IL TERZO SGUARDO n.21: Abitare il mondo equivale a descriverlo. Emerico Giachery, “Voci del tempo ritrovato”

Abitare il mondo equivale a descriverlo. Emerico Giachery, Voci del tempo ritrovato, Roma, Edilazio, 2010

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di Giuseppe Panella*

E’ probabilmente una costante italiana quella di individuare negli ottanta anni il momento giusto, la soglia sulla quale fermarsi per comporre la propria autobiografia. Esiste un esempio straordinario di questa dimensione letteraria: quelle Memorie di un italiano di Ippolito Nievo che furono ribattezzate dai suoi editori Memorie di un ottuagenario quando comparvero postume nel 1867 per evitare che fossero scambiate per un pamphlet politico. Anche Cesare Cases ha voluto intitolare così le proprie memorie (Confessioni di un ottuagenario, Roma, Donzelli, 2000 quale (im)probabile omaggio al modello rimasto insuperabile di Nievo. Gli esempi di questo tipo si potrebbero moltiplicare a iosa ma perché farlo? Meglio ritornare a questo libro di oggi.

Emerico Giachery ha vergato con mano sicura e ferma una serie di sue note autobiografiche di autorevole e necessaria capacità narrativa, fitta di rimandi alla Storia da lui attraversata e densa di notazioni personali (letterarie e non).

Queste sue Voci del tempo ritrovato, tuttavia, non vogliono essere un testamento o un coro di rimpianti del bel tempo passato bensì, nel senso forte del termine, un Esame di coscienza di un letterato (per dirla con Renato Serra).

Giachery comincia dall’inizio: dalla scuola elementare da lui frequentata amabilmente, al Liceo-Ginnasio “Augusto” di Roma sito allora sulla via Tuscolana e dagli anni gloriosi e pieni di speranza dell’Università iniziata proprio nel 1945, alla fine della guerra, dopo la guerra civile e la liberazione del paese occupato dai nazifascisti. Il ricordo dei maestri di allora, dai filosofi Pantaleo Carabellese e Guido De Ruggiero agli storici Gaetano De Sanctis e Federico Chabod, da Giuseppe Ungaretti al linguista Antonino Pagliaro fino ad Angelo Schiaffini, relatore della tesi di Giachery e suo maestro mai dimenticato nel corso degli anni. Ma non ci sono soltanto i ricordi accademici – i tentativi letterari si accompagnano agli studi più legati alle ricorrenze dell’accademia e l’autore di queste memorie li rincorre con la memoria. Scopre l’essai come terreno privilegiato della sua ricerca di scrittura. Riferendo di un suo progetto di libro a venire che potrebbe portare il titolo di un verso scritto nella giovinezza in cui si parla di luce e leggerezza, Giachery scrive con bella autoironia:

 

«Ma avrò il tempo di scriverlo questo libro o libretto così aereo? Un patto con Mefistofele non lo farò davvero. Spero che basti un accordo tra gentiluomini, un gentlemen’s agreemen, con l’Angelo Custode, che in fatto di leggerezza e luce deve saperne molto più di me. Non sarà un libro di poesia. Non ne ho mai pubblicato uno e mai, credo, ne pubblicherò. Il bello è che esiste uno spazio di scrittura fatto apposta per me, tutto da godere, tutto per passeggiarci dentro con profitto e gusto: quello saggistico. Un “genere” che comporta una doverosa scappellata d’omaggio al gran padre Montagne, ma che cerco di connotare con un’impronta sempre più mia (e chissà che l’affinità tra “saggistica” e “saggezza” non si limiti al mero significante!). Un “genere” che non è affatto un ripiego. Tutt’altro! Aiuta a capire la vita e la storia e noi stessi. Non ha minor dignità né minor qualità della vocazione e scrittura del narratore e del poeta. E poi mi diverte, mi fa sentire vivo. Che più? In un fondamentale incontro sulla critica letteraria tenutosi in un castello ugonotto di Normandia nel 1966, ossia nel pieno rigoglio della Nouvelle critique, si aprì un dibattito fra due concezioni della letteratura e della critica letteraria, rappresentate e sostenute rispettivamente dal raffinato e sofisticato Gérard Genette, noto e tradotto anche in Italia, e dal sanguigno e sartriano Serge Doubrovsky. Questi, riferendosi alla propria esperienza e concezione, disse a Genette: “la mia mi diverte più che la Sua” (“la mienne m’amuse plus que la Vôtre”). Mi sentii subito solidale con Doubrovsky» (pp. 25-26).

 

Così Giachery si schiera per una dimensione ludica e tutta umana della scrittura saggistica dove non conta tanto l’acribia puramente formale del dettato quanto la capacità di andare al nocciolo delle cose analizzate e studiate, al fondo della prospettiva autoriale messa in evidenza dalla parola che la descrive, nella profondità delle verità che essa vuole esprimere.

Allo stesso modo, la vena leggera e appena appena umbratile dei suoi ricordi lo porta a scrivere con nostalgia non scevra da disincanto dei Radio Days della sua infanzia e adolescenza, delle canzoni che hanno seguito e caratterizzato i momenti lieti di un periodo cupo e pieno di orrori magari soltanto presentiti ma sicuramente presenti. Giachery ricostruisce le sue passioni radiofoniche e ne celebra i fasti: in particolare gli fu cara una trasmissione, I Quattro Moschettieri di Nizza e Morbelli (citata sovente anche da Alberto Arbasino nei suoi libri di note di costume) che era collegata a una raccolta di figurine reperibili nei prodotti dolciari che la sponsorizzavano. Alla sua passione giovanile per i romanzi d’avventura alla Dumas o alla Salgari (ne fu tipico esempio l’amore dei lettori che alonava di sogno e di immedesimazione Il Corsaro Nero) corrisposero tentativi di narrazione avventurosa mai portati a termine e mai trasformati in un’opera compiuta. Questa passione portò il giovane Emerico che aspirava ad avere uno stile di comportamento elegante e sobrio (come si usava dire allora “all’inglese”) ad ammirare La Primula Rossa della baronessa Emma Orczy e il suo interprete cinematografico Lesile Howard. Questo la dice lunga della differenza di comportamento rispetto alla maggioranza dei suoi coetanei che contraddistinse la formazione umana del giovane studioso della lingua italiana:

 

«Non c’è da meravigliarsi se Emerico ragazzo ammira con tutto il cuore il protagonista dei romanzi della Primula rossa, che riesce a salvare alcuni aristocratici dalla ghigliottina. (Nel cinema, interprete perfetto e indimenticabile del personaggio denominato Primula Rossa [The Scarlet Pimpernel] fu Lesile Howard, uno dei miei attori preferiti per il suo tratto aristocratico, caduto combattendo nella Royal Air Force durante la seconda guerra mondiale). Vivissima è tuttora in me l’avversione per ogni forma di “giustizialismo”: Robespierre, che ha pronunciato un fervido discorso per l’incondizionata abolizione della pena di morte il 20 maggio 1791 all’Assemblea Costituente e poi ha operato in senso del tutto contrario, è uno dei personaggi storici che più detesto. Altrettanto vivo è l’amore per lo spirito cavalleresco, purtroppo così raro in politica, nello sport (che dovrebbe essere il suo luogo deputato) e in ogni genere di rapporti umani. Mi è caro pensare che possa essere stato mio antenato (se non lo è stato realmente lo adotto seduta stante come antenato) il grande pittore tardogotico piemontese Jacopo, o Giacomo, Jacquerio, poetico creatore di immagini cavalleresche e cortesi in alcuni castelli del Piemonte, in particolare nel Castello di Manta» (p. 34).

 

Come si può vedere, Giachery ama le digressioni, gli aneddoti, le frasi raffinatamente circostanziate che avvolgono il lettore fino a renderlo prigioniero della sua ragnatela verbale. Lo stesso stile di scrittura in punta di penna allieta la sua descrizione delle località dell’amato Lazio e delle sue bellezze visitate con amore e dedizione di devoto come pure la sua passione (certamente giustificata soprattutto negli anni del primo dopoguerra) per la straordinaria forza evocativa di Firenze città d’arte e di poeti degni di tale nome. Nell’ultimo capitolo di questa sua autobiografia (solo provvisoria, per carità), infine, Giachery ritorna alla sua giovinezza (un tema probabilmente inesauribile per ognuno di noi) e a un testo narrativo scritto ormai vent’anni or sono e mai pubblicato, finito quindi nel fondo di un cassetto da cui le vicende di scrittura di oggi lo hanno fatto riemergere. E’ un testo che l’autore stesso definisce romantico e sognante per le atmosfere che vi sono collegate e che esso suscita, nello stile degli anni che furono e che oggi appaiono lontani:

 

«Che andava mai cercando il romantico Wanderer Emerico, piovuto in un secolo dominato dai miti della tecnologia e della modernità? Cercava certo, al pari di ogni buon cavaliere errante, anche se stesso. E forse il Sé, traguardo di un’intera vita […]. Tendeva a varcare confini, oltrepassare limiti. Cercava il proprio stesso cercare» (p. 70).

 

E così ha continuato a fare giorno dopo giorno, spinto incessantemente in un futuro che ancora dura.

 

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[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0]

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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