie che è il punto di partenza Quale » (M. VARGAS LLOSA, Lettere a un aspirante romanziere, trad. it. di G. Felici, Torino, Einaudi, 1998, pp. 6-7).

Non so se questa sia stata la stessa spinta a scrivere (e a godere – direbbe Lacan – della sua scrittura) che ha permesso a Vargas Lllosa di produrre tanti romanzi e testi letterari nel corso di una carriera iniziata nel 1959 con la raccolta di racconto Los Jefes (tradotta solo nel 1978 in Italia dagli Editori Riuniti di Roma come I capi, storie di ordinaria emarginazione e angosce quotidiane nelle periferie di Lima). In quella raccolta, il romanzo breve I cuccioli, racconto dell’emarginazione di un ragazzo evirato da piccolo dai morsi di un cane da guardia inferocito, anticipava i temi di molta della sua narrativa successiva. In realtà, Vargas Llosa ha alternato romanzi di un severo cupo e straordinario realismo come La città e i cani del 1962 (di cui mi preme ricordare anche il bel film che ne fu tratto, La ciudad y los perros del 1985 per la regia di Francisco J. Lombardi) a storie di umorismo sottile ancorché tragico come Pantaléon e le visitatrici del 1977 (da cui lo stesso Lombardi ha ricavato un film straordinariamente ilare nella sua ferocia proprio nel 1999). Il suo libro più impegnativo sotto il profilo sperimentale, per l’ampiezza del progetto e per la stratificazione del tempo narrativo (situato su tre piani che vanno dal piano della Storia a quello delle vicende individuali del Narratore fino alle confessioni intime riguardo l’omosessualità mai confessata del padre del protagonista) è certamente Conversazione nella Cattedrale (che è un locale dove si beve, non un luogo di culto!) che viene pubblicato nel 1969. Ma non si può neppure dimenticare la Storia di Mayta (1984) con i suoi colpi di scena e lo spiazzamento indotto nel lettore dalle modificazione interne al personaggio principale la cui vita e soprattutto l’identità passa da una prospettiva all’altra come in un sogno o in un film di David Lynch. Così come pure non si può trascurare Il narratore ambulante del 1986, romanzo delle radici e dell’immersione nella cultura india da parte di un personaggio, Mascarita, che assomiglia così tanto al suo creatore da costringerlo a indossare una maschera (e mascarita non è che la mascherina dei tangos della tradizione latino-americana). Questa passione per i piani multipli nel romanzo sarà teorizzata proprio nelle Lettere… da cui si è citato prima con espressioni che riassumono la tecnica stessa utilizzata dallo scrittore peruviano e che possono essere applicate alla sua opera stessa:

«Credo di indovinare la sua prima obiezione. – Se, per quanto riguarda lo spazio, è facile determinare le tre uniche possibilità di questo punto di vista – narratore all’interno del narrato, fuori di esso o incerto – , e altrettanto vale per il tempo – dati i confini convenzionali di ogni cronologia: presente, passato e futuro – , non ci troviamo, per quanto riguarda la realtà, di fronte a un infinito incontenibile? – Senza dubbio. Da un punto di vista teorico, la realtà si può dividere e suddividere in una moltitudine incommensurabile di piani e, appunto, dare luogo nella realtà romanzesca a infiniti punti di vista. Ma, caro amico, non si lasci travolgere da questa ipotesi vertiginosa. Fortunatamente, quando passiamo dalla teoria alla pratica (ecco due piani di realtà ben differenziati) verifichiamo che, a ben guardare, la finzione si muove soltanto all’interno di un numero limitato di livelli di realtà e che, di conseguenza, senza pretendere di esaurirli tutti, possiamo giungere fino a riconoscere i casi più frequenti di questo punto di vista (neppure a me piace questa formula, ma non ne ho trovata una migliore) del livello di realtà» (M. VARGAS LLOSA, Lettere a un aspirante romanziere cit. , pp. 64-65).

2. L’orgia perpetua

Ma, se il disegno narrativo cui le opere di Vargas Llosa si ispirano (come si è visto), si fonda sull’accorta e talvolta straordinaria manipolazione degli stilemi e delle tecniche invalse nei romanzi più celebrati e imitati del Novecento, quello che mi sembra interessante è il suo concetto stesso di letteratura.

Ricordo che durante una presentazione comune a un libro che trattava di storie di viaggio per il mondo e quindi anche in America Latina, lo stimato (e prestigioso) professore ordinario di Letteratura Latinoamericana a Siena, Antonio Melis, parlo incidentalmente di Vargas Lllosa dicendo che era passato dall’essere “uno scrittore di estrema sinistra” al diventare “uno scrittore di estrema destra”. Il riferimento era ovviamente al tentativo di diventare presidente del Perù avvenuto nel 1990 in contrapposizione ad Alberto Fujimori (che poi vinse) e alla sua condanna severa dei tentativi insurrezionali dei gruppi marxisti-leninisti della guerriglia peruviana, in particolare all’epopea tragica di Sendero Luminoso di ispirazione marcatamente maoista. (ricordo su “Repubblica” un suo articolo molto critico nei confronti del tentativo di sequestro dei membri dell’ambasciata giapponese da parte del Mrta del 18 dicembre 1996 finito poi tragicamente nel sangue con la morte di tutti i sequestratori dopo molti giorni di inutili trattative – questo episodio ispirerà un testo narrativo di Gabriel Garcia Marquez dal titolo di Notizia di un sequestro, trad. it. di A, Morino, Milano, Mondadori, 1998 ma il tema doveva essergli già caro e presente dato nel 1984 aveva già scritto una sceneggiatura dal titolo Il sequestro ispirata però a un episodio della lotta sandinista nel Nicaragua del dittatore Somoza). Il fatto è però che l’ideologia politica è il settore di meno consono alla scrittura e al modo di pensare di Vargas Llosa cui interessava da sempre e interessa tuttora solo la letteratura. In uno dei suoi libri più belli, L’orgia perpetua. Flaubert e Madame Bovary del 1976 – un saggio ormai introvabile in traduzione italiana!), la letteratura appare come l’unico strumento di salvezza per chi trova la vita vissuta incapace di dare soddisfazione e impulso alla propria fame di creatività e di gloria. Esaminando le vicende biografiche di Flaubert e andando ben oltre l’analisi del vissuto presente in L’idiota della famiglia, la colossale e incompiuta biografia del pur amatissimo Sartre, Vargas Llosa ritrova nella sua idea della letteratura come prospettiva totalizzante per ogni scrittore che voglia dirsi tale:

«Da una vocazione fondata sul rifiuto furibondo degli uomini poteva nascere una letteratura in cui la parola non fosse luogo di incontro, bensì scudo, frontiera, tomba, prova dell’impossibilità di conciliare arte e dialogo nella nuova società accalcata. E tuttavia, no, Flaubert non fu il sotterratore geniale del romanzo. Il suo pessimismo non si tradusse in una letteratura del silenzio, in un virtuosismo solipsista, in un aristocratico gioco linguistico di regole vietate all’ingerenza pubblica. Dal suo mondo a parte, Flaubert, mediante la letteratura, intavolò un’attività polemica con quel mondo odiato, fece del romanzo uno strumento di partecipazione negativa alla vita» (M. VARGAS LLOSA, L’orgia perpetua. Flaubert e Madame Bovary, trad. it. di A. Morino, Milano, Rizzoli, 1986, p. 253).

Ecco – questa partecipazione attiva con il distacco del narratore che rifugge da un impegno che potrebbe essergli fatale che contraddistingue Flaubert vale anche per uno scrittore come Vargas Llosa, rinchiuso nel suo labirinto di storie da cui è ben felice di non poter uscire.

_____________________________

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

Annunci