“Canone e anticanone. Viatico per una ricognizione” di Fausto Curi

Fausto Curi, Canone e anticanone. Viatico per una ricognizione, in «Intersezioni», XVII, dicembre 1997, pp.pp.495-511

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di Francesco Sasso

 


In origine si parlava di generi letterari e non di canone letterario, cioè dell’esigenza da parte di alcuni letterati di individuare i rapporti e di ordinare le opere letterarie in base a caratteri simili, al fine di pervenire alla definizione di modelli per ciascun genere per poter poi esprimere un giudizio critico sulla validità dell’opera. Così gli scrittori pre-illuministi e pre-romantici dovettero scegliere di fronte alla tradizione: aderire ad un modello oppure discostarsi da esso.

A riflettere sull’operazione letteraria e a fornire un impianto teorico furono in molti: Aristotele, Orazio, Quintiliano, per esempio nell’antichità. Nella letteratura italiana non possiamo dimenticare Dante (De vulgari Eloquentia), Bembo (Prose della volgar lingua), Leopardi (Crestomazia italiana e Zibaldone), tanto per citare alcuni illustri.

Nel Novecento, però, la nozione di canone letterario viene fortemente problematizzata e assume un ruolo centrale rispetto al dibattito sui generi, e questo soprattutto nel dibattito critico negli Stati Uniti. Il più illustre studioso del canone è Harold Bloom e il suo Canone Occidentale, il quale riduce il canone ad appena ventisei autori, divisi per “Età”: aristocratica, democratica, caotica. In vetta al canone, secondo Bloom, c’è Shakespeare, seguito subito dopo da Dante. Naturalmente, a nostro avviso, questa tassonomia è valida nella cultura anglosassone, meno nelle culture che prendono origine dalla lingua neolatina.

Una delle risposte italiane ad Harold Bloom è il saggio Canone e anticanone. Viatico per una ricognizione di Fausto Curi. Nel saggio lo studioso italiano ricorda il processo di canonizzazione avviato da Pietro Bembo, il quale ha formulato il concetto di «sublime medio», portando così all’esclusione di Dante e alla consacrazione di Petrarca e Boccaccio, in nome della loro «gravità» e «piacevolezza». Ed è così che Bembo ci fornisce un nucleo duraturo di canone italiano rimasto fino ai nostri giorni. Esempio di ciò è il petrarchismo in Ungaretti.

Successivamente, Curi analizza il rapporto dialettico tra scrittore e lettore, poiché il canone letterario corrisponde «alla sensibilità estetica e alle aspirazioni culturali e sociali» di un dato tempo. Quindi il ‘canonista’ è interprete delle esigenze della classe e della cultura dominante.

Con l’illuminismo-romanticismo, ci dice Curi, e ancor più nel Novecento, viene meno il vecchio canone «oggettivo». Qui Curi cita Manzoni, Leopardi, Pascoli e Pirandello. Accanto a questi, cominciano a farsi strada gli «anticanoni». Interessante qui la distinzione di Curi tra scrittori sperimentali che si mettono «fuori dal canone» (ad esempio Pizzuto e Gadda) e quelli dell’avanguardia che «sono già fuori dal canone prima di violarlo».

Per concludere questa mia breve nota sul discorso di Fausto Curi, non possiamo non tener conto delle interessanti, ancora oggi, conseguenze teoriche di Canone e anticanone. Viatico per una ricognizione. Per questo siamo lieti di segnalarvi il testo di Canone e anticanone. Viatico per una ricognizione in formato pdf.

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ALLEGATO

Qui è possibile scaricare e leggere il saggio di Canone e anticanone. Viatico per una ricognizione di Fausto Curi: http://www.disp.let.uniroma1.it/fileservices/filesDISP/047-065_CURI.pdf

f.s.

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