QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.61: La cifra del vuoto, l’onore del silenzio. Giacomo Leronni, “Polvere del bene”

La cifra del vuoto, l’onore del silenzio. Giacomo Leronni, Polvere del bene, San Cesario di Lecce (LE), Piero Manni, 2008

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di Giuseppe Panella*

Nell’ultima pagina del suo primo libro di poesie, a conclusione della Nota finale dedicata ai lettori,

Leronni avverte:

«Per il resto, essendo ormai largamente conclamato lo scetticismo nei confronti dei significati possibili, primi o ultimi, di un’opera letteraria, preferirei che il lettore, eventualmente, si chiedesse non tanto cosa il poeta avrà voluto dire, quanto piuttosto cosa, con lui, è disposto ad ascoltare» (p. 96).

Nonostante questo appello, però, il problema di un’interpretazione critica che sia anche ascolto ma che sappia, nello stesso tempo, affacciarsi sull’opera per capire la profondità della ricerca effettuata attraverso e con le parole, in realtà, rimane. Che cos’è, allora, la Polvere del bene scandita e distanziata da Leronni nei suoi versi? Lo stesso poeta risponde a questa domanda rivendicando la liceità della sua definizione di poesia come sopravvivenza, permanere del detrito, adagiarsi sul fondo per evitare la scomparsa totale del senso, il momento non riconciliato della sua scomparsa:

«Indugia, la polvere. / Pondera il segno / la cifra da censire / nell’intrico dei fini / voce renitente / che impatta la scarpata / e presto regredisce. // A chi concederla / per dove approssimare il buio / in quale solco / disperdere l’ardire? / Nient’ altro appaga / – se prestito o indizio / seme dell’enigma – / come la consegna / di un vuoto più acceso / se volto all’impensato / ricusi il tuo» (p. 13).

La poesia è destinata alla polvere dell’oblio – questo Leronni lo sa bene. Ma per ora non si rassegna a “regredire”. Anzi, il suo segno poetico avanza sempre e si propone come eredità di una tradizione lirica che viene da lontano e di cui la sua scrittura vuole raccogliere la fiaccola ancora accesa e non ancora destinata a spegnersi. L’eredità è quella della grande stagione ermetica del secondo Novecento, di una poesia che si manifesta come capacità di comunicare emozioni forti e di natura “variabile” (per dirla con un aggettivo caro all’ultimo Sereni). Volgersi all’impensato significa, per Leronni, raccogliere la sfida del vuoto senza necessariamente doversene fare il servitore volenteroso. La “voce renitente” del poeta non cancella il segno inesausto dell’avanzarsi della poesia. E, infatti, il solido prefatore Francesco Giannoccaro nel suo Buone notizie dalla poesia, pur avanzando una patente di indegnità a scrivere di poesia (una pretesa certo non giustificata dai risultati, in questo caso), rivela alcune delle poste in gioco del progetto poetico di Leronni, individuandole nel percorso compiuto dall’autore per raggiungere il suo obiettivo:

«In Polvere del bene il nostro amico sa di compiere un doppio percorso parallelo: in sé e fuori di sé. Le sue stagioni private – temporali, spirituali, esistenziali – si succedono appaiate al quasi impercettibile fluire delle cose attorno a lui, come una seconda pelle. E’ proprio questo il suo modo discreto, ma fermo, di essere nel mondo. L’atto poetico non risulta essere occasione di fuga, rifugio, estraniazione, ma il terreno dove maturare un ruolo attivo e consapevole, sia pure senza sbandierare certezze e rifuggendo da ogni spettacolarizzazione. Tale impegno in una quotidianità palpabile si compie a testa alta, attingendo a un linguaggio pulsatile e cadenzato. Le suggestioni letterarie le avverti sì, ma rimangono fuori dall’intimo dettato: è sufficiente che restino punti di riferimento per tenere la rotta» (p. 7).

La polvere che si posa indica la volontà di sopravvivenza del bene – il suo pulviscolo errabondo e senza orpelli scandisce volta a volta il passaggio di un’orma che lascia tracce e le mantiene pur sempre attive e capaci di indicare il cammino verso una possibile nuova stagione della scrittura e della sua capacità di incidere come progetto descrittivo dell’immaginario interiore.

«Ci sono atti assorbiti / dalla polvere. E atti / intessuti al loro fuoco / gesti che crescono / appagato essere. / Infine noi / nella vampa di parole malferme // gabbati alle soglie dell’intesa. / La notte regge la sua missione / senza urlare / noi, spossati / nel budello della memoria / rischiamo di annegare» (p. 20).

dove in quel “gabbati” è tutto il lascito montaliano presente nella malinconica e orgogliosa scrittura di Leronni. Ma non tutto si esaurisce nello scacco e nella mancanza di futuro – la memoria come tomba del presente, come momento che non esalta la prospettiva del giorno ma ne approfondisce la ricerca di oblio è la polvere che assorbe. Ma non c’è solo questa variante del destino: anche il fuoco esalta ed esaurisce e consuma senza condannare alla polverosa sosta della dimenticanza forzata.

«Questo libro procede lentamente / si lascia accompagnare da chiunque / non ha mete da toccare, annota / tutto con mano rapida e vista / pronta. Non lascerà / tracce difficili da cancellare / non renderà favori, non servirà / allo svago dei bambini / né scalzerà le bibbie degli adulti. // Questo libro come una buca / che a poco a poco si riempie / di una vita ignota ai più / non è un testamento, non avanza / proposte degne di nota. / Farà poca fatica chi l’incontra / meno ci vorrà a dimenticarlo / – il deserto ne copre già la fronte – / meno di quanto costa, certo, / perlustrare a vuoto l’orizzonte» (p. 30).

La poesia non serve a nulla – non diverte i bambini né alletta l’ingegno e la volontà di sapere degli adulti. Non è che una “buca” che si riempie a poco a poco dell’essenza della vita di chi lo scrive e ne rappresenta l’esito continuo e paziente. E’ fatto di tutto e di niente, degli eventi quotidiani, delle passioni sopite e indirette, dei sentimenti forti e mai accantonati, dei desideri, dei sogni, dei “sospiri estremi”. Scrivere versi è come tracciare segni sulla sabbia del deserto che il simun copre ogni volta che sembra che possano sopravvivere. Eppure vale sempre la pena di continuare a tracciarli nonostante si sappia che “non sono degni di nota”. Così come la poesia non serve a nulla per nessuno (ma è il patrimonio inalienabile di tutti), così la natura profonda del suo cammino resta oscuro anche a chi lo redige come un avanzamento verso un possibile chiarimento della propria scelta di oggi, della comprensione di sé, dello scioglimento di un nodo che resterebbe altrimenti serrato, incompreso agli altri, segreto nell’intimo profondo di ognuno:

«Il territorio della comprensione: / un onore oscuro. L’attraversi / cauto, tendi l’orecchio, raccogli, / quando prevale la passione / nella semina, un cereale bruno / un fulmine d’eccellenza e pula. // La comprensione conduce / a sentieri sbilenchi / e per ricavarne farina / devi fidarti del sommerso / della china. Frugando / talvolta scopri sterpi, insetti / rivoltanti, spine: un terreno / incolto produce comunque / come fa la frase quando giunge / allo snodo del perché e del dunque» (p. 52).

Cercare di capirsi e di comprendere: onere fecondo e oscuramente accettato. Cercare di trovare una strada attraverso gli sterpi e le serpi: fatica forse vana, ma ineludibile. Camminare verso la meta ambita: dispendio dei sensi, obnubilamento della mente, notte dello spirito. Solo in questi passaggi si modella la ricerca della poesia. Solo frugando nella “polvere del bene”, solo passandola al pettine fitto della ricerca di sé e dell’autoconoscenza è possibile sconfiggere (forse) il male.

La poesia di Leronni, già matura nonostante sia al suo esordio, pone problemi consistenti a chi si accinge a leggerle. Certo non per oscurità o difficoltà linguistiche conclamate, non per volontà avanguardistica di stupire e deprimere l’(in)cauto lettore ma per la natura stessa del suo progetto lirico. Declinare se stesso fuori di sé e riportarlo poi all’interno della scrittura è il proponimento messo in atto in questo libro con efficacia e passione nel tentativo di lasciare qualche traccia capace di sopravvivere sulla superficie già polverosa di un presente ingrato. Anche Leronni non si esime – come Arturo Bandini in un famoso romanzo di John Fante – di “chiedere alla polvere” nella speranza di avere una qualche risposta…

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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