QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.54: Il muro del silenzio. Mariagrazia Carraroli, “N.O.F. 4. Centottandue metri di follia”

Il muro del silenzio. Mariagrazia Carraroli, N.O.F. 4. Centottandue metri di follia. Azione teatrale tratta dalla vita vissuta di Nannetti Oreste Fernando, prefazione di Davide Rondoni, immagini di Luciano Ricci, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, 2010

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di Giuseppe Panella*

Oreste Fernando Nannetti si firmava N. O. F. 4 (il 4 sta per quarto padiglione del Manicomio di Volterra). Quest’uomo, un elettricista di Roma probabilmente rinchiuso nel Manicomio criminale volterrano per effetto di una denuncia effettuata per vendetta da qualche fascista suo nemico, ha trascorso tutta la sua vita adulta dal 1943 fino alla morte avvenuta in quello stesso luogo il 24 gennaio 1994 nel Manicomio comune: nessuno volle più occuparsi di lui dopo l’arresto e la detenzione e la casa di cura divenne l’unico luogo nel quale poter trascorrere la propria esistenza. Durante tutti quegli anni, N. O. F. 4 incise l’intonaco del cortile del suo reparto scavandolo con la fibbia del suo panciotto d’ordinanza. Tutto questo per sedici anni senza fermarsi mai. Il risultato del suo impegno artistico fu un graffito unico, lungo centottantasue metri e alto un metro e sessanta, in cui risultano mescolati disegni e parole e narrazioni della sua vita, delle sue proiezioni oniriche, della sua visione del mondo. Il muro graffito è attualmente in disfacimento ma della sua forza espressiva sono testimonianza le foto dell’intera sequenza conservate nel Musée de la Collection de l’Art Brut di Losanna. Ha scritto Davide Rondoni nella sua breve quanto efficace Prefazione (La giustizia della poesia) al testo teatrale della Carraroli che:

«E’ una faccenda inenarrabile. E’ una faccenda che nasce da parole graffite su un muro e ci arriva, in questo libro vivace e dolente, senza perdere la sua grandezza, quasi di brutale immensità, di dolcissima immensità. In un’epoca in cui troppo spesso l’arte gironzola dalle parti della follia con una specie di gusto dolciastro, di vampiresca o morbosa voglia di meraviglia, la parola di questo libro, che cresce dalle parole graffite sul muro del manicomio da un uomo sfortunato, risulta infine l’unica munita di possibile giustizia: quella della testimonianza. La vitalità dell’opera teatrale e poetica di Mariagrazia Carraroli sta nella incandescente materia del racconto, e nello speciale rispetto con cui ad essa si avvicina la voce dell’autrice, franta in quella di più figure, e comunque composta, attenta sempre più al testimoniare che all’esibirsi. C’è qui un atto di giustizia, dunque, se questo vocabolo ha un senso accostato a vicende tutte traversate da una luce che le smaglia, le fa fuggire a ogni definizione ma anche a ogni lamento che presuma di contenerle. La giustizia della poesia, che è la giustizia della testimonianza. Del dare voce a un dono arrivato, quando anche il dono ha la dura infelice sembianza di una storia di ordinaria e straordinaria follia. Come se la mano della poetessa volesse infine affiancarsi a quella che, visitata da simile insania, pose al termine del muro tutto inciso con la fibbia del panciotto dal Nannetti la parola tutta sgrammaticata ed esatta di “Mese ricodia”» (p. 5).

Il testo teatrale di Mariagrazia Carraroli ricorda tutto questo: la vita nel padiglione numero 4 del Ferri di Volterra, la mente incessantemente rivolta verso il mondo delle stelle di Nannetti, i suoi desideri, i suoi sogni, le sue aspirazioni di vita. I personaggi sono cori (come nella tragedia greca): le infermiere, i malati, N. O. F. 4 stesso. Un uomo negletto dalla sua famiglia, figlio di N. N. e rifiutato dalla sua stessa madre che non l’avrebbe voluto, senza parenti conosciuti, un esiliato all’interno di una società che non lo riconosceva (nonostante fosse stato – pare – un bravo elettricista e avesse una vasta, certo disordinata, cultura generale). Il suo sogno era andare alla conquista dello spazio e trasformarsi in un uomo di scienza, in un “astronautico scienziato” capace di congiungersi telepaticamente agli altri uomini, capace di vedere e di scoprire mondi nuovi e terre nuove. Nannetti non sapeva dove andare se non nello spazio profondo, in ciò simile al “vagabondo delle stelle” protagonista di uno straordinario romanzo di Jack London, The Star Rover del 1915, il cui protagonista, rinchiuso in un carcere da cui sapeva di non poter evadere mai più, ogni notte si slanciava verso il mondo dello spazio e della storia passata per sfuggire al tormento inflittogli dall’essere ristretto all’interno di una camicia di forza che avrebbe dovuto fiaccarne la volontà di resistere. Anche Nannetti vuole evadere dalla dimensione di isolamenti in cui vive e dice:

«N. O. F. 4. Mi hanno regalato una conchiglia / e sento il parlar fondo / del mio mare / l’acqua salsa che non ho mai assaggiato / le maree / che non m’hanno mai bagnato. // E calo dove Nemo non è andato / e sono il Capitano dell’abisso / che balla con la piovra / e che non teme / la spada acuminata di quel pesce. // Ci gioco di stocco e di fioretto / sul prato spettinato delle alghe. // Mi hanno regalato una conchiglia / e sento la voce del mio mare / e vedo capovolta l’astronave / che solca lo spazio di N. O. F. 4. // M’ immergo nel cielo rovesciato / ch’è grande e ha le stelle nel fondale / creature che il mio occhio può vedere / ma accecano gli sguardi sanitari. // Mi hanno regalato una conchiglia / ha fonda la voce del mio mare / mi parla che nessuno può sentire / e la graffio sul muro a ricordare» (p. 31).

Capitano Nemo alla rovescia, N. O. F. 4 si sprofonda nell’abisso della sua mente sensibile e complessa, malata e integra al tempo stesso, per cercare la verità che non trova nella vita che trascorre nel perimetro del cortile del suo padiglione. La voce della Carraroli, però, non si alza fino a mimare il diapason della follia, ma è tenera, parca, urbanamente intesa a chiarire, a spiegare, a raccontare. Nannetti cerca rifugio nella sua ricerca e non disturba il quieto volgersi e rivolgersi della vita del manicomio. Non dà noia, non alza la voce, non insiste: scrive decora scava graffia traduce in segni i simboli che la sua mente agita e converte in misteriose leggi di funzionamento dell’universo, in progetti di colonizzazione dello spazio, in aspirazioni a partire verso di esso.

«Infermiere. Stava isolato, il Nannetti, sempre solo / zitto e con tutti diffidente. / Con me che m’aveva già incontrato / all’EUR dove un tempo / elettricista aveva lavorato, / scambiava qualche parola / e sul muro lasciava / che guardassi il suo graffito. // Stava sempre lì. / Quello era il suo quaderno privato. / Mica tanto, veramente, così scoperto com’era… / Lo graffiava usando un linguaggio / via via meno leggibile / giorno dopo giorno più cifrato. // Dovevo stare attento che non si facesse male / con fiammiferi o ferri a pezzetti. / Preferiva la fibbia del panciotto in dotazione / per scrivere sul muro quotidiano / dentro il graffio preciso dell’impaginazione. // Non so quante fibbie ha consumato. / Noi si chiudeva un occhio / e si lasciava che cambiasse / spesso l’indumento / ch’era diventato giornaliero strumento / della sua mania. // A scrivere sul muro stava buono. / Secondava la terapia il suo lavoro / che era impegnativo, concentrato. / E il tempo gli passava tra le righe / di quel diario murale / squinternato» (p. 23).

La poesia è la terapia di Nannetti: scrivere giorno dopo giorno il suo pensiero sul muro della Casa manicomiale lo porta a fuggire dall’isolamento morale in cui è stato murale da una famiglia che non esisteva, da una società che non lo voleva, da una dimensione medico-terapeutica che aveva poco da spartire con le sue aspirazioni di “uomo di scienza”. La fibbia scava il muro e lo trasforma in una tela sulla quale intingere e infrangere il dolore e la forza d’anima, la proiezione onirica e la consapevolezza dell’irrealtà del tutto. Nessuno lo può capire perché nessuno può vivere le sue esperienze interrabili e supreme: i compagni di sofferenza nel padiglione non capiranno mai il suo piano di conoscenza cosmica, sono solo dei “caconi”, sono “capri da immolare”, sono “morti viventi”. Nannetti Oreste Fernando è pronto a partire verso l’infinito della sua avventura spaziale, si sente un “figlio delle stelle”, un Michel Ardan italiano pronto a emulare il protagonista di Dalla Terra alla Luna di Verne. La poesia di Mariagrazia Carraroli rende conto di questo e di altro ancora – della diversità di un uomo che ha viaggiato autour de son pavillion tutta la sua vita e non si è stancato mai. Chi non lo ha capito merita solo di essere deriso:

«Coro. A savi e benpensanti lo sberleffo / e ben gli sta, // Sberleffo sberla leffo / leffo là» (p. 29).

Ed è giusto così, ovviamente.

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[Quel che resta del verso n.53] [Quel che resta del verso n.55]

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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