“Una rosa per Contiliano”. Introduzione di Giuseppe Panella a Antonino Contiliano, “Terminali e Muquenti. Paradossi”

Una rosa per Contiliano. Introduzione di Giuseppe Panella a Antonino Contiliano, Terminali e Muquenti. Paradossi (Prompress, 2005), pp.5-8

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di Giuseppe Panella

“Non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha
di se stesso, così come non si può giudicare una simile
epoca di sconvolgimenti dalla coscienza che ha di se stessa.”

(Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica)

Questo nuovo volume di poesie di Nino Contiliano (un autore certo non negato né corrivo a questo tipo di esperienze e di sperimentazioni testuali) reca una dedica che merita di essere analizzata a dovere per capire il perché di questa sua nuova avventura nel mondo della scrittura. Il libro, dunque, è dedicato a Hannah Arendt e a Karl Marx. La Arendt cioè la grande studiosa delle origini del totalitarismo e della nascita del mondo moderno che ha lasciato ai suoi lettori quale legato politico finale della sua attività critica la convinzione che è pur sempre necessario che esista un infra, uno spazio vitale cioè, che costituisca sempre e comunque il rapporto necessario tra il mondo della politica e quello della dimensione della “vita della mente”.

Marx cioè il grande critico totale della società borghese in procinto di essere globalizzata dal mercato mondiale del grande capitale, lo straordinario analizzatore dei destini dell’economia e dello Stato, il propugnatore della fine dell’ineguaglianza sociale ed economica tra gli uomini. Da questa dedica, allora, risulta evidente che per Contiliano la poesia non è l’opera lirica dell’Autore con la maiuscola che dispone sulla carta i suoi languori e i suoi terrori o l’esercizio solipsistico della propria abilità di scrittore. La sua poesia è,  invece, un tentativo di apertura verso il mondo e verso quell’universo concettuale costituito dalla storia che ne rappresenta il più proficuo tentativo di analizzarlo e di rappresentarlo. Una scrittura che si configge (e confligge) nel perimetro della realtà del presente in un’ottica né di consolazione metafisica  né di giustificazione delle sue angosciose e schiaccianti impossibilità: è una possibile lettura la mia di questi versi ultimi del poeta siciliano, una lettura che non vuole essere esaustiva (né lo potrebbe) ma capace di lanciare delle sonde all’interno della sua robustissima tessitura. Potrebbe ingannare al proposito la natura apparentemente svagata dello sperimentalismo contilianesco: un voler ricondurre tutto alla dinamica delle parole e al gioco (in-sensato) tra di esse.  L’uso effettivo dei segni (spesso mutuato dal browser del computer) scandisce il passaggio dal virtuale al reale e viceversa: le parole sono signatura mundi che non possono cessare di essere tali pena la condanna a non rappresentare più niente. I segni e le parole si inseguono in un tentativo di riconfigurare la tassonomia del mondo (per dirla con Michel Foucault): gli emoticon del pc non sono ricorsività fini a se stesse ma il tentativo di dare dignità di significazione alla pura descrizione del significante come capacità di andare oltre di esso per raggiungere un significato altro dalla pura comunicazione segnica.

Se la poesia è il possibile “nome comune” per una rottura collettivamente riconoscibile del linguaggio dell’uso comune in cui il segno finito oltrepassa se stesso accettando il raddoppiamento e la ripetizione e  dando luogo alla possibilità del suo atto concreto, essa si manifesta come costituzione pura del senso qualificata da ciò che vi è di irripetibile in una ripetizione, ossia dalla materialità del segno come singolarità che si attiva solo attraverso la rappresentazione reale di un atto. Allora, secondo Contiliano, il compito della scrittura si pone sempre come un “infinito qualitativo che, rendendo ragione dell’atto, eccede sempre tutti i risultati, tutte le ripetizioni oggettive, tutti gli stati soggettivi “normali” ” (per dirla con Alain Badiou)  e attesta ciò che vi è di umano nel contesto sempre più inumano del mondo. Si prenda come esempio il testo poetico intitolato Parole in r-onda:

“parole orchidee in r-onda urticaria

socchiuse fra bordelli e canzoni

soglie inzuppate di scavi allucinati

ora della fame a spasso sulle rughe

la via crucis di chi non ha pasque

inzacchera di vento l’uomo più triste

che torna a letto con la linea dell’ombra

rimasta appesa ai fianchi dell’orizzonte

deragliando, e l’ultravioletto smitraglia

verso le gole dei tuoi sogni sboccati”

In questo frammento, il sogno si rivela il tempo del reale (come scrive Jorge Luis Borges che cito a memoria sull’onda di una suggestione sentimentale)  e il reale si mostra come il luogo circoscritto dal sogno.  Le “parole orchidee” si spingono oltre la “linea dell’ombra”nel tentativo di “deragliare” oltre la “linea dell’orizzonte”, verso i “sogni sboccati” dell’inconscio che fanno saltare i freni inibitori del linguaggio quotidiano. Allo stesso modo, in un’altra occasione, i versi scandiscono la marcia trionfale del significante che intende rompere e accantonare un significante troppo prono e sottomesso ai giochi linguistici del Pensiero Unico:

“shopping duraturo marketingano  omici-DIO

siamesi anche gli eredi della shoah scazzati

fra kamikazzi per la sicurezza e bagni d’Egitto

dove di  Sabra e Chatila altri compagni

inquisizione godono stima di strage a segno

parabellum paraculum eius religio ligio

a Palavobis glocal gioca terrorismo

il dissenso destro del senso sinistro

nella segregazione dei plan melting

esotico giaguaro e tigre asiatica”

dove il gioco di parole tra “kamikazzi” e “scazzati” diventa il passaggio verbale per “sicurezza” e introduce al ricordo per i massacri israeliani (e filo-israeliani) perpetrati a Sabra e Chatila; così “parabellum” diventa “paraculum” e poi “Palavobis” (così come “glocal” gioca con “gioca” per passare al più sinistro “terrorismo” che innesta “dissenso” e poi “senso”) in uno slittamento semantico che conduce dal dolore all’ironia e dall’ironia all’invettiva e dall’invettiva alla dichiarazione di inconsistenza del reale. La scrittura di Contiliano si inventa così strada facendo e si ritrova in temi che vogliono essere soltanto il controcanto dell’assurdità del reale resa e conclamata attraverso l’assurdità di un linguaggio che vorrebbe coprirne le responsabilità connaturate (il “linguaggio che è sempre fascista” della Lezione di Barthes  diventa un linguaggio che nega di essere tale pur continuando a esercitare la propria continua funzione repressiva). Liberare il linguaggio per scatenarlo contro se stesso sembra essere il compito che Contiliano si prefigge; in tal modo i suoi testi  riescono a smontare l’assurdità in perdita del linguaggio usurato del presente per rilanciarsi nell’utopia arricchita e sognata del  linguaggio possibile. E’ per questo motivo che non si può fare a meno di proporre (e di dedicare) una rosa a Nino Contiliano (come alla Emily di un celebre racconto di William Faulkner): un omaggio alla sua coerenza, allora, una coerenza che coincide di fatto con il suo amore per la poesia, con il suo senso della storia, con la sua volontà di durare a lungo nel perseguirle.

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