La polifonia della poesia e la “resistenza” della verità. A cura di Davide Nota e Fabio Orecchini, “Calpestare l’oblio”

Non è il sonno della ragione che genera mostri,
bensì la razionalità vigile e insonne.
G. Deleuze 

Fine specifico della neolingua […] rendere
impossibile ogni altra forma di pensiero.
G. Orwell

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di Antonino Contiliano

Calpestare l’oblio / Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini, e-book (prima edizione) e Collana Argo (seconda edizione in arrivo per novembre 2010, Ancona).

Nella formazione dell’unità italiana e nel dibattito nato per i suoi assetti istituzionali, la poesia è stata un testimone e un critico sempre scomodo. Vogliamo dire che è stata sempre presente come parola e parte significativa e ineludibile della polis, e che, ora, la pubblicazione (2010) in e-book (prossimamente per i tipi di Nie Wiem, Ancona) dell’antologia poetica “Calpestare l’oblio” / “Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana”, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini, non è solo una conferma, ma un bisogno, una necessità e un impegno improrogabile. Lontano dal pensiero estetico crociano, qui non possiamo però non ricordarne tuttavia la verità, come fa Norberto Bobbio (Dal fascismo alla democrazia, 2008, p. 232), agganciandosi a Eugenio Garin (Gli intellettuali del XX secolo), che una cultura “disimpegnata”, per Croce, ovviamente e giustamente, “sarebbe stata un non senso”.

La cacciata dei poeti dalla città, come desiderava il Platone politico, ha funzionato allora alla rovescia: il demone conflittuale della poesia non ha lasciato alle ortiche il legame della lexis poetica con la praxis socio-politica. Del resto sarebbe impensabile, ed è improponibile, che il pensiero, che legge la realtà prima di tutto nel linguaggio, lasciasse l’azione della parola culturale e/o poetica lontana dagli affari della città per rinchiuderla solo nell’intimità privata dei soggetti, e lasciare la polis agli specialisti del capitale di turno, senza ‘etica’ e capacità di critica dell’economia politica così come dell’economia poetica della poesia dell’io dedito al lirismo depoliticizzato.

Ma ora sospendiamo questo passaggio (di cui innanzi) e torniamo, seppur brevemente, e senza omettere l’accento di polifonia estetico-poetica, a “Calpestare l’oblio”; è, secondo noi, una vera e propria open source free cooperativa dell’eteregoneità e insieme dell’impegno civile della poesia. Di quella poesia, chiamata attorno al bene comune del sapere stesso della poesia, che si sporca le mani con la realtà materiale e storica di questo tempo triste e violento, e senza misure e paragoni si butta nell’agorà pubblica solo con le armi del suo linguaggio “aseico” e della critica del giudizio. L’iniziativa e il progetto dell’antologia non è colpevole della mancanza di un canone di gruppo; già il “noi” del general intellect poetico collettivo che entra in azione in/con “Calpestare l’oblio” è di per sé è una bussola d’orientamento qualificANTE. Semmai, invece, è lodevole per aver fatto della pluralità degli stili e dei linguaggi, propria alla scrittura delle testualità poetica e dei poeti partecipanti come singolarità, la diseguale eguaglianza chiamata a raccolta per riaffermare e difendere il diritto e il valore dell’antagonismo e del conflitto. Il sale, non estraneo alla stessa concezione del liberalismo individuale individualistico, della vita di una comunità di viventi democratici, i quali sono tutt’altro che zombi ammaestrati come vorrebbe la società dello spettacolo e del suo governo imbonitore.

Perché questi “100 poeti” “Calpestare l’oblio” sono lì riuniti e raccolti non solo per l’esercizio della funzione pratica plurale della poesia, ma anche e soprattutto per i valori e la pratica politica della libertà e dell’eguaglianza sociale nell’ottica della democrazia repubblicana sostanziale (il modello che ha voluto sintetizzare nel “comune” dell’idea e della pratica della democrazia effettiva – non una rivoluzione solo promessa e non mantenuta – le idealità politiche delle diverse forze della “resistenza” antifascista di eri e di oggi).

Il bene comune cioè conquistato e lasciatoci dalla lotta antifascista, condiviso e poi sancito dalle parti della “resistenza” nell’accordo scritto che è la Costituzione repubblicana italiana (la Carta programmatica, bisogna non dimenticare, elaborata dialogicamente – etica di una ragione pubblica – dal gruppo dei “settantacinque” – 75 – dell’arco resistenziale), il cui patrimonio oggi è messo alla berlina e in pericolo nel nostro paese, e sotto il patrocinio del regime conservatore e reazionario della destra. Lo strapotere e la cecità della “dittatura dell’ignoranza” che, banda governativa del neoliberismo in carica, e ideologia berlusconiana della mercificazione mondiale (in vigore normativo e prescrittivo plebiscitario e pubblicitario a tutto spiano), stravolge anima e contenuti della stessa Carta costituzionale, oltre che a farsi beffe dell’opposizione e della storia con gli spot del “popolo della libertà” della pulp fiction.

Se dall’illuminismo (per non andare ancora indietro a Dante o alla storia della nascita dei comuni in Italia), le guerre risorgimentali e l’unificazione del XIX secolo, alle crisi, nascita e caduta del fascismo e relativa edificazione repubblicana (XX secolo), la letteratura, l’arte e la poesia non hanno mai cessato di occuparsi (e cosa abbastanza nota per parlarne in queste poche righe) della dimensione civile, sociale e politica del Paese Italia, è quanto mai sintomatico di una volontà culturale e politica reazionaria il fatto che molta parte della stampa governativa, o di molti suoi esponenti, oggi/ora, come riportano le cronache giornalistiche, abbia reagito negativamente alla pubblicazione dell’e-book poetico Calpestare l’oblio e ai consensi ricevuti.

In una lettera a Micromega, Davide Nota, uno dei curatori, differenziando tra calpestare l’oblio e calpestare la verità, scriveva (“La Gru”, www.lagru.org):

“I toni sono per lo più dileggiosi e volti ad operare una riduzione macchiettistica finalizzata allo sfottò nei confronti dei partecipanti, dipinti come una “corazzata Potëmkin” (Il Giornale) di vecchi ed “oscuri” (Libero) poeti nostalgici del ‘68 e carichi di “odio” nei confronti di Silvio Berlusconi (Il Giornale, Il Foglio), e nei confronti dell’operazione in sé rinominata “Poeti contro Silvio” (Il Giornale)”.

Ora, in questo paese, in cui le offese (Bossi) alle istituzioni e a un popolo non contano, e pesano invece le frecciate (più o meno piccanti: vedi le vicende legate ad “Anno Zero”… solo per ricordarne una più recente) fatte agli amministratori dell’Italia-Azienda, mentre il ministro dei fannulloni (Renato Brunetta) si esercita ad apostrofare gli intellettuali italiani quali “élites di merda”, la vera offesa è invece l’acquiescenza complice al golpe cesarista consumato all’aria aperta dalla destra e dal berlusconismo, tanto più virulento quanto in discesa.

I poeti non possono non ribellarsi – Calpestare l’oblio è questa voce – o rimanere, come tuonava Breton, nel silenzio dei “preti”.

Non è certo vivibile un paese la cui organizzazione socio-politica collettiva, oggi, è fatta scendere, con effettive responsabilità delle stesse forze progressiste e di sinistra, a rango d’azienda privata tra la/e mano/i della/e mafia/e di padania e berlusconia. Un vero e proprio golpe cesarista che suona offesa alla coscienza culturale ed etico-politica della nostra storia e della collettività chiamata a raccolta attorno al bene comune e, tra gli altri beni comuni, anche a quello è che il sapere e la pratica significante della scrittura testuale poetica. Una testualità della pluralità estetica degli stili e dell’enunciazione propria ad ogni singolarità poetica dei “100” riuniti da/in “Calpestare l’oblio”.

Una “assemblea costituente” proprio come i “75” della Carta Costituzionale della resistenza antifascista e per la democrazia popolare.

Così anche ora, come ieri, la poesia, sempre beffeggiata ed emarginata dal potere e dai mandarini della ricchezza e dello schiavismo, torna a reclamare il suo diritto alla ribellione come parte in causa, e direttamente. Chiamata alla “resistenza della memoria” e alla “memoria della resistenza”, la polifonia della poesia e il pluralismo estetico, testimoniato dai singoli poeti antologizzati, ma unanimi nell’impiego conflittuale e antagonista del loro dettato, ha risposto coralmente (ritmo in polisemofonia), grazie anche a lavoro di gruppo in cui la “differenza” è stato l’universale piuttosto che un astratto e formalistico canone.

Davide Nota, infatti, sottolinea che la nuova versione di “Calpestare l’oblio” è anche opera del “prezioso contributo della rivista «Argo», nelle persone del poeta Fabio Orecchini e dello studioso Valerio Cuccaroni, e degli amici poeti ed organizzatori Enrico Cerquiglini e Lucilio Santoni”, e che “questa raccolta di poesie è […] del tutto eterogenea negli stili e nei contenuti: si va dall’intervento civile alla meditazione metafisica sul tema della memoria, dal poemetto espressionista alla radiografia post-human della mutazione antropologica, così come formalmente si passa dal metro tradizionale alla prosa ritmata, o dal genere lirico allo sperimentalismo narrativo. Ed anche questo è un bel segno, che dimostra come la disgregazione della cultura critica e poetica in scuole di stile autonome e non comunicanti sia del tutto datata e non più rispondente alle necessità della storia in atto”.

Questo nuovo impegno della poesia, la coralità open source free, e cooperativa non gerarchizzata, non può non essere che sottoscritto quale nuovo sperimentalismo poetico e civile di una avanguardia dell’impegno coerente con l’identità multipla e in divenire delle nuove generazioni interculturalmente ibride. Barbaro e terrorista è il monolinguismo del discorso del padrone che mutila e impoverisce le identità singolari e i processi antagonisti!

Una costellazione concettuale, questa funzione avanguardia, che, necessità e contingenza di cose, nella società dell’immateriale e dei linguaggi assurti a forza produttiva e dei rapporti di produzione del sistema-capitale e profitto di classe, va risemantizzata (il concetto di materia e/o di energia risemantizzati nei vari passaggi dei modelli scientifico-filosofici, dalla fisica classica a quelli non cartesiano-newtoniani o quanto-relativistici e della teoria dei sistemi dinamici, non per questo hanno perso il loro nome).

La temporalità storica, accelerata dalla permanete rivoluzione tecnologico-simbolica, non lascia più niente di immobile. La mutazione antropologica del “post-human” della società dello spettacolo e della biotecnologia con le sue “etiche col trattino” (S. Zizeck) ha minato le barriere naturali stesse della autonomia e indipendenza della volontà individuale di deliberare della civiltà umanistico-cristiano-cattolico-borghese. Ma non per questo l’alieno e straniante del linguaggio poetico può venire meno o tagliare i ponti con la tensione polare, che governa le forze sia dell’universo quanto della vita associata dei soggetti con le rispettive soggettivazioni di sistema e interdipendenti; né tanto meno si può rinunciare all’attivazione di un ‘risveglio’ ustorio di tendenza che bruci il fantasma reificato dello specchio.

Vale la pena, poi, qui, di ricordare che, per la sua configurazione tutt’altro che conforme ai modelli antologici del passato (mazzi con il fiorfiore dei fiori e criterio di base dichiarato), questo raggruppamento sia piuttosto del taglio della sorella “anti-antologia” – Poesia a Comizio (Roma, Empirìa, 2008) –, a cura di Francesco Muzzioli e Marcello Carlino. L’“anti-antologia” che ha riunito trentasette (37) poeti per una raccolta che si costituisce “come campo e come compito, cui ciascuno è libero di rispondere”. Il numero dei poeti della “resistenza” allora ammontano a 137. Se aggiungiamo gli altri cento dell’imminente “L’impoetico mafioso” dell’edizione www.edizionecfr.it (Associazione Poiein), raggiungiamo quota 237.

È un quantoqualiativo sufficiente, questa agguerrita “armata brancaleone” della poesia civile, per una tendenza del risveglio resistenziale attivo sul territorio? Di sicuro è testimonianza e presenza necessaria per non arrestare il cammino di un’allegoria riflettente del giudizio.

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