Fukuyama e l’etica senza trattino del capitalismo. Saggio di Antonino Contiliano

di Antonino Contiliano

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Le crisi cicliche del capitalismo non sono cosa inaspettata, né tanto meno insaputa. Oggi, quanti hanno messo da parte le analisi e le conclusioni profetiche di Marx non hanno che ricredersi o morire nella coazione a ripetere i disastri del modello neoliberista. La politica come rapporto costante d’interdipendenza (glocalmente) è governabile direttamente, e l’etica non può non smettere di essere al servizio dell’economia di mercato del laissez faire. La “mano invisibile”, teorizzata e praticata dal profitto privato e dai suoi agenti, stabilisce e amministra le priorità del superfluo (dannoso) e del necessario (utile e produttivo) nell’organizzazione del tempo lavorativo, e sempre sotto l’egida dogmatica del diritto di proprietà e dell’appropriazione individualistica e di classe. E il plusvalore della produzione, che lo alimenta e sostiene, è quello che il sistema, con l’elaborazione e le rielaborazioni della dottrina liberale, espropria e detiene servendosi delle manipolazioni (un apparato collaudato per l’egemonia e il riserbo della ricchezza alle classi elitarie) elettorale-politiche e delle altre regole in uso legali e illegali garantendone il potere.

Benjamin Constant, disponibile ad ossequiare ogni vincitore durante le spinte rivoluzionarie e controrivoluziarie della Francia ottocentesca, ha scritto che la ricchezza è una forza che ogni interesse può applicare sole se “meglio obbedita”: “Il potere minaccia, la ricchezza compensa. Si sfugge al potere ingannandolo; ma per avere i favori della ricchezza bisogna servirla”.(1) Come dire, anche se non esplicitamente, che nessun interesse generale rimane indenne di fronte alla corruzione, alla manipolazione di cui la classe dominate è capace per conservare ricchezza e potere. Nel sistema liberale-capitalistico, che garantisce possesso e/o proprietà, la libertà dei moderni si trova nell’“autogoverno” come indipendenza privata fondata sulla ricchezza, oltre che nella libertà costituzionale e nel governo rappresentativo e nel libero mercato mondiale.

Il plusvalore assoluto e relativo espropriato, infatti, in totale dispregio del bene comune, oltre che dell’ambiente, impera sotto l’ombrello del modello marketing politico-meccanicistico liberale, l’organizzazione che governa politicamente il conflitto sociale disciplinandolo e controllandolo in una con le contraddizioni intra-sistema. Una pianificazione securitaria e terroristica, che ha il rigore di un ipotetico-deduttivo astratto, esercitata dalla classe al potere e dirigente con una aperta manipolazione scientifica (genetica a tutti gli effetti). La partecipazione politica, atta a controllare i comportamenti individuali quanto quelli sociale-collettivi, disponibili alla devianza, è sottoposta a un vero setting pubblicitario-ideologico, e il suo target fa corpo unico con la biopolitica e le varie etiche disciplinari degli esperti strumentali che si incaricano del controllo.

Una vera guerra batteriologica, consumistica e super-estetizzante, scatenata e mirata contro l’indipendenza dell’intelligenza individuale e sociale e la sua autonomia di ricerca; tuttavia non mancano vitalità e manifestazioni di contro-tendenza nell’attuale transizione del sistema produttivo dell’immateriale e dell’automazione sofisticata e telematica. Questa vitalità si realizza nel circuito dell’intelligenza sociale e della ricerca cooperativo-relazionale open source (largamente diffusa e applicata da gruppi di/in mutuo sostegno, nonostante le dichiarazioni di pubblica avversione in nome dei meriti individualistici). L’avversione però non è un’escandescenza sporadica e isolata di singoli individui.

Nell’ordine esistente del pragmatismo politico-aziendalistico aconflittuale e della logica total marketing del “fare” neoliberistico, in Italia, infatti, c’è il governo del paese e la sua classe dirigente che penalizza la ricerca libera e indipendente, dileggiando gli intellettuali che se ne fanno carico. Il paese aziendalizzato non investe in ricerca e alternative che non siano quelle finalizzate a incrementare il consumo individualistico immediato e il fai da te generalizzato all’insegna del martellante indottrinamento dell’inviolabile diritto di proprietà. Un suo ministro (Funzione Pubblica), per la verità di molta bassa statura – Renato Brunetta –, unitamente ai suoi compagni di viaggio, dall’altra parte, invece stigmatizza la formazione e la ricerca pubblica alternativa come costoso perditempo a carico della comunità, e apostrofa gli intellettuali del dissenso quali “le élites culturali di merda”.(2)

Ma senza sottrarre nulla all’importanza del ruolo delle forze produttive e al materialismo delle determinazioni storiche, necessita ribaltare il sistema economico-sociale del weltmarkt (mercato mondiale) capitalistico, e la sua logica perversa (a geometria variabile mistificante), che sfrutta la credenza nella presunta eguaglianza individualistica e nell’interesse privato e consumistico quali principi generatori dell’interesse generale. Occorre lavorare per l’alternativa all’eguaglianza individualistica degli individui e al suo sostrato (quali sostanze naturali) – il diritto di proprietà e alle etiche specialistiche o di settore –, praticando l’autogoverno diretto dell’uguaglianza –, relazionandosi alla produzione comune della ricchezza (intesa anche come qualità della vita di tutti e ciascuno) e al bene comune sociale nell’universalità della differenza, piuttosto che sulle identità proprie a ciascun popolo.

Necessita organizzare l’interdipendenza relazionale come strutturale organismo dell’intero (non più derogabile) da una parte, e dall’altra abbandonare la progettualità della morale provvisoria cartesiana o specialistica, – “etica col trattino”, come l’ha definita Slavoj  Žižek, – per quella del ‘bene comune’ e dell’universale della ‘differenza’ quale  impegno politico di tutti e ciascuno, e senza i camuffamenti del “trattino” separatore di etiche opportunistiche. Le specializzazioni di settore come parti separate sono deresponsabilizzanti, e poi vanno a sommarsi a danno del benessere generale della società politica e civile, che invece funziona come un organismo integrato e di lunga memoria. E questa non è verità che appartiene solo agli indirizzi dell’olismo contemporaneo. Scienziati naturali e sociali o filosofi – per esempio Comte, Darwin, Hegel, Marx, etc. – hanno avuto già consapevolezza dell’organicità delle cose, anche se non hanno goduto della disponibilità delle conquiste dei modelli di ricerca del nostro tempo.

Le specializzazioni degli esperti e i loro tratti(-ni) sono le celle stagno del divide et impera del grande fratello del nuovo impero che gravita sempre attorno alla logica del capitale, del diritto di proprietà e del consumismo individualizzato come se si fosse singole particelle. Singole elementarità atomiche, attratte dalla gravitazione nucleare, e saltellanti da un’orbita all’altra secondo un programma di fissione e diffusione radioattiva comandato a volontà, e senza le stesse resistenze meccaniche del campo contestuale che le fa essere relazionalmente; oppure una società genoma in cui la fabbrica capitalistica decide il programma di costruzione del dna operando in pianificazione ed emergenza senza controlli e retroazioni, e considerando l’etica politica del “trattino” o degli esperti come un provvisorio tamponamento obbligato piuttosto che scarto delle crisi; un improvviso e imprevedibile buco nel sistema capitalistico. Gli organismi sociali, disponendo di una circolarità causale retroattiva, hanno una tecnologia di funzionamento che è molto vicina (simile) a quella di molti organismi viventi, perché godono di relativa autonomia e connessa all’interdipendenza non-lineare delle parti.

L’“etica col trattino” di Slavoj  Žižek, del resto, invita ad altre letture, riflessioni e azioni. Smentisce la provvisorietà e la politica dell’emergenza del capitalismo postmoderno – precarietà e flessibilità come passaggi obbligati scavati dalla crisi d’epoca –, come se si trattasse di una temporanea anomalia nella gen-etica (e simili) del sistema-mondo capitalistico. L’organizzazione, imperniata solo sulla produzione di merci e un’amministrazione scientifico-burocratica ideologizzante ad usum delphini, infatti, dovrebbe funzionare perfettamente, come avviene per le forze meccanicamente regolate secondo la termodinamica classica dell’equilibrio statico. Un ordine che rimane tale pur nelle sue graduali evoluzioni e in mezzo agli attriti. Ma non è così. Nel caso, naturalmente, è l’equilibrio della produttività capitalistica –subordinata al profitto e allo sfruttamento senza limiti e frontiere geografico-politiche – che, assolto al comandamento dell’evitamento del controllo democratico sociale dal basso, deve rimanere costante, uscire indenne dalla crisi e a solo uso e consumo della classe dominante proprietaria.

Non siamo nell’ambito di una anomalia provvisoria, e le crisi del sistema e delle sue parti, dove la provvisorietà è di casa per il continuo rivoluzionamento dei rapporti, non sono fenomeni passeggeri! E l’etica col trattino non può essere esclusa dalla logica contraddittoria dell’economia capitalistica e dal suo sistema politico vigente, se non includendovela che come gioco illusorio. E neanche il modello politico della rappresentanza liberal-democratica (ormai in disuso) costituisce rimedio, o tamponamento alla transizione torrenziale dai vecchi rapporti di produzione – dove la provvisorietà (anche morale) è permanente – a quelli rinnovati ma perpetuanti lo stesso dominio di classe.

Dal momento in cui l’universo di questo paradigma riduce tutto a merci e all’incremento ideologico infinito del loro desiderio e godimento, le separazioni del “trattino” – bio-etica, finanza-etica, mercato-etico, etc. – sono solo bassa ideologia e mistificazione bella e buona. Neanche la forza d’uso della stessa cognitività creativa e immateriale dei soggetti, assurta a forza produttiva e riproduttiva del capitalismo contemporaneo, grazie alle conversioni rese possibili dall’applicazione tecnologica moderna, oggi, sfugge alla logica del tutto “valore” per lo sfruttamento e l’incremento del/i capitale/i privato/i. Lo scambio individuale, ineguale per potere e informazioni, è subordinato all’espropriazione e al privilegio del profitto, sì che i soggetti sono sempre aizzati alla competizione immorale, alla de-eticizzazione della vita consumata senza progetti, all’ingiustizia sociale e, nello spazio del pubblico e del collettivo, ed estromessi da una cultura politica della differenza e dell’interrelazione (sistemica quanto storicamente determinata dalle forze in conflitto), dei beni comuni quanto del bene comune.

Le specializzazioni fra l’altro, in un universo governato dalla prevalenza ideologica del capitalismo e, per di più, nella sua versione neoliberista, volta ad orientamenti e comportamenti rispondenti all’immediatezza pragmatica focalizzata dell’asservimento consumistico e a un’amministrazione desoggettivante, non hanno né autonomia, né indipendenza di pensiero e di azione. I soggetti portatori finiscono con l’essere, volenti o nolenti, agenti del profitto privato e del suo feroce dominio. Un dominio che non conosce frontiera alcuna e distinzione di mezzi. La manipolazione ad usum delphini infatti non ha limiti, e avanza in un mondo competitivo asimmetrico, impiegando l’apparato industriale-militare più sofisticato e disponibile per guerre e aggressioni preventive e colonizzanti, mentre (in nome della civiltà!) giustifica le perdite – massacri e genocidi (delitti contro l’umanità) – come danni collaterali o irrilevanti. Ieri si chiamava la volontà di Dio per snidare le falsità e i “diavoli” di turno, responsabili dei mali del mondo e della società! Ora è sufficiente, però, guadare direttamente le cose dentro senza farsi distrarre da sviamenti di sorta o opportune edulcorazioni scientiste del momento!

Slavoj  Žižek, infatti, scrive che

«La falsità presente nella discussione odierna sulle “conseguenze etiche della ge­netica” (e simili tematiche) consiste nel fatto che si sta rapidamente trasformando in ciò che i tedeschi chiamano Bindenstrich-Ethik, etica col trattino: etica-della-­tecnologia, etica-dell’ambiente, e così via. […] In breve, ciò che si perde con questa etica-col-trattino è proprio l’etica in quanto tale. Il problema non è che l’etica universale si dissolve in argomenti par­ticolari, ma, al contrario, che particolari progressi scientifici sono direttamente confrontati con i vecchi “valori” umanisti (per esempio, il problema di sapere in che modo la genetica influenza il nostro senso di dignità e di autonomia). […] La conseguenza principale dei progressi scientifici in genetica è la fine della natura. Una volta scoperte le regole della sua costruzione, gli organismi naturali sono trasformati in oggetti passibili di manipolazione. La natura, umana e inumana, è di conseguenza “desostanzializzata”, privata della sua impenetrabi­le densità […] non perdiamo (solo) l’umanità ma la NATURA STESSA. In questo senso, Francis Fukuyama ha ragione: l’umanità stessa dipende da una certa nozione di “natura umana”, che ereditia­mo come qualcosa di semplicemente dato, la dimensione impenetrabile in/di noi stessi in cui siamo nati/gettati. Il paradosso consiste quindi nel fatto che si dà l’uomo solo fino a quando c’è una natura inumana impenetrabile (la “terra” di Heidegger)».(3)

La “desostanzializzazione” dei soggetti umani nel neocapitalismo tecnicizzato non riguarda, tuttavia, solo il DNA genetico, se, e in quanto, la manipolazione genetica riguarda sia il biologico e il neurologico quanto i processi mentali e comportamentali individuali e sociali. In ciò evidente è la maestria dell’apparato pubblicitario e dell’ideologia securitaria e terroristica, rispetto a cui vana è la vecchia visione umanistico-liberale circa la capacità di scelta, indipendenza e autonomia degli uomini-cittadini o gli stessi richiami ai diritti fondamentali fondanti dei cittadini nel sistema liberal-democratico stesso.

Una doppia falsificazione struttura il sistema e i suoi governi. Una inesistente natura umana intoccabile. Un mappa di valori universali e assoluti irrinunciabili.

È come dire che la crisi del sistema capitalistico (ai vertici del suo sviluppo), messa in rilievo dal paradosso scoperchiato da Fukuyama, è il suo modo violento d’essere volontario comando e osceno trionfo. Il sistema liberal-democratico trova il declino o la certificazione di morte (almeno sul piano delle istanze ideali) nel momento in cui le sue nuove tendenze politiche e scientifiche sono la catastrofe irreparabile della sua tradizionale ragione d’esistere, ovvero il venir meno della spontanea autopoiesi della natura (o di quel che rimane), dell’articolarsi della libertà di scelta, dell’autonomia e dell’indipendenza degli individui nella società civile.

Occorrono dunque nuove forme di volontà politica democratica che ribaltino la bibbia del mercato mondiale capitalistico e del suo vangelo tecnico-manipolatorio amministrativo, il quale ha sussunto il tempo di vita, e di ogni cosa, nel suo tempo di ricchezza e denaro usurpato. Una temporalità storica trascesa dallo sfruttamento e dal profitto dei privati, e rivoluzionata continuamente dalla crisi come limite e dai limiti come crisi (aggirabili), dove, paradossalmente, la stessa prosperità genera il suo rovescio – penuria, povertà, disoccupazione, malessere – perché il sistema si perpetui tra i vantaggi della classe degli sfruttatori di professione e le alterne sorte degli altri.

Poco importa se l’organizzazione e la gestione (nel tempo) del profitto privato sono passate dai diretti interessati a soggetti delegati e facenti funzione – menagers, specialisti di varia formazione e sapere, burocrazia e organismi vari quali Bm (Banca mondiale), Fmi (Fondo monetario internazionale), Wto (Organizzazione mondiale del commercio), etc. L’intero sviluppo del mondo moderno, fino agli esiti delle crisi finanziarie odierne (bolle finanziarie) e delle nuove guerre umanitarie, che hanno caratterizzato il passaggio dal XX al XXI secolo, ha dimostrato di che sangue e lacrime grondi lo splendore e lo sfarzo del mondo borghese capitalistico. L’interesse e la proprietà privata come principio naturale e garante la libertà, l’uguaglianza, la fraternità, la solidarietà, la politica degli aiuti e le sue forme istitutizionale-giuridico-politiche si nutrono di violenze logiche e fattuali riciclate di continuo. La guerra e l’innovazione tecnico-scientifica civile e militare, – l’automazione che imita e riproduce le energie come arma (armi intelligenti) e la forza d’uso (robotizzata) dei lavoratori, limitati a esercito di riserva o merce usa-e-getta, – sono la sua linfa vitale. Quasi una vera e propria equazione differenziale preposta a conservare ad hoc la continuità del sistema e le simmetrie, così come previsto dalla meccanica e dal determinismo classici.

Già nell’Ottocento – e non sembra che oggi sia cambiata la logica di sistema – Marx, nei suoi Grundisse (Lineamenti di critica dell’economia politica), scriveva che

«Il capitale, in quanto rappresenta la forma universale della ricchez­za, – il denaro – è l’impulso illimitato e smisurato a oltrepassare il suo limite. Ogni limite per esso è e deve essere un ostacolo. Altrimenti esso cesserebbe di essere capitale, ossia denaro che produce se stesso. Non appena non percepisse più come ostacolo un deter­minato limite, ma al contrario si sentisse a suo agio in questa situa­zione, esso scadrebbe da valore di scambio a valore d’uso, dalla forma universale della ricchezza a un determinato sussistere sostanziale della stessa. Il capitale in quanto tale crea un plusvalore determinato, perché non può porne all’istante uno infinito; ma esso è il moto continuo volto a crearne di più. Il limite quantitativo del plu­svalore gli appare soltanto come ostacolo naturale, come necessità che esso cerca continuamente di dominare e di oltrepassare».(4)

L’innovazione tecnologica – che ha sostituito, peraltro, il lavoratore e la sua conflittualità sociale – e la metamorfosi della proprietà – individualizzata, familiare, di gruppo, d’azienda, società per azioni, statale, multinazionale – non hanno cambiato la natura sociale dello sfruttamento (individuale e collettivo) e gli scopi del profitto. Le varie rivoluzioni produttive, seguite agli inevitabili esaurimenti delle vecchie forme, hanno rivoluzionato continuamente la produzione e i rapporti sociali solo per conservare i privilegi dei pochi. Quei pochi che così hanno concentrato capitali, potere, denaro e fatto aumentare le ineguaglianze e il degrado.

Da tempo sappiamo che le crisi del DNA economico, sociale e politico capitalistico sono all’ordine del giorno. Le sue ciclicità – boom, depressione, inflazione, lavoro automatizzato e disoccupazione, miseria e guerra ai poveri e fra i poveri, etc. –, nonostante le accurate e dettagliate quadrature dei modelli scientifico-matematici formalizzati, sono già state previste, verificate e documentate come collassi del sistema. Il castello, che si fregia di potenza autonoma, ordine indipendente ed entità costante nell’equilibrio, è invece continuamente indaffarato e rimettere a posto le proprie stanze e le fondamenta dell’edificio minacciato dalle crepe.

Ma se la nozione di entità indipendente è diventata insostenibile persino nella stessa analitica formalizzata della fisica atomica, come negli stessi organismi biologici, figurarsi se è possibile credere ancora all’indipendenza assoluta delle parti dell’economia sociale e politica di classe e dello sfruttamento senza fine. Nessuna cosa è al riparo delle crisi, specie per sistemi, come il capitalistico, che se ne nutrono per il funzionamento del loro ciclo vitale. Per di più i sistemi sociali come quelli degli organismi viventi sono fluttuanti e non-lineari, e molto vicini alla complessità interagente e cooperativa di tipo non piramidale.

Ancora Marx ha fatto la cronaca delle crisi che hanno colpito l’Europa capitalistica tra il 1817 e il 1847/8 – una ogni dieci anni – e accusato di malafede il moralismo degli economisti dell’epoca che davano la colpa agli speculatori, ai corruttori e alle truffe delle bancarotte fraudolenti

«Gli anni 1843-1845 furono gli anni della prosperità industriale e commerciale, conseguenza necessaria della depressione quasi ininterrotta dell’industria negli anni 1837-42. Come sempre, con la prosperità si sviluppò molto rapidamente la speculazione. La spe­culazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzio­ne è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, ap­pare perciò agli occhi dell’osservatore superficiale come causa della crisi. Il successivo dissesto della produzione non appare come con­seguenza necessaria della sua stessa precedente esuberanza, ma come semplice contraccolpo del crollo della speculazione».(5)

Nulla, ancora oggi, sembra essere cambiato. I padroni del mondo non attaccano la logica del sistema e continuano a stigmatizzare gli speculatori, i fraudolenti, la concorrenza sleale o altri eventi legati ai movimenti globali contemporanei.

E ancora Marx e Engels scrivono: il capitalismo (e i suoi agenti) per risolvere la crisi e iniziare un nuovo ciclo dissolvono tutti i rapporti “stabili e irrigiditi con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti” (Manifesto del Partito comunista; L’ideologia tedesca);

«Di pari passo con la centralizzazione (del capitale)… si sviluppò, su una scala sempre maggiore, il coinvolgimento di tutti i popoli nella rete del mercato mondiale e, con questo, il carattere internazionale del regime capitalistico. Contemporaneamente alla costante diminuzione del numero dei magnati del capitale, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la misura della miseria, dell’oppressione, della schiavi­tù, della degradazione, dello sfruttamento… » (Marx, Il Capitale, Vol. I);

«Da qualche decina d’anni la storia dell’industria e del commercio non è che la storia della ribellione delle moderne forze produttive contro i moderni rapporti di produzio­ne, contro i rapporti di proprietà che sono le condizioni di esisten­za della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi com­merciali […]. Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una gran parte non solo dei prodotti già ottenuti, ma anche delle forze pro­duttive che erano già state create. Nella crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra generale di sterminio sembra averle tolto tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano annien­tati, e perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti della società borghe­se; al contrario, esse sono divenute troppo potenti per tali rapporti, sicché ne vengono inceppate; e non appena superano questo im­pedimento gettano nel disordine tutta quanta la società borghese, minacciano l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti bor­ghesi sono diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da essi prodotte. Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso, distruggendo forzatamente una grande quan­tità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti. Con quale mezzo dunque? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi». (Marx e Engels, Manifesto del partito comunista)

Oggi, nel contesto dell’economia globale capitalistica, travagliata da crisi sempre più ravvicinate e micidiali per intensità ed estensione planetaria, le analisi di Marx non hanno perso niente del loro rigore e nitore. Dominata dalle grandi società e dalle multinazionali (il cui potere è al di sopra di quello degli stessi Stati nazionali), l’economia globale e post-fordista capitalistica, con le sue tecnologie (militari e civili) che comportano rischi enormi e i grandissimi costi sociali ed ecologici dei disastri immani quanto inaccettabili, è sempre il vecchio stregone che perde il controllo per mantenerlo attraverso le metamorfosi, e fino a quando non se ne romperà la continuità.

Nessuna presa credibile potrebbero allora avere i portavoce del sistema (teorici e politici di professione), che additano le speculazioni finanziarie, le corruzioni, la concorrenza, i presunti attacchi alla civiltà della democrazia liberale e alla sua etica dell’universale individualismo morale. Se si tiene ferma la memoria, il capitalismo – il Discorso del Padrone (J. Lacan) – elabora il “lutto” dell’utopia liberista non per una svolta ma per una coazione a ripetere ossessiva del proprio potere feroce quanto cinico.

E nessuna via d’uscita dal perverso sistema può essere cercata e trovata nella presunta neutralità dell’automazione e della disciplina coatta del conflitto, neanche se corroborate dalle sofisticate illuminose “etiche col trattino”: neuro-etica, bio-etica, tanato-etica, eco-etica, finanza-etica et similia.

Né la tecnica, che vorrebbe sostituire in toto l’effettiva attività lavorativa degli uomini in carne ed ossa, né etiche specialistichemesse su alla bisogna riparano dal degrado, dalla disoccupazione e dall’inflazione (stagflazione), dalla diseguaglianza di potere e di informazioni tra chi dispone del tempo assoluto e relativo lavorativo. Lo sfruttamento (materiale e immateriale) capitalistico del lavoro (precario e flessibile) continua a produrre (localmente e globalmente) diseguaglianze sociali sempre più divaricate e impoverimenti generalizzati sempre più estesi in altitudine e longitudine.

Contro il carico di violenza distruttiva che il capitalismo esercita su tutto e tutti, ci vuole un perfetto disincanto e una contro reazione che ribalti il sistema eletto a barbarie permanente. Non ci si può, di fronte alla verità dei disastri planetari (umani e ambientali) dell’epoca, lasciare ipnotizzare ancora dalla pubblicità degli spots sulla bontà del sistema, che sarebbe corrosa, a dire dei benpensanti falsari,  solo dagli speculatori e corruttori avidi e cinici o da crisi provocate da chi sa chi! Meglio allora sarebbe strapparsi gli occhi come ha fatto Edipo!

Se le analisi sulle crisi capitalistiche di Marx e i suoi dati non fossero convincenti, o a non aver memoria del passato, basterebbe guardare ad alcune cifre odierne del degrado e della barbarie che, nel capitalismo, e nella sua forma neoliberista e immateriale-finanziaria sottratta ad ogni serio controllo, testimoniano da soli la putredine inumana e ambientale del sistema e dei suoi cinici cultori.

Uno strapotere parassitario e una accumulazione selvaggia quanto indifferenziata a scapito dei poveri del mondo, dei migranti e degli invisibili – quell’umanità varia che è fatta vivere sotto la soglia della povertà e del rispetto dei diritti fondamentali ad opera e favore dei soliti e pochi ricchi (rosa sempre più ristretta) –, cui lobby e multinazionali, tra pressioni, corruzioni e colpi di mano variamenti connotati (colpi si stato, cesarismi e dittature, aiuti allo sviluppo, etc.) si rapportano solo per decidere chi deve essere sfruttato, vivere, morire e come. Questa varia umanità è lo scarto del Pil (Prodotto interno lordo) e di ogni ciclo produttivo che mira ad escludere o ad eliminare, anziché includere, i soggetti deboli e sfruttati della base piramidale. Oggetti consumati e ormai fuori uso, sono anzi il senza valore pronto per le discariche dei rifiuti e della morte. Il vertice può fare a meno di loro e, anzi, in quanto spreco di energie e risorse profittabili non hanno più diritto alla vita. E il vertice della piramide, anche dietro l’impersonalità delle amministrazioni, ha numeri e nomi riconoscibili.

Sono trecentocinquanta (350) i personaggi – la crema di quel 20% della popolazione “capitalistica” del pianeta – che dispongono a proprio piacimento dell’83% delle risorse del pianeta e che, da soli, possiedano il 48% di quella stessa ricchezza.

Cinquecento (500) sono le imprese multi-trasnazionali che, grazie alla liberalizzazione trasnazionale del mercato globale Wto (Organizzazione mondiale del commercio) e dei poteri del Fmi (Fondo monetario internazionale) e della Bm (Banca mondiale), decidono a chi spetta la sorte della morte per guerra, per fame, per emarginazione e persecuzione (i crimini delle guerre di ieri, compresi i massacri dei campi di sterminio o quelli delle bombe atomiche americane sul Hiroshima e Nagasaki, a confronto sono ben povera cosa).

Alcune cifre emblematiche del degrado, tutt’altro che passeggero e abbordabile con tamponamenti provvisori (e di diversa natura), dicono da sole di che pasta è la civiltà capitalistico-liberale e quale sia la vera posta dei padroni del mondo:

a)       2 miliardi di persone, prossime alla morte per fame, vivono con meno di un dollaro al giorno;

b)       11 milioni di bambini ogni anno muoiono per denutrizione;

c)       nella discarica di Nairobi si nutrono più di 200 mila persone o, come nelle favelas brasiliane, vivono in condizioni lager;

d)       nella Russia post-sovietica, sotto la direzione della Bm (Banca mondiale) e del Fmi (Fondo monetario internazionale), la povertà si è fatta più ricca: rispetto ai 2 milioni del passato, la cifra oggi è più di 60 milioni;

e)       il numero delle persone denutrite anziché diminuire ogni anno aumenta di 50 milioni (di cui 11 nel mondo industrializzato);

f)        10 milioni di persone e più in Africa muoiano di AIDS (e 24 milioni ne sono ammalati), mentre le multinazionali farmaceutiche per conservare i loro profitti osteggiano le politiche di basso costo per le cure (di base);

g)       93 milioni di persone sono analfabete e 130 milioni senza nessuna istruzione;

h)       il 47% della popolazione del terzo mondo si trova al di sotto della soglia della povertà e guadagna meno di 2 dollari al giorno per vivere;

i)         che l’80% della  popolazione mondiale è povera, e se reclama i propri diritti fondamentali (naturali e socio-politici) è bollata come nemica della civiltà liberista, e se appena organizza un po’ di resistenza collettiva è bollata di terrorissmo o fiancheggiatrice dei terroristi;

j)         un (1) miliardo e 400 milioni /5 miliardi e 800 milioni di persone del pianeta non ha accesso all’acqua potabile;

k)       Vandana Shiva, secondo cui il pianeta avrebbe risorse sufficienti per alimentare una popolazione di dodici – 12 – miliardi di persone, scrive che la globalizzazione ha reso illegittimo il diritto all’autoproduzione e legittimo il diritto delle multinazionali a imporre ai cittadini cibi nocivi e colture (monocolture brevettate, e contro la biodiversità) distruttive della tradizionale agricoltura indiana fondata sulla cura della biodiversità, che, invece, è seguita da circa il 75% della popolazione indiana;

l)         i governi in Europa trovano 18 mila miliardi di euro per salvare le banche che hanno coltivato la fanfara speculativa e una finanza autoreferenziale, mentre dichiarano di non trovare 10 o 30  miliardi di dollari all’anno (fonte Onu) per l’istruzione di bambini e bambine;

m)      negli Usa, per il 2008, sono state spese 800 miliardi di dollari per gli armamenti, equivalenti a 3miliardi di euro al giorno e pari a 424 euro pro capite (al 2% del Pil in Italia);

n)       130 sommosse popolari nel 2008, oltre 500 nel 2009 come effetto della finanziarizzazione dell’economia nelle città (il peso della rendita);

o)       la crisi dei titoli swap sui crediti, del valore di 62 trilioni di dollari (più del Pil globale di 54 trilioni di dollari), esplode nel settembre del 2008, un anno più tardi e dopo la crisi dei titoli subprime emersa  nell’agosto 2007;

p)       i titoli swap (swap = cambio, titoli di cambio, baratto) sono stati trasformati in titoli derivati (subprime) ma insolventi, e per sostenerli ci sarebbero dovuti 60 trilioni di dollari, più del Pil mondiale (ma la finanza non crea capitale);

q)        Prima della crisi attuale, la finanziarizzazione dell’economia, negli Usa, era di 450 del Pil, di 356% nell’Ue, e di 440% nel Regno Unito (il numero dei paesi in cui gli assetti finanziari hanno superato il Pil è salito però da 33 nel 1990 a 72 nel 2006);

r)        l’ultimo rapporto della Banca Mondiale conferma che il livello della povertà è aumentato (oggi, 1,4 miliardi di uomini e donne vivono con meno di 1, 25 dollari al giorno);

s)       l’indice Gini della diseguaglianza relativo alla popolazione mondiale è aumentato negli ultimi 15 anni di 7 punti, poco meno del 20% (questo  indice nel 1970 era del 41%,  e negli ultimi 30 anni è aumentato fino al 47% (non è aumentata sola la diseguaglianza, si tratta di una vera e propria  secessione sociale, se l’1% della popolazione dispone del 40% del prodotto nazionale);

t)        In Italia si trovano soldi per le guerre (Iraq) e il settore militare (quattro – 4 – miliardi di euro per la realizzazione della portaerei Cavour, ben quattro volte l’intero Fondo nazionale per le politiche sociali o altrettanto cifre folli per costruire sei – 6 – caccia bombardieri Eurofighter, il cui ammontare equivale alle spese di un anno per varie forme di assistenza – disabili, minori a rischio, tossicodipendenti, non autosufficienti e disoccupati), mentre si lascia che la disoccupazione oggi raggiunga più del 27% ( il dato più inquietante è che più della metà di questi disoccupati cade nella fascia dei giovani che hanno meno di 35 anni e 1/3 ha meno di 25 anni) o che il potere d’acquisto delle famiglie,  dal settembre 2007 a ottobre 2008, sia diminuito del’1,6% e anche del 2%.

Ora, se la politica è luogo e tessuto di relazioni interconnesse, un campo di azioni interdipendenti in cui la società – l’essere-gli-con-gli-altri nello spazio pubblico e comune – progetta il suo futuro, tenendo presente il passato e l’irreversibilità temporale della storia, la sua organizzazione e le sue crisi non dovrebbero essere più affare dei soliti pochi (i pochi privilegiati del capitalismo), né tanto meno fondarsi ancora sull’individualismo e la concorrenza verticalizzata (individuale e sociale). Solo la forza della cooperazione orizzontale popolare e planetaria e l’universalità della differenza o delle singolarità irriducibili all’unicum del modello capitalistico – che dalla strategia della criminalizzazione del conflitto di classe è passato alla giustapposizione di amici o nemici onde dividere il fronte delle lotte e condurre accordi separati sia sul piano interno che esterno – può essere l’alternativa comunista di oggi, e non più rimandabile, né delegabile.

I pochi di quel capitalismo odierno della finanziarizzazione dell’economia, della libera circolazione dei capitali e delle merci ad ogni costo, ma a scapito di tutti (esclusi, emarginabili, etc.) non hanno abbandonato la misura del valore per gestire i loro affari in epoca di produzione, circolazione e consumo immateriale. Sono i soliti ignoti noti che, nell’attuale fase di ristrutturazione della produzione capitalistica e accaparramento delle risorse mondiali, privatizzano l’intera esistenza individuale e sociale globale sottoponendola ad un feroce sfruttamento. Mai visto prima! Uno sfruttamento che combina vecchia e nuova industrializzazione e una illibertà e prepotenza che si accompagnano alle politiche securitarie, predatorie o impoverimento. Politiche seguite da guerre continue, immani disastri ambientali (petroliferi, chimici, nucleari, desertificazioni, alterazioni climatiche…), strangolamento per fame e sete (embarghi punitivi) in odio e beffa alle stesse garanzie giuridico-politiche e sociali e degli stessi diritti fondamentali umani universali, storicamente pattuiti e sottoscritti.

Alta, sofisticata e costosa tecnologia, votata alla santità delle armi intelligenti e del “sorvegliare e punire”, criminalizzare, torturare, eliminare (ipocritamente si dice “prevenire”), è poi il clou della tendenza. A tale compito, per esempio, è destinato il sistema “Phi” antiterrorismo e sicurezza e il correlato studio di laboratorio sulle reazioni emotivo-somatiche (positive o negative), dovute a un particolare stato di agitazione psico-mentale. Sono cioè le reazioni somatiche – che un’interpretazione ideologizzata (politicamente e socialmente) potrebbe leggere come ostili, amiche, pericolose, collaborative, allarmanti, etc..

Il “Progetto intenzione ostile” – Phi  – è americano; e n’è prevista l’esportazione anche nei paesi europei e alleati. È il grande fratello aeroportuale antiterrorismo del Dipartimento Usa per la sicurezza nazionale. Esso prevede un insieme di laser, videocamere, eye tracker e microfoni atti a compilare un dossier di infor­mazioni sul corpo dei passeggeri in transito, mentre un computer elabora i dati inviati da questi sensori nascosti. All’uscita dei dati, degli addetti, sulla base del tipo di emozione registrata e interpretata, diranno se le vostre intenzioni sono amichevoli o pericolose ed ostili, oppure pronti a compiere un atto terroristico.

«Il proget­to mira a identificare espressioni del volto, portamento, livelli di pressione sanguigna e di battiti cardiaci o tassi di traspirazione che siano indici di ostilità. L’obiettivo è analizzare a distanza il comportamento delle persone, per individuare tra i 400 milioni di persone che ogni anno entrano negli Stati uniti chi ha intenzioni ostili, attuali o future. Il «phi» ha mosso i primi passi senza clamo­re lo scorso luglio, quando il Dipartimento ha chiesto ad aziende e centri di ricerca attivi nella sicurezza di indicare le tecnologie adatte allo scopo. Si punta ad avviare i primi test in alcuni aeroporti, porti e posti di frontiera nel 2010, per poi estendere il sistema a tutti gli ingressi entro il 2012. In realtà già a partire dal 2003 negli aeroporti statunitensi è stato utilizzato un programma di osservazione dei passeggeri [si chiama «spot»] basato sulle micro-espressioni, cioè sui cambiamenti della mimica facciale che invo­lontariamente tradiscono le reali intenzioni. Sulla base dello “spot”, agenti appositamente addestrati osservano la folla e prima isolano e poi interrogano le persone sospette. Il problema è che Io «spot» è costoso. Scopo del «phi» dovrebbe essere proprio quello di automatizzare il riconoscimento delle intenzioni ostili. Il  problema è che i posti di frontiera – e in particolare gli aeroporti – sono luoghi ad alto stress, con molta gente stanca e stufa o semplicemente innervosita dalle attese. Qualsiasi apparecchio potreb­be selezionare gente assolutamente innocua: sarà fermato chiunque mostri emozioni?».(6)

Il controllo e la disciplina delle masse per un consenso obbligato, ovvero anti-autonomia e anti-democrazia popolare, è dunque un progetto chiaro e di lunga scadenza in mano a questi pochi (il 20% che gode dell’80% della ricchezza prodotta nel pianeta) che decidono delle sorti del mondo civilizzato. Non si risparmiano intelligenza e mezzi. L’operato investe sia nella disponibilità coercitiva della forza, nei poteri manipolatori della tecnica, dei consumi di valori e delle etiche di comodo. In tempi di ristrutturazione utilizzano anche le crisi (periodiche e cicliche) – veri flagelli materiali che investono il tessuto sociale e morale marchiandolo con speculazioni e corruzioni di vario genere – quale ricatto ideologico e materiale, pregiudicando lo stesso futuro delle nuove generazioni.

La paradossalità non li svilisce, li rafforza. Gli stessi soggetti dirigenti che hanno contribuito a creare certe garanzie giuridiche e politiche per le masse ora, invece, le smantellano. Quelle le garanzie, conquistate dalla società in decenni di lotte e di sofferenze, ora si trasformano solo in profitto capitalistico-finanziario a favore dei soli abbienti. E ciò avviene socializzando le perdite, aumentando le diseguaglianze, i parchi della povertà, criminalizzando l’opposizione (glocalmente) e giocando la ristrutturazione capitalistica in atto come una vera e propria guerra di sovranità nell’assetto della nuova geografia politica planetaria.

È una partita che non risparmia il ricatto (anzi). Il nascondimento della verità delle cose e dei processi, la menzogna deliberata e lo scontro osceno di una presunta lotta del bene conto il male, sono all’ordine del giorno; un gioco perverso e classista che professionisti e managers della politica mondiale esercitano attraverso la paura dell’insicurezza, del terrorismo e delle guerre programmate. I lati oscuri della concorrenza dei mercati mondiali, il ricorso alle delocalizzazioni, le crisi della politica rappresentativa e dei suoi istituti, per questi signori della guerra e della ricchezza del pianeta, hanno sempre paternità altrui.

A fine corsa delle varie forme della democrazia liberale (di classe), tutto questo è un vero paradigma strumentale, e curato come se si trattasse di una vera e propria mutazione antropologica permanente, dovuta, fra l’altro, alla casualità delle cose!

Ma se le crisi dei sistemi sociali non sono cosa nuova e inaspettata, e non si sono mai distese e risolte senza che resistenze efficaci dei lavoratori e delle popolazioni, come è possibile che il quadro attuale, pur così chiaro nel suo funzionamento, così capillarmente feroce e deleterio, non suggerisca il cambio radicale del modello individualistico e del profitto privato? Perché non si va  massivamente verso quello della cooperazione interdipendente sostanziale? La cooperazione cioè non gerarchizzata e orizzontale delle persone e dei popoli (indipendentemente dalle etnie e dalle culture particolari), e con al centro il bene comune quale “motore immobile” della svolta e pratica comune?

Un modello della cooperazione non gerarchica (interdipendenza contestuale e organica), e per un con-vivere e agire pubblico alternativo che ribalti la cinica concorrenza individualistica, basata su una presunta eguaglianza naturalistica degli individui, è una verità e una pratica del comune possibile (non solo una lotta di classe). Una pratica cioè disinteressata al particolare. Un’azione politica e pubblica che perseguirebbe l’interesse generale – il comune e i beni comuni – come primario e irrinunciabile valore della pratica etico-sociale. Un’azione comune politica cioè fondata sulla reciproca connessione e atta a sostenere l’organizzazione collettiva, anziché il predominio degli individui e l’elogio della concorrenza cinica per primeggiare rendendo succubi e schiavi i compagni di viaggio.

Certo, questo comporta la consapevolezza utile a combattere contro il mercato del potere che, non meno della pubblicità diretta al godimento del consumo per formare l’opinione pubblica e determinare comportamenti di relativa e funzionale accettazione, ha a sua disposizione una microfisica pervasiva del dominio che, mercantile quanto colonizzante le menti, gode della complicità dei poteri forti (economici, bancari, militari) e multinazionali. Poteri ormai trasversali e agenti allo scoperto delle intenzioni avverse ad ogni partecipazione e controllo, seppure di tipo consultivo-popolare. Lo svuotamento dei sistemi costituzionali, elettorali e organizzativo-amministrativi, via via registrati dal corso dell’evoluzione storica, è cosa nota.

Già, nell’Ottocento, Condorcet con il teorema dell’ordine delle preferenze, fondato su tre opzioni e tre votanti – “x. ABC; y. BCA; z. CAB” –, aveva messo a nudo il paradosso, truffaldino, del sistema elettorale maggioritario. Il risultato infatti risulta arbitrario in quanto “dipende dall’ordine delle preferenze individuali, e queste […] non riescono a ‘fondersi’ in un unico e coerente risultato ‘complessivo’.”(7) Le opzioni individuali non hanno una somma o un bilancio finale tale che per “transitività” farebbe passare il risultato dalle preferenze individuali a quelle sociali. Coerenti singolarmente (preferenza per A o B o C), non lo sono socialmente. Infatti se A vince su B e B vince su C, “C vince su A, dal momento che, se si raffronta il risultato di C direttamente su quello di A, si scopre che C ha avuto due preferenze rispetto ad A, mentre A rispetto a C ne ha avuta una sola, quella di x”.(8)

Il capitale liberale non ha avuto mai altre logiche diverse dal laissez faire (mano in-visibile), e altri metodi che non fossero di carattere violento e manipolatorio. Dalla sua nascita moderna, è stata una forza gravitazionale che, a seconda del vento che tira, ora ha chiesto il sostegno e ora l’abolizione dello Stato (non disdegna neanche quello della Chiesa e di altre opportune e temporanee alleanze) e le doppie e triple morali.

Ora, se la politica è il luogo in cui la società si autorappresenta in/con un progetto immaginale alternativo, elaborato collettivamente, e l’organizzazione sociale si struttura in cooperazione orizzontale e aperta, la politica può cessare di essere l’affare dei pochi, e può divenire pratica comune e diretta ad ogni livello.

La democrazia dal basso come un campo di nodi rizomatico, a partire dal nucleo centrale del “bene comune”, allora sarà l’altro nome dell’utopia comunista concreta del progetto immaginale collettivo contemporaneo. La memoria della “Comune di Parigi”, e il suo destino, aspetta che il presente e il futuro non siano senza il suo vento e gli accorgimenti innovativi che l’epoca impone.

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NOTE

(1) Cfr. Luciano Canfora, La prima vittoria del liberalismo, in La democrazia. Storia di un’ideologia, Bari, Laterza, 2008, p. 94.

(2) Cfr. Marco Bascetta, Contro l’intelligenza, in Carta/Cantieri sociali, XII, 10/16 Settembre 2010, p. 57.

(3) Slavoj Žižek, Etica col trattino, in Aut Aut, gennaio-aprile 2004, n. 319-320, pp. 3-4.

(4) Cfr. “Contraddizioni del capitale e forme della crisi”, in Il capitalismo e la crisi (Scritti scelti a cura di Vladimiro Giacché), Roma, DeriveApprodi, 2009,  p. 80.

(5)Cfr. Cronache della crisi, cit., p. 61.

(6) Cfr. Carta, IX, n. 34, 5 ottobre 2007, p. 7 (La notizia è ripresa da Paul Marks, Supplemento Nova, e da Il Sole 24 Ore del 20 settembre 2007).

(7) Cfr.  Luciano canfora, Suffragio universale: atto primo, op.cit., p. 98.

(8) Ibidem.

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[Leggi tutti gli articoli di Antonino Contiliano pubblicati su Retroguardia 2.0]

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FONTE IMMAGINE: http://www.stampalibera.com/wp-content/uploads/2009/09/globalizzazione1252911837.jpg

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