STORIA CONTEMPORANEA n.63: Storia di Giorgio Manganelli e dei suoi sodali. “Album fotografico di Giorgio Manganelli”. Racconto biografico di Lietta Manganelli; “I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi”, a cura di Lietta Manganelli

Storia di Giorgio Manganelli e dei suoi sodali. Album fotografico di Giorgio Manganelli. Racconto biografico di Lietta Manganelli, a cura di Ermanno Cavazzoni, Macerata, Quodlibet, 2010; I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi, a cura di Lietta Manganelli, Torino, Aragno, 2010

______________________________

di Giuseppe Panella*

Si tratta certamente di una faccenda piuttosto strana. Giorgio Manganelli è stato probabilmente uno degli scrittori più straordinari e meno considerati della letteratura italiana del Novecento. Nessuna storia del dopoguerra letterario può fare a meno di citarlo e di considerarlo come uno degli esiti migliori del passaggio culturale e stilistico tra le due guerre, eppure i suoi libri e le sue invenzioni narrative sono ben lungi dall’ottenere l’attenzione dei lettori così come meriterebbero. La sua opera attende ancora una compiuta sistemazione critica e sospetto che ancora testi inediti non pubblicati aspettino di ricevere la loro sistemazione editoriale. Questo album fotografico, ritrovato tra le carte dello scrittore che le aveva conservate anche se nel modo un po’ disordinato che lo contraddistingueva, è diventato nel gustoso e simpatetico racconto della figlia Amelia Antonia detta Lietta una sorta di continuazione per immagini della sua opera di scrittore.

Non solo si viene a conoscenza di intriganti quanto buffi segreti di famiglia ma la storia “naturale” di Manganelli ne risulta illuminata da una luce radente e alquanto inquietante. Le foto che ritraggono lo scrittore bambino (ma vestito da bambina, visto che la madre Amelia se ne aspettava una!), la notizia che ha ripetuto la prima elementare e che come studente era un cane (quel che solitamente viene definito un “asinello”) e che solo per effetto della benefica influenza di una compagna di banco inizia a leggere e a scrivere racconti quando ormai è grandicello, la sua incapacità non solo manuale ma pratica ed economica, i suoi rapporti un po’ isterici con le città (Bologna dove “si mangia troppo male”) o l’insegnamento universitario (esemplare un suo intervento assai travagliato su Jung e la letteratura a un convegno romano del 1970) permettono di dipingerne un “ritratto in piedi” assai arguto, assai divertente e un po’ melanconico. Anche le vicende private dell’uomo Manganelli si configurano intinte della stessa Stimmung: un matrimonio durato quattro mesi (nel 1946 con Fausta Preschern Chiaruttini da cui nascerà appunto Amelia Antonia), una relazione con Alda Merini nel 1950, allora giovane poetessa prima del ricovero in una casa di cura psichiatrica e poi quella con Ebe Flamini che durerà gran parte della sua vita, mettono in evidenza un personaggio la cui vita mira a coincidere con la sua scrittura ma, naturalmente, in maniera ben diversa dai Romantici o dagli scrittori decadenti.

Molto interessante anche il fatto che il giovane Manganelli avesse vinto un posto come allievo ordinario presso la Scuola Normale Superiore di Pisa ma vi avesse rinunciato per le pressioni della mamma che considerava la città toscana “troppo lontana” e si fosse poi laureato a Pavia, in Scienze Politiche, con una tesi dal titolo di Contributo critico alla storia delle dottrine politiche del Seicento italiano (discussa nell’anno accademico. 1944-1945). Il relatore era stato Vittorio Beonio-Brocchieri, singolare figura di storico delle dottrine politiche soprattutto in ambito anglosassone (tradusse nel 1931 per Cappelli le Riflessioni sulla Rivoluzione Francese di Edmund Burke pubblicato con una Prefazione di Giovanni Gentile), di aviatore e giornalista, affascinante autore di reportages dalla Norvegia dove era volato in solitaria alla ricerca di Roald Amundsen, scomparso a sua volta sulla banchisa polare mentre era in soccorso di Umberto Nobile e dell’equipaggio del dirigibile “Italia”, e inoltre commediografo, romanziere come pure maestro dichiarato oltre che di Manganelli anche del giornalista sportivo (e scrittore) Gianni Brera. Ma la passione dello scrittore milanese era stata da sempre la letteratura anglo-americana e le sue traduzioni e curatele più significative avvennero in quella dimensione culturale (esemplare al proposito l’edizione delle Opere scelte di Edgar Allan Poe pubblicate nei Meridiani di Mondadori nel 1970). Questa biografia per immagini di Lietta Manganelli, infine, ha il pregio di mostrare lo scrittore in una dimensione sempre un po’ folle – come probabilmente a lui piaceva presentarsi – e mai accademica e formalmente inappuntabile. Anche le vicende della sua amicizia con Augusto Frassineti, scrittore di grande abilità umoristica (è suo una volta celebrato Misteri dei Ministeri e traduttore di Rabelais e di Il nipote di Rameau di Diderot) anch’esso dimenticato ormai dagli editori e dalla critica, la dicono lunga su una vocazione alla marginalità che era diventata norma e ragione di vita. Perché, in effetti, Manganelli fu scrittore “marginale”, non assimilabile a correnti o scuole o gruppi istituzionali (fece parte del “Gruppo ’63” ma appunto a latere e con molti distinguo). La sua scrittura, complessa, convulsa, paradossale, al limite della non-comprensibilità immediata ne fa uno scrittore minore (nel senso utilizzato da Deleuze e Guattari per descrivere quella di Franz Kafka) in quanto la sua lingua letteraria non è inscrivibile nei registri della tradizione italiana aulica e accademicamente corriva ma non può nemmeno considerarsi legata a stilemi marcatamente realistici o “bassi”. Il termine “barocco” con la quale però viene troppo semplicisticamente etichettata non rende la novità assoluta di molte delle sue soluzioni verbali o delle sue invenzioni narrative.

Il carteggio con Luciano Anceschi è al proposito illuminante. Diviso in tre parti (le lettere di Manganelli allo studioso di estetica milanese ma trapiantato a Bologna, le lettere di Anceschi all’autore di Hilarotragoedia e una, isolata ma importante, sempre di Anceschi a Eugenio Battisti, grande amico di entrambi), le lettere documentano i rapporti tra tre personalità apparentemente “laterali” della cultura italiana del dopoguerra ma di grande importanza per comprenderne gli sviluppi successivi. Anceschi, il prestigioso fondatore e poi direttore del “Verri”, Manganelli, scrittore e consulente editoriale solo apparentemente nell’ombra e Battisti, storico dell’arte e ideatore di imprese museali come quello dell’Industria e del Lavoro di Brescia allora d’avanguardia, erano molto diversi tra loro per formazione e obiettivi ma risultavano accomunati dalla volontà di rendere meno provinciale e meno ideologizzata la cultura italiana del tempo fin troppo egemonizzata da numi tutelari (Croce, ad esempio) apparentemente inamovibili. Una lettera dell’8 ottobre 1959 è assolutamente straordinaria e merita di essere citata quasi per intero:

«Carissimo Anceschi, sì, sono io, il Manga; lo spregevole, il dappoco, il marginale – e se la vostra generosità, benevolenza, e irragionevole cortesia lo tollererà il penitente, il contrito, l’heautontimoroumenos. Per quali ragioni, vorrà sapere il nostro sintattico omino di burro, per quali ragioni, incalzerà il cortesissimo Balestrini, (ancor più insinuante giacché non ha volto nella mia memoria, ma solo il profilo bianco del rimorso), per quali ragioni io non ho risposto alle vostre lettere, a quella del…, a quell’altra del…, a quella infine del…, informate tutte a una improbabile, ostinata, angosciosa stima, che nel mio cuore si tramutava nel più puro incenso della sofferenza. Non lo so: la ragione sta nel fondo della Caverna, tra gli Archetipi della Strega, del Mangiabambini, del Prete, della Morte Prematura; leggevo quelle lettere amabili, gentili, amichevoli, balsamo per le ferite del più incallito avventuriero, quelle lettere che sapevano di pane emiliano, di vino invecchiato, di onesti culatelli; io leggevo le lettere, venivo colto da angoscia, mi spegnevo in una filastrocca di miti, ineffettuali scuse, che io sussurravo a me stesso. Non rispondere, mi dicevo (immagino); se quella gente ha stima di te, non rispondere; se ti è amica, non scrivere ‘saggi’, astienti dagli articoli, guadagna tempo, NON tradurre poesie. Non fare: e così apparirai villano, tracotante, superbioso, insolente; o forse svagato e mondano: ma insomma, finché quelli non leggono niente di tuo, non possono dire ‘Il Manga è un dappoco’. Forse fu appunto così: la paura di essere letto da voi, di uscire dal castello di una stima che ai miei occhi è sempre parsa molto generosa, molto consolante, ma, appunto, generosa… “Non deluderla: sarà più livido il mondo, quando al ‘Verri’ avranno letto i tuoi articoli”» (I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi, a cura di Lietta Manganelli, Torino, Aragno, 2010, pp. 29-30).

Manganelli si considerava tutt’altro che “dappoco” e “marginale”, anzi. Il modo in cui si presenta ne mette in luce il carattere difficile e complicato da problemi caratteriali e psicologici cui cerco per tutta la vita di ovviare (ormai mitica la sua relazione psicoterapeutica con il grande analista junghiano Ernst Bernhard durata fino alla morte di quest’ultimo nel 1965) ma anche la capacità di trasformare una lettera amicale in un pezzo letterario di grande bravura.

E infatti lo scrittore milanese merita di essere letto anche quando apparentemente divaga, capace di essere straordinariamente efficace anche in momenti che avrebbero potuto sembrare meno importanti a qualcuno diverso da lui. Per concludere provvisoriamente un discorso che dovrebbe diventare ben più lungo, basterà citare la lettera del 21 dicembre 1956 di Anceschi a Battisti che parla di Manganelli:

«Caro Battisti, […] Sollecita il MANGA all’inizio della sua collaborazione. L’ho trovato MANGAGNIFICO !!  E laborioso. Ed è cosa rimarchevole. Che mi rallegra. Di cuore. Anceschi » (I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli- Anceschi cit., p. 69).

Gli si può dare certamente fiducia.

_____________________________

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]
_____________________________
* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

Annunci