IL TERZO SGUARDO n.16: Fenomenologia di un soggetto letterario. Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly, “Il Gran Dandy. Il dandismo e George Brummell”

Fenomenologia di un soggetto letterario. Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly, Il Gran Dandy. Il dandismo e George Brummell, trad. it. e cura di Stefano Lanuzza, Viterbo, Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2010

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di Giuseppe Panella*

Il dandy è una figura eminentemente letteraria. Su questo, i suoi studiosi concordano da sempre. Il “vero” dandysmo è quello letterario – ammonisce Roger Kempf in un suo libro famoso (Dandies – Baudelaire e amici. Il culto della differenza nell’epoca dell’uniforme, trad. it. di R. Mainardi, Milano, Bompiani, 1980). La figura del dandy è la creazione di alcuni poeti e scrittori che si riconoscevano in un determinato modo di intendere la scrittura e la vita letteraria, primo fra tutti Charles Baudelaire. Eppure dandies autentici ce ne sono stati e sono stati loro a ispirare i letterati che si sono addossati il compito di campirne la fenomenologia letteraria. Il modello indubitabile di maestro di dandismo compete sicuramente a George Bryan Brummell, meglio conosciuto allora e adesso come il Beau Brummell, il bello per antonomasia.

Un film (1) diventato cult nel tempo, Beau Brummell di Curtis Bernhardt del 1954, sceneggiatura di Karl Tunberg ispirata a un’omonima pièce di Clay Fitch, gli attribuisce le fattezze maschie e leali dell’americano Stewart Granger e lo trasforma in una sorta di paladino della libertà d’opinione contrapponendolo alla fine al Reggente Principe di Galles poi George IV in veste di re (nel film interpretato da un formidabile Peter Ustinov). Il tutto poi per amore di una donna (nel film si tratta però di Elizabeth Taylor giovane). Per chi frequenta da tempo i dandies letterari e storici la faccenda può risultare del tutto incomprensibile (ma così andavano le cose in quel di Hollywood negli anni Cinquanta). Ma Brummell fu un personaggio reale e capace di improntare di sé un’intera epoca della vita sociale, mondana, culturale e persino politica dell’Europa del suo tempo. Il breve saggio di Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly tradotto ex-novo e curato da Stefano Lanuzza ne è la testimonianza letteraria vivente. Dopo il “bel” Brummell, uno dei primi uomini in Europa a fare bagni frequenti e curare maniacalmente il proprio vestiario e, contemporaneamente, a fulminare i suoi detrattori con battute pungenti destinate a passare alla storia aneddotica, il mondo della cultura non poteva non essere diverso rispetto al passato. I vestiti, il portamento, le buone manieri, il buon gusto diventarono dopo di lui componenti essenziali del bagaglio sociale di ogni gentiluomo che volesse dirsi tale. L’eleganza del dandy, inoltre, non è vistosa né pacchiana – giammai. L’eleganza è frigida (come avrebbe scritto uno che se ne intendeva, Goffredo Parise, anche se si riferiva alla cultura giapponese). Il pregio dell’uomo elegante è quello di essere impeccabile ma passare inosservata proprio perché al posto giusto al momento giusto, con il vestito giusto e i modi adeguati alle situazioni. Inoltre, il dandy è tutt’altro che uno snob e non rientra nelle categorie analizzate finemente da William Makepeace Thackeray in un suo libretto famoso (Il libro degli snob, a cura di M. Porro, Milano, Mursia, 2008). Non si fa notare né segue la moda – in realtà, è lui stesso che la influenza e la costruisce come modello di vita che i suoi seguaci a loro volta adotteranno e diffonderanno. Infine, il dandy non si occupa di politica né di teorie sociali ma è supremamente indifferente alle vicende della Storia. Questo punto che aveva caratterizzato la vita di Brummell in un momento infuocato delle vicende storiche europee come il periodo delle guerre napoleoniche e la Restaurazione, non sarà, però, accolto dai suoi ammiratori letterari. Il dandysmo ambirà a essere (non troppo segretamente, va detto) critico del mondo a lui contemporaneo e si nutrirà dei succhi della cultura tradizionalistica criticamente rivolta contro le idee e i simboli dell’appena trascorsa Rivoluzione francese. Espressione tipica di questa reazione contro la democrazia e il mondo borghese che ne era il paladino sarà l’ammirazione di Baudelaire e di Barbey d’Aurevilly per Joseph de Maistre, l’autore di un celebre libro controrivoluzionario, i dialoghi delle Serate di San Pietroburgo del 1821 (che contiene, ad esempio, un celebre elogio del boia e della sua imprescindibile attività per la felicità del genere umano colpevole a partire dal peccato originale di Adamo ed Eva). Baudelaire dirà che “Edgar Allan Poe e Joseph de Maistre mi hanno insegnato a pensare”; Barbey d’Aurevilly passerà a fondare e a scrivere sulla Revue du Monde Catholique, rivista di ispirazione mistica e fortemente contraria al mito del progresso.

Ma che cosa affascina e interessa di Brummell allo scrittore normanno? La sua capacità di produrre l’imprevisto come elemento che scardina le regole del comportamento sociale e crea un nuovo modo di pensare, influenzando in maniera incredibilmente vasta la società in cui questo si verifica:

«Allora, una delle conseguenze del dandismo, uno dei suoi caratteri principali o, per meglio dire, la sua più generale caratteristica, è di produrre sempre quell’imprevisto che le menti sottoposte al giogo delle regole non possono secondo logica aspettarsi. Anche l’eccentricità, altro frutto della terra inglese, produce l’imprevisto; però, in modo diverso e in una forma sfrenata, selvaggia, cieca. E’ una rivolta individuale contro l’ordine costituito e, talvolta – rasentando la follia –, contro la natura. Invece il dandismo non si cura delle norme, pure rispettandole. Ne soffre e, mentre le subisce, se ne vendica; le invoca e al tempo stesso le sfugge; di volta in volta, le domina e ne viene dominato. Carattere doppio e mutevole! Per giocare a tale gioco bisogna poter disporre di tutti gli artifici che plasmano la grazia così come le gradazioni del prisma, unendosi, formano l’opale. Appunto questo aveva Brummell: possedeva la grazia che solo il cielo può dare e che, spesso, viene falsata dall’ordine sociale. Comunque l’aveva; rispondendo perciò ai capricciosi bisogni d’una società stanca e troppo duramente piegata a rigorose convenzioni. Egli era la prova vivente di questa verità, ossia che agli uomini occorre ripetere costantemente alcune regole. Se si tagliano le ali alla fantasia, esse rispuntano più che doppi» (pp. 38-39).

Brummell, allora, incarna questa grazia e, nonostante non sia un ribelle o un rivoluzionario, propone in maniera non banale di realizzare il trionfo quotidiano della fantasia, l’immaginazione al potere come forma di resistenza contro la banalità imperante. In Brummell resiste l’idea di qualcosa che riscatta l’uomo dalla sua miseria e che gli permette di realizzarsi intimamente: la capacità di rendere la bellezza qualcosa di accessibile e di praticabile con i mezzi a disposizione di ogni essere umano. In realtà, per Brummell come pure per Barbey d’Aurevilly, ciò che è bello coincide con ciò che è interessante e non necessariamente deve risaltare come armonioso o sublime. Il Bello è qualcosa che funziona e si presenta come tale e non deve essere ricercato come fine a stesso. La vita, di conseguenza, deve essere resa esteticamente rilevante a furia di dedicare ad essa quelle attenzioni che di solito si dedicano ad altro (il successo, il lavoro, la politica). Per questo motivo, vivere diventa un momento ogni volta unico e ogni volta diverso. A forza di lavorare solo su se stesso, Brummell riusciva a trasformarsi in un altro:

«Giunse così al culmine dell’arte coniugata con la naturalezza. Solo che i suoi mezzi per far colpo erano di qualità più elevata, ciò che, appunto, fu fin troppo spesso dimenticato. Lo si è visto come un soggetto puramente fisico, mentre, al contrario, il suo genere di bellezza era tutto intellettuale. In realtà, Brummell brillava molto meno per la purezza dei lineamenti che per l’intera fisionomia. Aveva i capelli quasi rossi, come Alfieri, con la linea greca del profilo alterata a causa d’una caduta da cavallo durante una carica. La sua espressione prevaleva sulla bellezza del viso e il suo portamento – la fisionomia del corpo – superava la perfezione formale» (p. 65).

Brummell si auto-costruiva come il personaggio che avrebbe interpretato la storia della sua vita e le alterne vicende che la contrassegnarono, dal trionfo londinese all’esilio di Calais e al declino finale, caratterizzarono una parabola in ogni modo esemplare. Tutti vollero imitare il Beau ma nessuno riuscì mai a farlo nel bene e nel male. In realtà, Barbey d’Aurevilly detta un ritratto mistico del suo dandy di riferimento e ne fa una sorta di eroe dell’Assoluto nella sua capacità di essere autentico e artificiale insieme (quale probabilmente il gentiluomo inglese non fu mai). Nelle sue pagine, l’adesione alle regole che si è autonomamente dato fanno di Brummell un modello insuperabile e inimitabile di vita, un modello che ancora oggi trova entusiastici seguaci e ammiratore.

Merito di Stefano Lanuzza è quello di aver riproposto con freschezza e agilità di traduttore di un testo che ha avuto sì precedente fortuna anche in Italia ma che mancava di un’edizione all’altezza della sua capacità evocativa.

NOTA

(1) Sul mito di Brummell c’erano già stati altri due film, Beau Brummell (1913), film muto di James Young e un omonimo altrettanto muto del 1924, Beau Brummell di Harry Beaumont, ma la consacrazione mitologica avviene con il film di Bernhardt del 1954 che in Italia passò con il titolo – infedele storicamente – di Lord Brummell (il dandy non era nobile!).

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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