QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.57: La madre perduta di Leonardo da Vinci. Nicola Baronti, “Il Governatore delle acque”

La madre perduta di Leonardo da Vinci. Nicola Baronti, Il Governatore delle acque, prefazione di Giovanna Fozzer, Firenze, Edizioni Polistampa, 2010

_____________________________

di Giuseppe Panella*

Il fascino e il segreto profondo delle acque e del rifugio che costituiscono per una mente tormentata è costituito dal ricordo della madre e dal desiderio di ritornare ad essa, nel suo grembo accogliente e sicuro. E’ quanto accade a Leonardo che – nei versi del poemetto di Baronti – proprio attraverso il loro percorso (e i lavori costruiti per imbrigliarle e renderle feconde e produttive) manifesta la sua nostalgia per una madre perduta, Caterina, di cui ancora oggi non conosciamo esattamente identità e storia della vita. Scrive l’autore nella cospicua Nota (Un percorso d’acqua e di terra) che precede il testo poetico:

«Nel XIV secolo, i Governatori delle acque erano ufficiali con il compito di controllare che le acque defluissero regolarmente sul territorio dei comuni presenti nel contado fiorentino. Il Governatore di questa storia sovrintendeva in particolare sui rivi e i corsi originati da sorgenti di acque perenni in una lama sottile, alle pendici del Montalbano fiorentino, a poche centinaia di metri da un luogo denominato Anchiano, dove secondo una tradizione popolare nacque Leonardo da Vinci. La zona è ricca di rii, torrenti, fiumi e giù in valle una palude (il Padule di Fucecchio), acque ricordate in molti testi fin dall’antichità. […] Il percorso d’acqua che i versi propongono è suggestivo e particolare per i molti riferimenti storici e letterari: nei primi tratti è tormentato, come la fanciullezza e l’adolescenza del protagonista, evocando la sua storia di abitatore di queste terre. E’ tuttavia anche un tragitto di terra, con acque una volta operose, come testimoniano i resti dei mulini che ancora s’intravedono nel mezzo della vegetazione a segnare, seppure nel passaggio dei tempi, l’antico connubio fra l’uomo e la natura circostante» (pp. 7-8).

Il viaggio poetico parte dalla sorgente di Vallebuia, i cui mulini sorgono non lontani dalla casa natale di Leonardo e prosegue lungo le rive dell’Arno e dei torrenti che confluiscono in esso, tagliano boschi e ripe, frangendo sogni e desiderio, oscillando tra volontà di vita e desiderio di morte:

«Come salice e fiume. Il desiderio è frattura divina nell’alveo di rio, / movimento tormentato da pioggia e da vita, / già viva alla sorgente, che qui prolunga / e negli angelici ombrosi salici s’avvinghiano / le nostre anime amanti, per godere assieme / del sole, della luna e delle gioiose risate  / dei primi scrosci, trovandosi nello sguardo, / l’uno all’altro, identici nelle passate stagioni, / che mutano colore ai rami e nel paesaggio / indicano i diversi destini, distraendo l’invidia / del nostro amore che, in profondità, scorre / senza pegno per il dolce tiranno dei santi, / misericordioso sollievo agli umani affanni, / inventandoci nodi d’amore e intrecciate culle / in mescolio di acque e contaminazioni di erbe, / senza tracce visibili agli occhi, in libertà, / dono inviso agli eroi o rimpianto di passato» (p. 20).

Nella complessa partitura di questi versi di Baronti risuonano gli accenti classici dell’amore delle ninfe per gli umani e degli uomini per i luoghi dove sorgono e si affermano la civiltà e l’amore – la poesia sgorga da questo sentimento ed è semplice e augusta, scaturendo dal racconto eterno e sempre diverso e fascinoso del mutare del tempo, del succedersi delle stagioni e del vivere gli amori teneri e intensi insieme dei giovani amanti. I testi del poemetto di Baronti si congiungono così in armonia lieve e spumeggiante così come armonioso è il corso dei torrenti verso il fiume e poi, conseguentemente, verso la città dove troveranno la loro confluenza e la loro verità equorea: Firenze. L’approdo delle dolci acque che attraversano i boschi e le terre feraci del Montalbano fiorentino è, quindi, quella città dove Leonardo conoscerà gli inizi della sua attività di pittore (alla bottega di Andrea del Verrocchio) e di scultore. I due percorsi – quello di Leonardo da Anchiano giù fino a Firenze – e quello del fiume che attraversa le terre del suo luogo di nascita sono paralleli e culminano in un approdo comune, fatto di monumenti antichi e di bellezza trasformata in realtà:

«E buttati nella massa. Voce nel mezzo del coro. / A perdifiato nel ritornello che consuma le età, / dentro le meschine cose di uomini così irreali / al temporale gravido di pioggia in convulsione, / fino a scoppiare e tracimare oltre l’orgoglio / e invadere l’altrui verità o il quieto sentore / che governava i miei giorni tranquilli e sicuri, / animati da gaie lavandaie o rudi contadini, / a caccia di chiacchiere o sventagliate sassaiole, / bolliti ormai come i primi sconosciuti amori. / Risucchiato in quest’attillato corso di moda, / in quali fredde o tiepide acque, levigato o blandito / da quali nuove correnti, cullato dalle onde / di quale segreto fiume mi addormenterò?» (p. 29).

Baronti declina in poesia un percorso di vita e di storia esemplare e sognante. Sulla sua scrittura e del suo progetto lirico non si può che sottoscrivere il giudizio di Giovanna Fozzer nel breve intervento critico che sorregge il testo:

«Amabile è l’acquosa temperie di questo canto di Baronti, fragrante frescura campestre prestata ai giochi e agli affetti d’una infanzia che sfocerà più tardi nella dolorosa adolescenza delusa – pur se salvata perché riflessiva – e nell’età adulta, capace ormai d’ironica padronanza anche scherzosa» (p. 5).

___________________________

[Quel che resta del verso n.56] [Quel che resta del verso n.58]

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

_____________________________

*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

Annunci